Northern soul
Robinson di la Repubblica, 7 gennaio 2023 Northern soul: musica fuori dal solito business
L’autore di questo libro, Antonio Bacciocchi, noto anche come Tony Face, è un pezzo di storia dell’underground italiano: precursore della scena mod e poi batterista della punk band dei Chelsea Hotel e dei new wave Not Moving insieme a Lilith (voce, con cui continua la strada ancora oggi) e Dome la Muerte (chitarrista e autore, sempre con Agenzia X, di Dalla parte del torto). Ma che cos’è il “Northern soul”? La risposta non è semplice: Barry Doyle, una delle voci del libro lo definisce come “un’astrazione politica dalla quotidianità” legata a un certo tipo di stile nel vestire ma soprattutto all’ascolto di una musica “vera” nel senso di “al di fuori” del business. Da qui un collezionismo esasperato ma legato alla ricerca e al prezzo più basso. Singoli bellissimi ma da pochi centesimi: scoprite qui quali sono.
di Luca Valtorta
Rumore, dicembre 2022 Northern soul. Il culo dei giovani ribelli soul
La storia del northern soul è quella di una sottocultura diffusasi nel nord dell’Inghilterra nella seconda metà degli anni 60 con adepti provenienti dal movimento mod, appartenenti alla working class e smaniosi di divertirsi ballando con stile nelle notti del weekend. Ma è anche la storia di un conflitto tra l’Inghilterra del nord, fedele alle versioni classiche di soul e R&B, e la capitale Londra e il sud, che sposano al volo le evoluzioni musicali, in questo caso il funk. Bacciocchi nella prima parte segue questi due filoni dando voce ai pionieri che hanno promosso il soul in Inghilterra (su tutti Dave Godin, che anche collaborato con la Motown), ai DJ e ai gestori di locali, a partire da quello che ha condotto il fenomeno nel mainstream, il Wigan Casino. Poi parla dell’influenza del fenomeno su musiche prodotte in epoche successive e dà rilievo alla scena italiana, anche grazie alle testimonianze di molti cultori. Il libro si piazza a metà strada tra un saggio e un’antologia perché l’autore dà spesso spazio a traduzioni di articoli e passaggi di libri, oltre a ospitare molti interventi esterni.
di Luca Gricinella
Rockerilla, dicembre 2022 Northern soul
Affascina e coinvolge il caleidoscopio di suggestioni, affreschi e rimandi in Northern soul; sentito e dettagliato viaggio nel cuore di un movimento artistico dal valore centrale per l’evoluzione culturale dell’ultimo mezzo secolo, qui ricostruito attraverso una funzionale e consapevole struttura interna. Contestualizzazione storica, voci di chi l’ha vissuto – Weller, Style Council, Soft Cell – e declinazioni sociali o areali. Sottocultura forse volatile, certo difficile da incasellare ma preziosa, restituita su pagina in modo dinamico, partecipato ed esemplare.
di Gabriele Merlini
Di più, 26 novembre 2022 Northern soul
Northern soul. Il culo dei giovani ribelli soul è il miglior libro mai scritto su una scena musicale esaltante, che ha ancora moltissimi fans: il Northern Soul (significa “musica soul del Nord”). Un movimento nato nell’Inghilterra degli anni Sessanta tra i giovani che si riunivano per ballare tutta la notte. Antonio Bacciocchi, musicista e scrittore, ne racconta ogni sfaccettatura.
di Oliviero Marchesi
Venerdì di Repubblica, 4 novembre 2022 Northern soul il ballo ribelle
Un libro racconta la sottocultura inglese degli anni Settanta. Che oggi continua ad affascinare anche gli italiani TALCO, talco, talco. L’ingrediente fondamentale del northern soul è il borotalco. Andava via a chili per cospargere i parquet dei club, posti con nomi come Wigan Casino, Blackpool Mecca, Twisted Wheel, sparsi nella periferia industriale del Nord dell’Inghilterra. Nello spazio grigio dei primi anni Settanta, ragazzi e ragazze (ma soprattutto ragazzi) della working class andavano a riprendersi la vita nel fine settimana ballando fino allo sfinimento al ritmo di oscuri 45 giri di soul importato dagli Stati Uniti Per muoversi in quello stile formidabile bisognava che le suole di cuoio scivolassero bene; l’industria del talco deve un monumento a quei giorni. Northern soul di Antonio Bacciocchi (Agenzia X edizioni) sono 253 pagine che raccontano in tutte le sue sfaccettature una delle sottoculture giovanili inglesi meno note. Punk e mod hanno avuto sicuramente più riflettori puntati, eppure il northern soul è stato altrettanto significativo anche da un punto di vista sociale, e non se n’è mai veramente andato. Anzi. Anche in Italia c’è una scena florida, figlia del mod revival esploso negli anni Ottanta, che si incontra alle serate strapiene di Roma Soul City, come ai corsi di ballo che tiene a Milano Geno De Angelis.
