In nome del popolo
commonware.org, 3 luglio 2020 Liaisons Italia #1: In nome del popolo
Se in In nome del popolo c’è una pretesa, un tentativo, non è certo quello di farsi ammirare per lo sforzo creativo nella scrittura o nel linguaggio, seppur importante, ma quello di essere una bussola in grado di orientarci in quel deserto politico chiamato «Movimento», che in Italia, ormai da troppi anni, è diventato l’apparato che imbriglia qualsiasi tentativo di fuoriuscita dallo stato di cose presenti.
Scrivere, e quindi raccontare, delle storie non è mai un esercizio semplice se non quando si vuole compiacere qualcuno, ma questo libro non vuole compiacere nessuno, anzi. Intrecciando le varie storie contenute nei capitoli del libro, percepiamo l’esistenza di quell’insorgenza viva che gli amanti delle insurrezioni belle e pure non sopportano, perché inorridiscono di fronte allo squarcio che la rivolta apre sul velo di ideologia disincarnata che la Sinistra, anche di movimento, vorrebbe stendere per far tornare i conti alla propria teoria. Tra vari articoli e racconti, di tentativi e fallimenti, qui raccolti si dispiega una rottura, un’interruzione che ci consente di mettere meglio a fuoco la divisione tra nemici e amici, per leggerla nella sua sostanza e non nella forma. Attraverso linguaggi e stili differenti si dà all’intero libro non lo scopo di una sintesi inquadrata in vecchi schemi, o ridotta da finalità altre, ma la funzione di esprimere una molteplicità di «forme e pratiche», per cogliere la realtà nella sua eterogeneità e nelle contraddizioni che la compongono.
Il deserto in cui siamo immersi ci soffoca e ci rende sempre meno ipotizzabile la possibilità di una sua fine, tuttavia rivolte lontane nello spazio ma quanto mai vicine per sensibilità ci rimandano gli echi di qualcosa di vivo. Questi testi ci aprono uno spiraglio nel presente e ci consentono di tirare una boccata d’ossigeno. Rovesciando i concetti di «globale» e «locale», tanto cari alla logica capitalista, affiora la tensione tra quei territori che con «forme di resistenza specifiche» danno vita a delle oasi che, pur vivendo nel deserto, lo combattono senza riconciliarsi con esso.
Un altro aspetto significativo del testo è la scelta di leggere gli eventi alla luce di quel fenomeno, chiamato populismo, che ha investito negli ultimi anni il terreno della politica. Se «i populismi sono il prisma attraverso cui il tempo si riconfigura», serve studiarli e capirli cercando di evitare di farsi intrappolare nella diatriba tra chi definisce i populisti come criptofascisti e chi invece pensa, o ha pensato, di potersi appropriare di questa etichetta per tentare goffamente di trasformare l’espressione politica del populismo in qualcosa di più «antagonista».
Il populismo è un sintomo dell’atteggiamento di rifiuto verso l’azione delle istituzioni democratiche e liberali, e risponde in maniera disordinata e caotica, ma legittima, ai processi di impoverimento che hanno investito il ceto medio e le classi popolari dal 2008 ad oggi: per questo è necessario individuare nei comportamenti populisti, e non nell’espressione politica, quell’ambiguità che può essere usata per individuare nodi di rifiuto e tendenze e aprire un possibile spazio di trasformazione dell’esistente. Sottrarli al campo del nemico per costruire il nostro.
E allora serve rileggere il Trittico americano, oggi più che mai, per poter decifrare cosa succede al di là dell’Atlantico tra un nuovo Starbucks in costruzione e un commissariato di polizia in fiamme. Le ultime elezioni statunitensi hanno sancito lo stravolgimento della politica della rappresentanza per come è stata pensata fino ad oggi. La capacità dei due grandi partiti, democratico e repubblicano, di assorbire, in senso elettorale, il potenziale trasformativo dei vari movimenti sociali sorti nell’ultimo decennio – Occupy Wall Street come anche il Tea Party – ha fatto sì che affiorassero nuove possibilità politiche per il paese. Ciò è avvenuto a spese delle forme organizzative e dell’agenda istituzionale di entrambi gli schieramenti, ricalibrati dagli stessi partiti in risposta alla vittoria di Trump e allo scontro tra Clinton e Sanders alle primarie democratiche. Questo è il nodo da sciogliere: nel suo stravolgimento, che ha accelerato il processo di esclusione di molte persone dalla sfera politica, il sistema politico americano ha assunto abbastanza forza da poter fare a meno di gran parte della popolazione?
