Schiavi nella città più libera del mondo
www.ondarock.it, 20 gennaio 2022 Laura Carroli. Schiavi nella città più libera del mondo
Abitando a Bologna e frequentando circuiti punk, difficile non essersi imbattuti in una signora dall'apparenza minuta e dimessa, ma che non manca mai di essere importunata da qualche appassionato, magari con taccuino d'ordinanza alla mano, consapevole della miniera di informazioni estraibili da quella preziosissima testa bionda. Laura Carroli è ben più che una reduce/sopravvissuta: è la memoria storica di un'intera scena, una biblioteca vivente che ha finalmente deciso di aprire il suo sconfinato archivio di materiali e ricordi. La nascita di una consapevolezza musicale e politica, i picareschi viaggi a Londra, l'incontro con Jumpy, la contestazione dei Clash a Piazza Maggiore, i concerti dei RAF Punk a zonzo per l'Emilia, il pellegrinaggio alla "Dial House" dei Crass a Epping, la fondazione della Attack Punk Records, il decisivo incontro con i CCCP, ma anche gli avvilenti turni alle Poste, le incomprensioni con i genitori, le insicurezze sul proprio aspetto, le amicizie e gli amori che sbocciano e avvizziscono: questo e moltissimo altro è Schiavi nella città più libera del mondo, il testo forse definitivo sulla storia del punk bolognese, inevitabilmente titolato come il ruvido Ep che nell'82 battezzò il movimento.
Raro racconto al femminile da una provincia dell'Impero che seppe farsi centro, cronologicamente rigoroso ma avulso da pretese storicistiche, puntellato com'è da digressioni filosofiche e confessioni a cuore aperto. Tra coming of age a ormoni sciolti, antiretorico amarcord generazionale e squinternato road trip, la Carroli inanella una scrittura dal taglio diaristico, vivida senza risultare affastellata, anzi ben tersa, non disdegnando incursioni libertine e fiammate immaginifiche d'ispirazione beat, alcune particolarmente felici (una su tutte, la visione autostradale degli specchietti dei tir "come corna di bisonti luccicanti").
Proprio questa prosa "a mente fredda" è la maggiore qualità di un romanzo-saggio sereno e ironico, che non lascia scampo all'autocelebrazione nel narrare una storia in cui chiunque può identificarsi: che siano autoanalisi private o sconvolgimenti pubblici (strage del 2 agosto inclusa), tutto scorre in un flusso esistenziale scevro di enfasi ma non di passione. La punteggiatura tiene, ma qua e là viene volentieri sbalzata, assecondando compulsioni e convulsioni di questi pionieri affamati di aria nuova, belli e dannati come quel grande sole nero che è stato il punk. Quanto alle bollenti parentesi erotiche, gonfie di carne schiumante manco fossero fantasticate da un Bataille o un Apollinaire, recano il marchio inconfutabile di una vita divorata fino all'ultimo gemito.
Brilla una tenera ingenuità eppure una folgorante consapevolezza tra questi mohicani che "mangiano lattine e sputano lamette", nutriti dalle ultimissime epifanie discografiche quanto da letture ereticali sempreverdi, affatto timorosi nel rivendicare una continuità con le avanguardie che prima di loro amarono quei romanzi proibiti (e vuoi vedere che il povero Greil Marcus di "Lipstick Traces" non meritava tanta acrimonia, con buona pace di quella canaglia di Stewart Home?).
Tutta da godere, poi, l'immancabile colonna sonora interna, che rimbomba tra le pagine come fosse diffusa da appositi speaker, propagando in lungo e in largo Patti Smith, Ultravox!, Wayne County, Sham 69, UK Subs, Negative Trend, in una serrata playlist che non troverete su nessun servizio di streaming.
Emozionanti, per chi conosce i protagonisti, certi retroscena lontani dai riflettori (la rivelazione in cameretta di un Jumpy già intento a rubare i vestiti della madre), mentre è un brivido per tutti la collisione spesso fortuita con eventi che hanno ridisegnato il costume occidentale (il concerto d'esordio dei Public Image Ltd. al Rainbow di Londra nella notte di natale del '78, battesimo della new wave). E se non sorprendono le apparizioni dei vari Miss Xox, Giorgio Lavagna, Steno, Marco Philopat, Francesca Alinovi, Oderso Rubini, Red Ronnie, "Robertino", ben più inaspettate sono quelle di Gino Fabbri, Libero Fantazzini, Roberto Roversi, in un megafono transgenerazionale della voce alternativa cittadina.
