Nitrito
Totem Magazine, 23 gennaio 2022 Un “nitrito” metropolitano di rabbia e dolore
A Gael

Come narrarci/narrare questi tempi dopo la crisi delle narrazioni e il cambiamento generale di senso (ne parlava anni fa Lyotard nella “Società Postmoderna”), dopo che i vecchi hanno smesso di raccontare ai più giovani, un po’ perché si vergognano e un po’ perché hanno poco da raccontare? Tra quelli che “narrano”, oggi ci sono troppi frivoli cicisbei che si “infilano” nella letteratura di genere, che infestano i programmi televisivi, con un “cazzeggio” post “rothiano” (senza averne lo spessore e la raffinatezza), spesso tromboni riciclati che qualche volta malgrado loro, come orologi rotti, azzeccano anche un’opera significativa ma senza “nerbo”, con poca “cazzimma” (a tal proposito c’è nel libro un episodio proprio dedicato ad un noto scrittore italiano e al suo entourage di leccaculo) e proprio per questo vengono riproposti continuamente dal mercato, come detersivi, anche quando non hanno più niente da dire. Blanchot parlava di “Eterna ripetizione/Après coup”.
Poi arriva un ultratrentenne, arrabbiato che ti costringe a guardare dentro la vita reale, in maniera brutale, lo fa con un garbo metropolitano alla carta vetrata, con l’indifesa durezza dei nostri figli, ti rompe il giocattolo, ti dice, senza chiederlo direttamente: ma che c…. di mondo ci avete lasciato?
Ci costringe a fare i conti con le sconfitte della nostra generazione, con tutti calci in culo presi nel dare l’assalto al cielo ( ma almeno a noi resta la gioia e il divertimento di quei giorni), con quello che siamo oggi. Lo fa da una città che era il simbolo di un vivere diverso, ridiventata bottegaia e mercantile fino al midollo, utilizzando uno strumento antico, la lettera d’amore, l’amore al tempo della devastazione del neoliberismo, dopo il riflusso generazionale dei Social Forum, di Genova, con gli occhi di chi quegli avvenimenti non li ha potuti vivere per motivi generazionali (ci vuole fortuna pure a nascere).
Non è la semplice “eterna” riproposizione del dramma edipico, è qualcosa di più. La struttura narrativa è quella del romanzo epistolare, una lunga epistola di amore che chiede “brutalmente” di essere ascoltata, i romanzi epistolari sono l’ideale per raccontare la vita, funzionali nei passaggi storici importanti, sostituiscono i “racconti” davanti al fuoco di una volta, sono il passaggio mai completamente consumato dal mondo contadino alla società borghese, si rivolgono intimamente ad una o poche persone per parlare a tutti, perché abbiamo bisogno di persone che ci parlino direttamente, perché siamo tutti disperatamente soli.
Tobia Wilson Iacconi Gabriellini sceglie una sigla per firmare il suo libro, non per vanità modaiola, credo, perché questa generazione senza identità ormai una nuova identità deve costruirla dal nulla, t_w_i_g, in minuscolo. Aveva meno di dieci anni quando in quella stessa città migliaia di giovani “visionari” tentavano di costruire una utopia vivente, cercando di coniugare politica e felicità, cercando di sfuggire ad un orizzonte che appariva plumbeo e dentro cui molti furono spinti, loro malgrado, dal “potere”, calpestati, consegnati al terrorismo, alla disperazione o all’autodistruzioni della droga perché nessuno era in grado o voleva “dare” risposte. Si preferì la repressione, come è avvenuto più di vent’anni dopo a Genova e come sempre avviene quando il “potere” avverte il pericolo. “Loro” sono il prodotto anche di quei “fatti” e ci chiamano alle nostre responsabilità.
Nitrito va letto dolorosamente, “penitentemente”, è letteratura “civile” potente, è un grido che va raccolto, proprio oggi che quella generazione non omologata, resistente, precaria, dolcissima, ce lo chiede in un panorama sempre più desertificato, anaffettivo, “nullizzato”, reso ancora più ostile dalla pandemia.
Una lettura non facile, a tratti sgradevole, fatta di malessere, sesso rabbioso respirato come aria, ricerca disperata di un piacere consolatorio, resistenza, malattia e nello stesso tempo di “vita”, quella vera non quella che ci raccontano e ci raccontiamo spesso nei media mainstream, social compresi.