Ricostruire la parabola degli off nighters non è semplice. Bacciocchi, musicista (fondatore e batterista dei Not Moving), giornalista e scrittore (tra i molti titoli, la biografia di Gil Scott-Heron, Rock’n’goal, Soul. La musica dell’anima), ricorda che il termine lo dobbiamo al dj Dave Godin, l’uomo che aveva fatto scoprire il rhythm and blues al suo compagno di scuola Mick Jagger. Proprietario di un negozio di dischi, Soul City, Godin aveva notato che, negli anni in cui a Londra i giovani mod cercavano avidamente successi della Motown, «i tifosi delle squadre di calcio provenienti dal Nord si disinteressavano delle nuove uscite» e cercavano invece le rarità soul, i 45 giri più oscuri, con l’ossessività e il purismo tipico del collezionista. Il resto lo facevano le serate di ballo, il cuore vero di una sottocultura dove l’abilità nella danza, spiega nel libro lo scrittore Barry Doyle, «offriva ai giovani partecipanti un modo alternativo di usare il corpo per affermare la propria mascolinità».
Oggi resta un’estetica che non ha mai smesso di affascinare, annovera fan come Paul Weller, Marc Almond, Nick Hornby, ma anche il rapper Pharrell che per il lanciò di Happy ai Brit Awards si era portato sul palco una troupe di ballerine northem soul. «La prima scena inglese», spiega Bacciocchi, «era uno dei rari esempi di appartenenza quasi totale alla working class. Poi è diventata trasversale e senza distinzioni classiste. Rimane un’alternativa colta, divertente e genuina allo sfondarsi di alcol o droghe in qualche discoteca o annoiarsi girando per città che culturalmente propongono sempre dimeno».
di Alba Solaro
Alias, il manifesto, 29 ottobre 2022 La vertigine del Brit Soul
Quaranta anni fa, il 31 ottobre 1982, una notizia imprevedibile e insospettabile devastò il cuore e l’anima di migliaia di giovani mod, ormai sparsi in tutto il mondo, e colse di sorpresa anche milioni di appassionati. Con una lettera al fan club e alla stampa Paul Weller annunciava lo scioglimento dei Jam. «Ci ho pensato abbastanza (da almeno un anno) ma nella mia testa ho deciso di lasciare definitivamente. Ci sono molti motivi che potrei spiegarvi ma il principale è che abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare insieme come gruppo e così ritengo sia meglio smettere quando siamo al top piuttosto che continuare per inerzia. I Jam significano tantissimo per un sacco di persone, c’è una fede in noi così forte che non sopporterei vederla sfumare lentamente... Voglio che quello che abbiamo fatto insieme rimanga intatto e questa è un’altra ragione dello scioglimento. Ma è principalmente perché sento che non possiamo più andare avanti come gruppo. La pressione è tremenda, soprattutto essendo io il compositore e una specie di ‘leader’, c’è una costante pressione per scrivere il prossimo lp, il prossimo singolo etc. Da un certo punto di vista va bene, perché aggiunge stimoli al mio lavoro ma allo stesso tempo non sono mai stato capace di sedermi e apprezzare quello che abbiamo fatto. Sono stati sei anni ma non penso che potrei prendermene altri sei così. Credo che alla fine mi farebbe impazzire. Non fraintendetemi, non sto piagnucolando, sto solo cercando di dirvi come mi sento. In ogni caso volevo che lo sapeste direttamente da me piuttosto che da un’intervista o altro».
Nel 2010 tornerà con più distacco sull’argomento: «Mi avevano fatto diventare il portavoce di una generazione e cose del genere e avevo solo ventidue anni. Non avevo ancora veramente vissuto e, a essere onesti, non avevo nessuna risposta per tutte queste cose che mi venivano chieste. Non fu l’unica causa che portò allo scioglimento dei Jam ma contribuì sicuramente».