La monumentale appendice fotografica, infine, completa con stile un volume appagante anche per gli occhi.
Se avete sempre sognato una mamma con i capelli viola, non avete che da farvi adottare. Nella sterminata letteratura punk italiana, un libro unico nel suo genere.
Massimiliano Speri
www.iyezine.com, 3 gennaio 2022Schiavi nella città più libera del mondo di Laura Carroli
Difficile che i tipi di Agenzia X facciano un buco nell’acqua. Ogni qual volta che si cimentano con la storia del punk italiano il risultato è sempre il medesimo. Un quadro dettagliato e fedele a quello che è stato. Anche perché sono gli interpreti originali del tempo a raccontarlo in prima persona, attraverso le dettagliatissime testimonianze dei fatti che li hanno visti diretti protagonisti.
Per chi ancora non li conoscesse, i tipi di Agenzia X sono un collettivo contro-culturale che fa della condivisione ideologica tra le diverse anime espresse dalla cultura underground il proprio credo. Il loro è un tentativo di diffusione tramite saggistica, narrativa e autobiografie, di quei valori che hanno fatto la storia dei movimenti giovanili italiani attraverso un catalogo che spazia in tutte le realtà controculturali dell’ultimo mezzo secolo. Il punto di forza del loro lavoro sta proprio nel fatto di raccontare i fatti senza filtro, ammettendo errori sia in fase di valutazione che di scelta.
Non ci sono buoni e cattivi, come non ci sono cose giuste o sbagliate, ma solo la necessità e l’onestà di raccontare tutto in modo quanto più chiaro possibile, senza risparmiare (auto)critiche sia dei singoli che dei movimenti. Schiavi nella città più libera del mondo è il terzo volume che ospitiamo su queste pagine, dopo Lumi di punk e Costretti a sanguinare, i due saggi di Marco Philopat Galliani usciti a distanza di un decennio sul fenomeno punk italiano e milanese in particolare.
Schiavi nella città più libera del mondo è il primo contributo in qualità di scrittrice di Laura Carroli, figura a suo modo storica all’interno della scena punk. Laura è stata una delle primissime donne punk italiane, indiana metropolitana prima, insurrezionalista e batterista dei Raf Punk poi, fino a chiudere come co-fondatrice dell’etichetta indipendente Attack Punk Records, ideata e creata sulla falsa riga della Crass Records inglese. Etichetta nata come inevitabile appendice della Attack Punkzine e diventata sin da subito il punto di riferimento per il movimento punk italiano, dando alle stampe album seminali come il debutto dei CCCP, quello dei Disciplinatha, ma anche altri dischi epocali come quelli di Rivolta dell’Odio, dei Contropotere, e I refuse It!
La scelta del titolo prende vita come tributo a quella che fu la prima uscita discografica dell’etichetta, lo split a quattro con Anna Falkss, Bacteria e Stalag 17 ad affiancare i suoi Raf Punk, ma anche dagli slogan delle proteste relative allo sgombero dello spazio sociale Atlantide a Bologna di alcuni anni fa.
Il romanzo della sua vita parte con la scoperta del mondo punk da parte di un’adolescente che come tante altre si trova a vivere un’esistenza satura di insofferenza e insoddisfazione. Ce ne sono a decine in tutta Bologna. Ognuna con la sua storia personale più o meno sovrapponibile a quella di Laura. La sua voce è quella di una persona (oggi) totalmente disincantata, che ha vissuto un’epoca “storica” e ne parla con sincerità, senza risparmiare critiche. Ci racconta la nascita del movimento punk italiano “da dentro”, mettendo realmente a nudo vizi e virtù di una decina di anni di storia grazie al racconto quasi quotidiano della sua vita, tra la famiglia, il lavoro alle poste, il rapporto di coppia, il gruppo musicale e ovviamente la politica “attiva”. È tutto scritto nel mondo più semplice possibile, per permettere a chiunque di entrare a fondo nei suoi ragionamenti e provare a evitare gli errori di chi lo ha preceduto. Perché, è inutile girarci intorno, di errori ne sono stati fatti e anche parecchi. Ma era giusto andare in quella direzione, mettendo in preventivo fallimenti che si sono poi puntualmente materializzati.