I movimenti di estrema sinistra hanno risposto con la scommessa di organizzarsi attorno a coloro che sono rimasti senza lavoro e speranze dopo il crollo finanziario del 2008, individuando questi esclusi come soggetto politico di riferimento. Nella rottura del contratto sociale, che teneva unito sotto la bandiera dell’«American Dream» quel crogiuolo di etnie e popolazioni diverse, ossia gli Stati Uniti, si intravede la scintilla che ha infiammato la prateria americana da New York a Los Angeles passando (e partendo) da Minneapolis. Nella fine di quel sogno si radica la rabbia e la frustrazione di moltissime soggettività, che hanno trovato una valvola di sfogo nel voto populista, e quindi reazionario.
L’elezione di Trump alla Casa Bianca è il risultato di una retorica che è riuscita «a coniugare frustrazione e impotenza del popolo» per dirigerle contro una minoranza, sia essa etnica, politica o religiosa. Tuttavia, il meccanismo con cui Trump ha governato e governa ad oggi viene sabotato dalla forza, dall'immaginario e dal discorso del movimento che da più di un mese sta debordando nelle strade delle città statunitensi e non solo, scatenato dalla mediatizzazione dell’uccisione di George Floyd. Le organizzazioni che hanno saputo lavorare su un terreno completamente avverso, sia alle forze della destra reazionaria sia a quelle della sinistra riformista, hanno creato strumenti e saperi, per la messa in discussione dell’intero apparato poliziesco, individuando la violenza di questo come le fondamenta strutturali dell’oppressione della popolazione afroamericana. Ne è un buon esempio pratico l’MDP150, progetto che nasce a Minneapolis e che, attraverso la progettazione di strategie pratiche locali, mira allo smantellamento del dipartimento di polizia della città. Nella nazione in cui Trump sembrava poter governare indiscusso è sorto un processo che tiene viva la possibilità concreta di abolire la polizia.
Soprattutto a chi è cresciuto dopo Genova 2001 e ha deciso di mettersi in cammino per provare un altro modo di vivere e quindi di lottare, la rivista «Liaison» permette di immergersi nelle storie di un mondo in continua dispersione: nei frammenti che entrano in risonanza percepiamo la possibilità di un nuovo modo di far politica, lontani dalla tranquillità di una prassi ormai abitudinaria, che riproduce le stesse pratiche da troppo tempo e si limita alla gestione del presente e delle vite vogliamo provare a dischiudere nuove vie e nuovi immaginari.
Mettere in contatto questi frammenti, dunque, è un’urgenza, per poter costruire «un discorso trasversale a diversi continenti», perché da lì possiamo partire, perché così possiamo sognare e pensare di poter formulare, finalmente, delle «ipotesi rivoluzionarie contestualizzate che possano risuonare a migliaia di chilometri».
di Alessio Resenterra
il manifesto, 13 giugno 2020 Cartografie contemporanee e ricerche partigiane
La vivace casa editrice Agenzia X manda in libreria due titoli che – pur senza la volontà degli autori – si compendiano e offrono una interessante lettura critica di questioni centrali nel dibattito politico contemporaneo. Una è l’idea di popolo, l’altra l’idea di confine, unite nelle loro decomposizioni, deterritorializzazioni, nuove e mutate ricomposizioni. Dalla lettura intrecciata emergono stimoli utili per la riflessione e le proposte di lotta. Figure centrali che «agiscono» concretamente queste tematiche sono i migranti, i rifugiati, ma anche gli attivisti antirazzisti e no-border; tutti quelli che per necessità o convinzione politica si possono definire soggettività nomadi, planetarie, cosmopolitiche, singolari e molteplici al tempo stesso.