L’ULTIMO «REGALO»
Perfino gli altri due componenti della band, il bassista Bruce Foxton e il batterista Rick Buckler, rimangono spiazzati e scioccati. Nulla lasciava presagire una fine così drastica e improvvisa. Il singolo Town Called Malice, tratto dall’eccellente album The Gift, uscito nel marzo dello stesso anno, aveva sbancato le classifiche inglesi vendendo più di un milione di copie e restando a lungo al primo posto, posizione raggiunta anche dall’ellepì. Quella band che solo cinque anni prima raccoglieva al massimo qualche centinaio di persone nei piccoli club londinesi, ora riempiva teatri, palasport, stadi. Alle spalle album che avevano progressivamente alzato l’asticella qualitativa, dall’esordio a base di un poderoso rhythm and blues/rock sporcato di punk e dall’irruenza degli Who a lavori sempre più ricercati e raffinati tra sguardi ai Beatles, ai Kinks, Small Faces e successivamente a soul, funk con sempre maggiore attenzione a varie sfumature della black music. Ma ora Paul Weller aveva in mente altri progetti, una visione più ampia della creatività musicale, che riteneva impossibile raggiungere con l’attuale band. Le cose finirono male e poco tempo dopo precipitarono in cause legali e la definitiva rottura dei rapporti. Foxton e Buckler collaborarono insieme per un po’, Weller riprese i rapporti con il bassista solo trent’anni dopo, invitandolo a suonare nel suo album Wake up the Nation, con il batterista non si sono mai più parlati. Il leader dei Jam aveva in mente una nuova forma di soul music, moderna, contaminata, che guardasse avanti e non fosse solo una stanca riproposizione dei classici degli anni Sessanta. Era stato, non a caso, tra i primi a riportare in auge quei suoni e quei brani. I Jam avevano più volte inserito nei loro album e nei loro live classici più o meno noti della Motown o della Stax, reinterpretandoli con rinnovata energia e nuovi arrangiamenti, da In the Midnight Hour di Wilson Pickett a War di Edwyn Starr, Heatwave di Martha Reeves and the Vandellas fino al riff di basso e l’incedere ritmico dell’autografa già nominata Town Called Malice, citazione al limite del plagio del classico groove della Motown. Paul forma gli Style Council con il tastierista Mick Talbot (proveniente da esperienze mod con i Merton Parkas e soul con Bureau e Dexy’s Midnight Runners) e il batterista Steve White. Il progetto parte da un intensivo e prolungato ascolto di dischi Northern soul, soul jazz, tra classici e brani oscuri. L’intento è di creare un nuovo sound. E con il collettivo che ruota intorno al nucleo principale costruisce in effetti, seppur spesso in modo confuso, una nuova attitudine sonora che accoglie anche elettronica, folk, blues, jazz, funk, hip hop. Alcune di queste idee confluiscono nella sua etichetta personale, la Respond Records, con cui, ambiziosamente, intende realizzare una nuova Motown. Non ci riuscirà, le produzioni sono incerte e non sempre a fuoco ma sarà decisivo a riportare l’anima soul in Inghilterra. Anche perché intorno a lui stanno crescendo tanti nuovi nomi intenti a ripercorrere le stesse orme.

A SINISTRA
I citati Dexy’s Midnight Runners di Kevin Rowland, grande appassionato di black music, nel 1980 avevano inciso un manifesto del genere (fin dal titolo), Searching for the Young Soul Rebels, in cui suonavano un’energica versione di nuovo soul, con tanto di cover di un oscuro brano Northern soul come Seven Days Too Long di Chuck Wood e che dal vivo non esitavano a cimentarsi con classici più o meno noti della musica nera americana. Si sposteranno presto verso altri lidi sonori con il fortunatissimo Too Rye Ay, molto vicino a sonorità folk irlandesi che con il singolo Come on Eileen sbancherà le classifiche di tutto il mondo. Il prosieguo di carriera (anche quella solista di Rowland) oscillerà tra alti e bassi ma continuerà a conservare una forte impronta delle prime radici della band. Alcuni fuoriusciti dalla prima formazione formeranno i Bureau, che proseguiranno fedelmente nel loro primo e unico album del 1981, The Bureau, la linea dei primi Dexy’s, con ottimi brani di soul moderno. Lo scarso successo e riscontro li indusse a un precoce scioglimento.