Erano anni in cui si lottava in nome di un ideale, non di un obiettivo a seconda della sua raggiungibilità o meno. Era legittimo ribellarsi con le armi che si avevano a disposizione, ma era soprattutto legittimo ribellarsi. Anche solo per provare a sconfiggere l’apatia del quotidiano, per dare un segno di vita in una città che non era affatto libera e non era affatto la migliore del mondo, nonostante ciò che ne pensassero gli amministratori locali. La loro era una lotta che andava in direzione di un cambiamento che sentivano necessario, sia da un punto di vista personale che sociale, che andasse a scontarsi e demolire uno stato di cose immobile da troppo tempo. Laura nelle pagine del suo libro si mette letteralmente a nudo, con uno stile diretto, che scende nei dettagli del suo privato, dalla forte connotazione (auto)critica.
Di pari passo con le sue esperienze personali ci racconta un mondo che stava cambiando, in cui riesce a incastrare la storia dei Raf Punk, il gruppo in cui suonava la batteria. Ruolo che letteralmente improvvisò, sulla scia ideologica del “chaos non musica” manifesto anarco pacifista dei milanesi Wretched, secondo cui non occorreva avere tecnica musicale per suonare punk, ma bastava la volontà di andare al di là della musica in quanto tale, con un approccio “anti-musicale” che esaltasse la disperazione esistenziale di chi lottava per una società libera dalle imposizioni borghesi militari e capitalistiche. In tutto questo Laura ci racconta di aver vissuto il punk non solo come fenomeno musicale, ma anche come modello di vita, come attitudine, come tentativo di socializzazione e sradicamento di un’oppressione che considerava inaccettabile. La sua, anzi la loro, allargando il ragionamento a tutti coloro che in quegli anni fecero il suo stesso percorso, fu una scelta di intransigenza nei confronti di una società che negava ciò che Laura ha sempre considerato come fondamentale, l’uguaglianza ad ogni livello.
Il romanzo racconta una storia che si perde tra le occupazioni di Bologna, i concerti, i dischi, le nebbie della bassa padana e la sempre affascinante e magnetica Londra, meta di ogni viaggio, in cerca di dischi, fanzine e di insegnamenti, stimoli e consigli da parte di chi il punk lo ha inventato, vissuto e capito prima e meglio che in Italia.
Se guardiamo tutto questo con gli occhi di chi oggi per la prima volta approccia questa realtà non possiamo non chiederci “chi siano (stati) i punk?”. Rispondere è semplicissimo. Giovani e giovanissimi che si sentivano emarginati e alienati da una società che non ammetteva “i diversi”. Ragazzi annoiati da una quotidianità che non permetteva loro di guardare al domani con speranze che andassero oltre il “produci consuma crepa”. Giovani insoddisfatti che vedevano nel punk la possibilità di dare sfogo alle loro esigenze espressive e sociali. Essere e sentirsi punk era il loro modo per sentirsi liberi. E non più schiavi delle convenzioni sociali familiari, scolastiche, lavorative, sociali, politiche. Che poi, è esattamente tutto ciò che probabilmente manca alle nuove generazioni, passivamente abituate ad avere tutto e subito. Se è chiaro che il mondo di Laura non tornerà mai più, resta però questa sua testimonianza da tramandare a chi non ha avuto la fortuna di vivere l’intensità di quegli anni.
Come monito per un domani che possa essere davvero più inclusivo.
Marco Valenti
Rockerilla, gennaio 2022Schiavi nella città più libera del mondo
Laura Carroli è stata una delle prime punk in Italia (e nel mondo) e ha il merito di aver co-fondato una delle band più leggendarie della scena bolognese, i Raf Punk. In questo prezioso volume si ripercorre la genesi di un’avventura umana, musicale e politica senza precedenti: un racconto veloce, surreale, a tratti esilarante, a tratti estremo, che fotografa alla perfezione una parabola irripetibile della nostra storia. Dalle punkzine alle performance provocatorie, dai concerti in giro per l’Europa a bordo di automobili fatiscenti agli slogan d’assalto, passando per i pestaggi della polizia e dei fascisti, fino alla produzione dell'esordio dei CCCP: una miniera di aneddoti imperdibili e un’avvincente testimonianza di prima mano, per questo ancora più preziosa.
di Valentina Zona
www.punkadeka.it, 29 dicembre 2021Schiavi nella città più libera del mondo – La storia dei Raf Punk
Finalmente, dopo vent’anni di lavoro, Laura batterista dei Raf Punk, ha racchiuso in un imperdibile libro la storia della sua band, delle periferie bolognesi, del primo punk degli anni 80… una pietra miliare per la storia del punk italiano. Il titolo riprende il nome di un 7″ di gruppi bolognesi vicini alla Attack Punk, etichetta di punk anarchico. Forse il primo disco punk autoprodotto d’Italia. Un documento unico, trasformato in un libro.