Confini, mobilità e migrazioni. Una cartografia dello spazio europeo, (pp. 268, euro 15 euro), si apre con una incisiva intervista a Étienne Balibar, realizzata da Lorenzo Navone (curatore del volume) e da Federico Rahola: «Ogni classificazione delle popolazioni è arbitraria. Trovo disgustosa la situazione attuale e ammiro chi si oppone ma soprattutto l’ostinazione e il coraggio straordinario dei migranti», sostiene il filosofo francese.
Quella di Balibar è una considerazione che guida i saggi di J. Anderlini, G. Cometti, P. Cuttitta, J. Eczet, F. Foschini, L. Giliberti, C. Heller, C. Kobelinsky, C. Moatti, L. Pezzani, A. Pian, L. Queirolo Palmas, M. Stierl, S.Tersigni, W. Walters, dedicati all’irrigidimento dei confini interni e alla ridefinizione di quelli esterni, nello spazio europeo, e al carattere paradigmatico della condizione e delle esperienze dei migranti. «Un soggetto il cui continuo movimento nello spazio e nel tempo rappresenta una sfida a questo fenomeno di riconfigurazione delle frontiere, che assumono così la dimensione di uno spazio prismatico continuamente prodotto, ovvero, nella particolare prospettiva ‘trialettica’ suggerita da Henry Lefebvre, la risultante conflittuale tra spazi rappresentati, concepiti e vissuti», scrive Navone.
In nome del popolo. Ricerca partigiana transoceanica (pp. 246, euro 15) è invece il titolo del primo numero della rivista planetaria Liaisons, che contiene dodici saggi non firmati, ma condivisi collettivamente, provenienti da varie parti del mondo. «Siamo nati in un’era di separazioni, alle soglie dell’inabissamento di un secolo stanco. La nostra eredità politica non è figlia di alcun testamento», scrivono gli autori, citando il René Char di Fogli d’Ipnos, e quindi mostrando che pur non avendo genealogie non rinunciano a riferimenti importanti. Liaisons si pone un obiettivo ambizioso: «dar voce a una comune sensibilità, a un certo modo di porsi domande dentro il tempo della fine». E su questo primo numero afferma: «È necessaria un’attenzione alle storie particolari, a come si presentano e ripresentano all’interno di determinati contesti». A partire dai percorsi politici locali, la rivista intesse una trama di prospettive che si allontanano dalle politiche rivendicative e governamentali. Québec, Ucraina, Messico, Giappone, Libano, Stati Uniti, Corea del sud, Francia, Catalogna e Italia, sono i Paesi analizzati.
Senza dubbio i saggi dedicati alla situazione del Québec e della Catalogna sono i più interessanti perché mettono il dito nella piaga del vetusto rapporto lingua-popolo-stato e sull’inutilità, in una logica innovativa e libertaria, di concetti quali «nazioni» e «sovranità». Occorre denaturalizzare questi concetti, situarli nel contesto storico ed economico, chiedersi che cos’è un’identità, come si costituisce. In questa maniera sarà evidente la loro non-originarietà: non sono sempre esistiti, la loro invenzione deve essere smascherata. Basta guardarsi sotto i piedi, l’essere umano non ha radici e se fosse identico a ciò da cui origina avrebbe ben poco da gloriarsene. Le uniche radici umane che ci interessano sono quelle dello sradicato che cerca il contatto continuo con l’aria per purificarsi da tutte le ignominie del particolarismo, del familismo, del tribalismo, del culturalismo differenzialista e di ogni posticcia identità. In altri termini i due titoli riprendono ciò che Giorgio Agamben scriveva in un piccolo libro di molti anni fa a proposito della «comunità che viene»: essere «senza più presupposti né condizioni di appartenenza, esodo irrevocabile dallo Stato, costruzione di un corpo comunicabile».
di Marc Tibaldi

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