Jam e Dexy’s, ma soprattutto Clash, saranno tra le principali influenze della breve e travagliata carriera dei Redskins, band dichiaratamente comunista, che inventò il motto «Walk like the Clash, sing like the Supremes». I tre skinhead di York suonavano un micidiale e perfetto mix di soul e punk, testi militanti, costante partecipazione a manifestazioni (e scontri) anti Thatcher. La loro storia durò poco, un solo album e una manciata di singoli all’attivo preludio a uno scioglimento repentino (pare dovuto all’impossibilità di proseguire, oberati da un contratto capestro), oltre alla scomparsa dalla scena del loro carismatico Chris Dean che da allora ha fatto perdere le sue tracce, rifiutandosi sempre di ricominciare a suonare o riparlare di quell’esperienza.
Tra i principali responsabili del ritorno della soul music in Inghilterra le numerose mod band, protagoniste del «revival » di fine anni Settanta, che infarcivano spesso il loro repertorio di classici apprezzati e ballati dai loro «padri» nei primi Sessanta. Dai Merton Parkas ai Lambrettas (che portarono in classifica Poison Ivy dei Coasters in versione ska), ai Chords e soprattutto Secret Affair (da cui uscirà il batterista Seb Shelton per unirsi ai Dexy’s) l’omaggio al soul è esplicito e reiterato. Ancora meglio fanno alcuni nomi della seconda ondata mod nella prima metà degli anni Ottanta, come Makin Time (il cui bassista Martin Blunt finirà nei brit popper Charlatans) e, in particolare i Truth di Dennis Greaves, che già con i Nine Below Zero praticava da tempo queste strade. La nuova avventura con i Truth lo catapulta in quello che sarebbero potuti essere i Jam se avessero proseguito. Una poderosa macchina da guerra soul rock, con melodie Sixties e un’energia comune a pochi. Anche nel loro caso fu una vita breve con tre album e una manciata di singoli prima dello scioglimento nel 1989. Playground del 1985 rimane un gioiello nascosto ancora molto attuale e moderno.

L’ESTETICA
Significativo annotare anche l’influenza sull’estetica di molti dei protagonisti e dei fan, che da un look stilisticamente affine a quello mod passano a mescolanze che ne conservano alcuni tratti ma si intrecciano con elementi vicini a quelli skinhead (vedi la scena degli Scooter Boys, Rude Boys e dei Soul Boys) e con meno vincoli rispetto all’integralismo che caratterizzava le sottoculture, in una nuova visione che prescinde dalla rigida appartenenza. Musicalmente queste basi che nascono dall’underground ampliano l’interesse per i suoni soul che approdano progressivamente nel mainstream. Inizialmente sono nuovi nomi sulla soglia del successo che hanno non poche affinità con la black music che si riproporrà spesso, in varie forme, nel loro repertorio. Si chiamano Duran Duran, Spandau Ballet, Eurythmics (che nel 1985 duettano nel brano super femminista Sisters Are Doin’ It for Themselves con Aretha Franklin in un travolgente funk pop soul), Culture Club (Church of the Poison Mind, del 1983, è puro soul groove), Paul Young (che arriva al successo con Love of the Common People nel 1983 tratto dall’esordio No parlez in cui le influenze pop soul sono frequenti. Per curiosità si segnalano nella sua band al basso Pino Palladino, futuro sostituto di John Entwistle negli Who e Rico Rodriguez mitico trombonista già con gli Specials e negli anni Sessanta con uno dei maestri del primo soul/rhythm and blues bianco inglese, George Fame and the Blue Flames).