Chi ha riacceso la scintilla delle proteste dopo gli anni settanta?
Chi ha iniziato le battaglie Lgbtq? Come sono nati i CCCP?


Dalle cantine di una Bologna in piena esplosione creativa, la storia di una band musicale e politica destinata a cambiare le regole della cultura popolare e che terminerà con la scoperta e l’autoproduzione del primo disco dei CCCP.
Nei primi anni ottanta i Raf Punk sono stati degli incredibili precursori, le riviste e i dischi da loro pubblicati hanno creato dal nulla una comunità di giovanissimi resistenti, consapevoli della dirompente forza delle utopie ribelli. Una band armata da una volontà di ferro costruita su una vera e propria missione: quella di frantumare le basi ideologiche della società dello spettacolo e proporre nuovi principi di uguaglianza tra genere e classe.
Laura, batterista dei Raf Punk e sportellista alle poste, racconta le origini di quel focolaio concepito nelle periferie bolognesi, nato grazie a John Cage e a una trasferta in autostop al festival di Reading con Patti Smith e Sham 69. La storia di un amore transgender impossibile e di quattro amici con moicani fluorescenti, slogan d’assalto e vestiti con stracci supersexy, sottoposti alle angherie di benpensanti, repressioni poliziesche e pestaggi dei fascisti.
Concerti all’incrocio tra provocanti performance e comizi insurrezionali capaci di infiammare i cervelli dei kids sotto il palco e poi tanti viaggi in Europa a bordo di un auto scassata, alla ricerca di quelle poche creature simili con cui condividere la dinamite delle loro idee.
Una testimonianza ricca di episodi esilaranti e situazioni limite da leggere alla stessa velocità di una canzone punk, un punto di vista al femminile assolutamente inedito nel panorama editoriale.

Laura Carroli (leggi l’intervista fatta una ventina di anni fa su punkadeka!): è stata una delle prime donne punk al mondo. È un’archivista di dischi, punkzine e altro materiale storico della scena internazionale e conduttrice di un programma radiofonico sui nuovi sussulti punk in ogni angolo del pianeta. Ha lavorato su questo libro per almeno vent’anni.
byDeka
Radiondadurto.org, 28 dicembre 2022Intervista a Laura Carroli
Laura Carroli è stata una delle prime punk in Italia (e nel mondo) e ha il merito di aver co-fondato una delle band più leggendarie della scena bolognese, i Raf Punk.
Ascolta qui l’intervista
di rebelgirl
tonyface.blogspot.com, 19 dicembre 2021Laura Carroli: Schiavi nella città più libera del mondo
La bellezza di una lotta sta nella lotta stessa, non tanto nel suo successo...
E Laura ha lottato sempre.
Ha vissuto il passaggio dall'antagonismo post 77 con gli "indiani metropolitani", abbracciando fin da subito la nascente scena punk bolognese, dagli incerti inizi in cui confluiva di tutto, alla creazione di quell'entità unica che furono i Raf Punk, l'Attack Punk Records, il collettivo nazionale "Punkaminazione" e tanto altro.
Laura racconta la vita complessa di chi si divideva tra lavoro, occupazioni, concerti, aggressioni fasciste, viaggi senza soldi in Europa e nell'agognata Londra dei primi anni 80: «La città è un gran luna park, un parco di divertimenti con tutto ciò che si può desiderare dalla vita, ma per salire sulle giostre ci vogliono molti soldi, non si può fare il giro di tutti i baracconi».
La scena hardcore e la "scelta" Crassiana, la scoperta e il lancio dei CCCP, avventure tragicomiche e sullo sfondo una disperata, erotica quanto dolce storia d'amore.
Lo sguardo è lucido e disincantato, nessuna agiografia dei "bei tempi", solo un ritratto fedele di come e cosa è stato e chi ci è stato (molti ricordi coincidono, eravamo nello stesso luogo).