Perché solo la cultura ci potrà salvare e … “al culo tutto il resto” (come dice quel vecchio poeta Bolognese).
di Antonio Califano
il manifesto, 19 gennaio 2022 La poetica della rivolta scrive in nome degli altri
Nitrito di t_w_i_g (acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini), un vagabondaggio psichico che ricorda per capacità di osservazione interiore e sociale La passeggiata di Robert Walser. L’autore è un lettore onnivoro, un giovane attivista queer-femminista-eco-sociale, uno scrittore che vive le proprie idee, che riesce a raccontare di sé, del mondo, del desiderio di rivoluzione-mutazione, facendo sapientemente deflagrare il testo, quando rischia di involversi in lamentazione biografica, con esplosioni percettive e riflessioni estetiche sulla letteratura, sull’arte. Bellissimi i passaggi dedicati a Turner: “allo stesso modo in cui il Paradiso di Dante comunica con il Paradiso Perduto di Milton, Turner fa con la luce ciò che Caravaggio fa con il buio, Turner non è un paesaggista: è un pittore di fantascienza. La luce che Turner dipinge non è terrena, bensì cosmica, siderale. Che illumina e scalda, certo, ma anche che brucia, che incendia, che arde mondi e galassie. Come quelli di Kafka e di Sarah Kane, anche gli occhi di Turner non potevano che prendere fuoco. Colui che vede, ahimé, vede sempre per l’ultima volta”.
E dopo tanto tempo dalla sua latitanza nella letteratura, in questo testo ritorna con potenza il sogno, abbinato – come nei più feroci surrealisti e nel Credo di Ballard (ricordate: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli…”) – alla poesia, alla rivoluzione, all’amore, e dinamizzato dall’insubordinazione esistenziale e dalle controculture. Onironauta si definisce l’autore e sogni e visioni si fondono tra sonno e veglia. Le visioni diventano utopie e viceversa. “Non riesco a identificare l’arte con il bello, con il buono, con il gesto creatore, benefico e simmetrico. Non riesco a identificarla con la virtù o con la destrezza, e meno che mai con la ricerca della perfezione. L’arte mi appare come un’infiorescenza demoniaca, un’indagine ossessiva sul dolore causato dalla perdita della vita e dell’amore. L’arte è una malattia, e l’artista è un suicida con gli occhi incendiati e le budella esposte al freddo del mondo. E così sia. Chi non la pensa così non ha conosciuto artisti, ha conosciuto piccoli imprenditori”. “[…] Non possono bastare il sogno e la visione, non possono bastare la poesia e la prefigurazione. La letteratura potrà anche essere la tua vita, ma per quanto io la adori e ne senta in ogni istante il potente richiamo, sarei disposto a barattarla immediatamente per la giustizia sociale e la fine del capitalismo. So che non ti fidi più della lotta politica, e ti capisco: la sconfitta che avete subito e la disillusione che ne è seguita sono ferite ancora aperte, e sono quel tipo di lacerazioni che non guariranno mai del tutto. Ma dovete lasciare provare noi e quelli che verranno dopo di noi […] noi non vogliamo esordire: noi vogliamo smettere di lavorare. Noi vogliamo smettere di essere sfruttati, umiliati, divisi, parcellizzati […] Noi saremo sulle barricate a fianco di tutti i perdenti, con i migranti, i soggetti trans e queer, i cyborg, i carcerati, gli psichiatrizzati, gli animali non umani. Porteremo anche le piante, su quelle cazzo di barricate […] Dobbiamo generare parentele che vadano al di là della mera riproduzione biologica […] dobbiamo inglobare, dobbiamo attraversarci, dobbiamo migrare uno nell’amore dell’altro. Perché siamo solo una cosa, una e una soltanto: gli altri”. Verso la fine, il testo riprendi anche alcuni toni da manifesto politico/estetico. Ricordate certi passaggi del Manifesto del surrealismo e di altre opere di Breton? “Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni”, “La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà”, “La poesia e l’arte avranno sempre una predilezione per tutto ciò che trasfigura l’uomo in questa ingiunzione disperata, irriducibile, che di tanto in tanto, come una sfida derisoria, egli rivolge alla vita. Perché al di sopra dell’arte e della poesia, lo si voglia o no, sventola di volta in volta una bandiera rossa e nera”. t_w_i_g urla: “il futuro sarà queer, o non sarà affatto. Il futuro vedrà la fine del patriarcato e il capillare sfaccettarsi dei sessi e delle etnie, o sarà un futuro in cui non varrà la pena vivere”.