Sempre nei primi anni Ottanta un ragazzo di Manchester, Mick Hucknall, fulminato nel 1976 (a fianco dei futuri Joy Division, del fondatore della Factory Records e del locale Hacienda e dei prossimi Smiths, Morrissey incluso) da un concerto dei Sex Pistols, entrato nel mito, nella sua città, decide di buttarsi nella musica. Dopo anni di tentativi nel punk, trova successo e popolarità con il nome di Simply Red. La sua voce potente e piena di tonalità «black» si adatta alla perfezione al pop funk soul della band che conquista in breve tempo le classifiche e una fama mondiale. Le influenze si espandono sempre di più e arrivano nelle parti alte delle classifiche, vedi ad esempio gli Wham! con il classico groove Motown di Wake Me up Before You Go Go o il cultore dei suoni black Phil Collins che riporta in classica You Can’t Hurry Love delle Supremes. Parallelamente si evolve anche la scena ska, che dopo l’iniziale adesione ai suoni tradizionali del genere si contamina sempre di più guardando soprattutto alla soul music. Madness e Specials (e la loro successiva filiazione, dopo lo scioglimento, nei Fun Boy Three) in particolare. Sono le fondamenta per una nuova piccola rivoluzione nella scena inglese, quella che conosceremo come acid jazz che si sviluppa alla fine degli anni Ottanta, grazie alle visioni futuriste di ex componenti del giro mod, vedi Eddie Piller, uno dei primi a rivestire il parka alla fine degli anni Settanta (un affare di famiglia, visto che il padre fu tra gli original mod degli anni Cinquanta e la madre gestiva il fan club ufficiale degli Small Faces) o James Taylor (ex Prisoners) che con il suo Quartet è tra i protagonisti della nuova tendenza che mischia disco, funk, jazz, soul e che avrà in nomi come Brand New Heavies, Us3, Incognito e i primi Jamiroquai i principali esponenti e riporte riporterà in auge nomi dimenticati o trascurati della black music (Gil Scott-Heron in primis).

NUOVE CORRENTI
Influenti per questa nuova corrente anche nomi come Working Week che nello spettacolare album d’esordio Working Nights del 1985 oltre a jazz, soul e funk (inclusa una splendida versione di Inner City Blues di Marvin Gaye), assimilano politica, letteratura, arte, ospitando nomi storici del rock inglese come Julie Driscoll e Robert Wyatt e addirittura due membri degli «inventori del rap», i Last Poets. Altri nomi si muovono nel magma inglese di questi anni. I purtroppo dimenticatissimi ma pregevolissimi Carmel (che prendono il nome dalla cantante Carmel McCourt) infilano una serie di ottimi album negli anni Ottanta con particolare successo per Drum Is Everything del 1984 in cui mettono insieme gospel, ritmiche tribali e crude, blues, soul. Arriveranno riconoscimenti e soddisfazioni (tra cui anche una collaborazione con Brian Eno) ma la band si disperderà in progetti saltuari non sempre riusciti. Un aspetto molto interessante di questi anni è la capacità del soul di rinnovarsi, contaminandosi in continuazione ma restando fedele al groove primigenio, alle fondamenta da cui è partito dai primi artisti afroamericani negli anni Cinquanta. Sono semi che ritroviamo nella voce e negli arrangiamenti degli elettronici Bronski Beat di Jimmi Sommerville, nella suadente, raffinata, elegante e vellutata musica di Sade o in espressioni più commerciali come Haircut 100 di Nick Heyward, Level 42, nell’amore per il Northern soul dei Soft Cell (che rifanno Tainted Love di Gloria Jones in chiave elettronica, loro già frequentatori degli allnighter negli anni Settanta). E come dimenticare i Fine Young Cannibals con i loro deliziosi ma allo stesso tempo spigolosi brani così tinti di «nero» o i travolgenti JoBoxers con la loro Just Got Lucky del 1983? Un progetto purtroppo finito male e nel disinteresse della casa discografica e dei suoi stessi fan (che fischiarono la band e strapparono i programmi della serata quando furono presentati i primi brani) fu il canto del cigno degli Style Council. Nel 1989 presentarono alla loro etichetta Modernism: A New Decade, un album ardito e incompreso in cui Paul Weller abbracciava la nuova musica deep house di Detroit. «Mi piaceva tutta la musica nera che arrivava da Chicago e dal New Jersey che reputavo piena di influenze soul». La sua idea di portare avanti e modernizzare il soul aveva trovato un appiglio in queste nuove sonorità, troppo all’avanguardia per i tempi e sdegnosamente rifiutate e affossate. La band si sciolse poco dopo. Tanto i Jam erano stati rimpianti alla fine repentina della carriera, tanto gli Style Council furono «cacciati» a furor di popolo. Weller impiegò tre anni per ripartire con la carriera solista e molti di più per ritrovare successo e interesse da critica e pubblico. Modernism: A New Decade vide la luce solo nel 1998, quando ormai non aveva più alcun impatto innovativo. La soul music è sempre stata in grado di rinnovarsi e rigenerarsi, senza paura di snaturarsi, pienamente consapevole che ogni incrocio l’avrebbe rivitalizzata.