Le considerazioni sono sempre acute e fanno spesso emergere aspetti mai sottolineati: «È divertente vedere la rovina hardcore che si svolge solto il palco...tutti cercano di raggiungere il palco per fare tuffi e ributtarsi nelle onde tumultuose di corpi sudati trascinati da una musica forsennata. Sì, il maschio è servito, noi ragazze siamo state estromesse dalla brutalità muscolare... non c'è più posto per noi.
Laura continuerà, dopo questa esperienza, per altre strade, sperimentando, cercando, vivendo sempre intensamente.
Un'ennesima testimonianza di un periodo lontano che ha lasciato in chi lo ha vissuto una visione diversa della vita e che ha consentito a tanti di affrontarla in modo differente e con un altro sguardo.
di tonyface
Il club del libro, dicembre 2021Intervista a Laura Carroli
Laura Carroli, batterista dei Raf Punk, racconta le origini di del gruppo e del movimento alternativo nelle periferie bolognesi, nato grazie a una trasferta in autostop al festival di Reading in Inghilterra con Patti Smith e Sham 69. Tra istinto, sentimenti, slogan d’assalto, concerti capaci di infiammare i giovani punx sotto il palco. Una testimonianza ricca di episodi divertenti e stimolanti: il punto di vista al femminile che mancava nel panorama editoriale. Ascolta qui l’intervista
di MrAndrearock666
Corriere di Bologna, 12 dicembre 2021 Laura Carroli narra l’altro volto del punk: ribelli e femministe
Schiavi nella città più libera del mondo romanzo scritto da Laura Carroli è arrivato nelle librerie e sui maggiori siti di e-commerce. Si tratta di uno dei pochissimi libri redatto da una donna che racconta il punk come modello di vita, di attitudine e musicalmente. L’autrice era la batterista dei Raf Punk, band seminale del punk italiano, gruppo nato sotto le Due Torri che ha lasciato, nonostante le pochissime uscite discografiche, un segno indelebile nella storia della musica alternativa nostrana. Una delle primissime donne punk nel mondo: «Essere punk non era facile e per una donna era anche peggio – dice l’autrice – perché l’abbigliamento era molto provocante e soggetto a insulti volgari. Allo stesso tempo però spaventava e tutto sommato intimoriva le aggressioni sessuali».
Proprio il punk, la penultima rivoluzione musicale dei tempi moderni, aveva un significato che cambiava da persona a persona, da nazione a nazione: «In Italia significava sentire l’odore di nuovi fermenti senza averci capito un granché. Le informazioni erano scarse e contraddittorie ma c’era una gran voglia di rinnovamento che il punk assorbiva benissimo». Trecento pagine che sono un romanzo di vita, con la storia d’amore tra Laura e Jumpy Velena (la voce dei Raf Punk), decine di episodi raccontati con dovizia di particolari, il tutto senza filtro e censure: «Il mio è uno sguardo femminile e femminista – racconta la ex batterista – non avevo intenzione di autocensurarmi perché la vita è fatta di molti aspetti e l’amore e il sesso sono tra i motori principali di ogni ribellione giovanile». Un libro che ruba il titolo a una compilation pubblicata dalla Attack Punk Records, casa discografica legata a Laura e Jumpy, che trovarono sulla loro strada una band di Reggio Emilia diversa da tutto, i CCCP Fedeli alla linea, una sorta di gallina dalle uova d’oro: «Jumpy l’aveva capito subito mentre io puntavo sempre a gruppi che non avrebbero mai avuto successo, non ho talento per gli affari». Laura racconta, pagina dopo pagina, tantissimi episodi, anche il volantinaggio contro i The Clash in piazza Maggiore, il loro nemico giurato: «Così credevamo ma quando si è giovani ci si infiamma facilmente, però combattevamo i Clash in quanto strumento del Comune di Bologna, l’accoppiata era una perfetta ipocrisia. Confesso comunque che musicalmente i Clash non mi sono mai piaciuti, nemmeno adesso».
Un libro che durante la lettura ti assorbe per tanti motivi, perché c’eri, o perché volevi esserci ma a suo tempo hai fatto altre scelte, che racconta anche una città e il suo microcosmo: «I Raf Punk potevano nascere solo a Bologna. C’era il Dams, avevamo fatto il ’77 e ruotavano tante realtà alternative che hanno reso la città un posto speciale». Otto anni vissuti pericolosamente, dal 1978 al 1985 e una certezza, la più grande utopia raccontata alla gente è solo una: «L’uguaglianza» dice Laura.
di Andrea Tinti

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