di Antonio Bacciocchi
www.usthemyours.com, 20 ottobre 2022 Antonio Bacciocchi, Northern soul
Se esiste una sotto/contro o semplicemente cultura che ha anticipato quella rave è sicuramente la scena northern soul, il soggetto del nuovo libro di Antonio Bacciocchi. L’autore, meglio conosciuto come Tonyface è un musicista, scrittore e instancabile organizzatore di concerti da almeno quattro decadi. Uno che le scene musicali le conosce non per sentito dire. Quella che ci racconta, sorta a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, era composta da curiosi dj, estrosi ballerini, golosi consumatori di droghe e insaziabili collezionisti di dischi che – come i successivi raver – decisero di vivere il weekend sulla pista da ballo. Il libro di Baciocchi è un racconto a più voci della Gran Bretagna dal secondo dopoguerra in poi, momento in cui i giovani della working class abbracciarono l’edonismo e la cultura popolare per farla finita con il grigiore e l’austerità post bellica, consumando pillole e suole delle scarpe nel ballare black music americana. Un libro avvincente, ricchissimo di fonti autorevoli e arricchito da contributi di numerosi protagonisti, anche della scena italiana. Lo consiglio a tutti gli amanti della black music. Keep the faith!
di Pablito el Drito
Libertà, 11 ottobre 2022In «Northern soul» Bacciocchi racconta la sottocultura inglese
I decenni d’oro della blackmusic derivata dal blues e dal jazz stanno vivendo un risveglio imponente e trasversale, insinuandosi e tornando in gran voga, con diverse declinazioni, dalle varie tendenze (e derive) del rap/hip hop al cosiddetto nu-soul, che sconfina negli “urban beat" all’insegna di un coacervo di comministione contemporanee impossibile da sbrogliare. Bene così, è il tratto caratteristico della post-post-modernità. Certo però in questo contesto non guasta (anzi!) rimettere i puntini sulle “i”, fare un ripasso della storia, rinfrescare la memoria anche e soprattutto dei più giovani sulle loro radici. È con questo spirito che bisogna accogliere un libro dal taglio monografico e “specialistico” come Northern soul sottotitolato Il culto dei giovani ribelli soul ed esplicitamente dedicato sin dal titolo a questo particolare sottogenere “sixties” dal blogger, autore, musicista e giornalista Antonio Bacciocchi, appena pubblicato per i tipi della milanese Agenzia X, laboratorio editoriale indipendente di pregio, dalla forte identità e di riferimento ben oltre i confini dell'undergroud meneghino).
Dunque, con i contributi di ben venti musicisti, protagonisti, appassionati ed esperti del settore, da Fabio Conti a Oskar Giammarinaro, da Enrico Lazzeri a delia Lucchitta, ecco finalmente un libro sulla più sconosciuta e seminale tra le sottoculture inglesi: il northern soul. «Un fenomeno complesso e impossibile da definire – spiega Bacciocchi – uno splendido mistero di passione, senso di appartenza, identità, amore per la musica e la danza». Le stesse due parole che lo connotano sono alquanto generiche, «inventate dal giornallsta e dj Dave Godin per descrivere i dischi a cui erano interessati i clienti del suo negozio che provenivano prevalentemente dal nord dell’Inghilterra. In maggioranza giovani maschi bianchi, provenienti dalle famiglie della working class; la scena era formata da una gamma sociale e molto vasta». A differenza di altre correnti, «non c’era un’estetica unificante, persino la musica si poteva aprire a mille influenze o chiudere in ristretti canoni sonori. Risulta difficile distinguere la differenza tra un oscuro e dimenticato singolo di soul uscito tra il 1965 e il 1970 e una classica hit della Motown. Talvolta proprio il fatto che il brano non avesse avuto riscontro commerciale era la garanzia di una maggiore purezza artistica».
In quasi 250 pagine, tra storia e identità, focus sull’Italla e sul Giappone, il rapporto con le droghe, con la politica, i media, analisi di canzoni iconiche e una sventagliata di profili di grandi artisti appassionati al genere, come dicevamo il libro lascia ampio spazio alle testimonianze di alcuni protagonisti per tessere una trama più esaustiva possibile e che si riassume alla perfezione nel classico motto: “Keep the faith”. Mantenere la fede, attorno ad una musica che unisce all'insegna delle “good vibes”: una questione di solidarietà collettiva di cui (ancora) oggi più che mai vale la pena tenere conto.
di Pietro Corvi

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