Nitrito è scritto in forma di lunga lettera “disperata, poetica e insurrezionale – è come un grido che sale dalle fogne delle nostre città, della vita e del mondo. Una lettera commovente, aliena, scritta da un giovane uomo con le lacrime agli occhi e la furia nel cuore”, scrive Antonio Moresco di questo libro, che merita una attenta lettura anche perché inaugura la collana “Fulmicotone” di Agenzia X, dedicata ai giovani scrittori in cerca di “scritture esplosive, impetuose, luminose”.
di Marc Tibaldi
Carmillaonline, 11 gennaio 2022 Nitrito
Registriamo una coincidenza che è un segno. Un caso oggettivo, soprattutto se ci si chiede quale sia oggi il rapporto tra scrittura e movimento: a novembre del 2021, stesso mese della ristampa di Scrittura e movimento, è stato pubblicato Nitrito di t_w_i_g (acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini), un vagabondaggio psichico che ricorda per capacità di osservazione interiore e sociale La passeggiata di Robert Walser. L’autore è un lettore onnivoro, un giovane attivista queer-femminista-eco-sociale, uno scrittore che vive le proprie idee, che riesce a raccontare di sé, del mondo, del desiderio di rivoluzione-mutazione, facendo sapientemente deflagrare il testo, quando rischia di involversi in lamentazione biografica, con esplosioni percettive e riflessioni estetiche sulla letteratura, sull’arte. Bellissimi i passaggi dedicati a Turner: “allo stesso modo in cui il Paradiso di Dante comunica con il Paradiso Perduto di Milton, Turner fa con la luce ciò che Caravaggio fa con il buio, Turner non è un paesaggista: è un pittore di fantascienza. La luce che Turner dipinge non è terrena, bensì cosmica, siderale. Che illumina e scalda, certo, ma anche che brucia, che incendia, che arde mondi e galassie. Come quelli di Kafka e di Sarah Kane, anche gli occhi di Turner non potevano che prendere fuoco. Colui che vede, ahimé, vede sempre per l’ultima volta”.
E dopo tanto tempo dalla sua latitanza nella letteratura, in questo testo ritorna con potenza il sogno, abbinato – come nei più feroci surrealisti e nel Credo di Ballard (ricordate: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli…”) – alla poesia, alla rivoluzione, all’amore, e dinamizzato dall’insubordinazione esistenziale e dalle controculture. Onironauta si definisce l’autore e sogni e visioni si fondono tra sonno e veglia. Le visioni diventano utopie e viceversa. “Non riesco a identificare l’arte con il bello, con il buono, con il gesto creatore, benefico e simmetrico. Non riesco a identificarla con la virtù o con la destrezza, e meno che mai con la ricerca della perfezione. L’arte mi appare come un’infiorescenza demoniaca, un’indagine ossessiva sul dolore causato dalla perdita della vita e dell’amore. L’arte è una malattia, e l’artista è un suicida con gli occhi incendiati e le budella esposte al freddo del mondo. E così sia. Chi non la pensa così non ha conosciuto artisti, ha conosciuto piccoli imprenditori”. “[…] Non possono bastare il sogno e la visione, non possono bastare la poesia e la prefigurazione. La letteratura potrà anche essere la tua vita, ma per quanto io la adori e ne senta in ogni istante il potente richiamo, sarei disposto a barattarla immediatamente per la giustizia sociale e la fine del capitalismo. So che non ti fidi più della lotta politica, e ti capisco: la sconfitta che avete subito e la disillusione che ne è seguita sono ferite ancora aperte, e sono quel tipo di lacerazioni che non guariranno mai del tutto. Ma dovete lasciare provare noi e quelli che verranno dopo di noi […] noi non vogliamo esordire: noi vogliamo smettere di lavorare. Noi vogliamo smettere di essere sfruttati, umiliati, divisi, parcellizzati […] Noi saremo sulle barricate a fianco di tutti i perdenti, con i migranti, i soggetti trans e queer, i cyborg, i carcerati, gli psichiatrizzati, gli animali non umani. Porteremo anche le piante, su quelle cazzo di barricate […] Dobbiamo generare parentele che vadano al di là della mera riproduzione biologica […] dobbiamo inglobare, dobbiamo attraversarci, dobbiamo migrare uno nell’amore dell’altro. Perché siamo solo una cosa, una e una soltanto: gli altri”. Verso la fine, il testo riprendi anche alcuni toni da manifesto politico/estetico. Ricordate certi passaggi del Manifesto del surrealismo e di altre opere di Breton? “Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni”, “La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà”, “La poesia e l’arte avranno sempre una predilezione per tutto ciò che trasfigura l’uomo in questa ingiunzione disperata, irriducibile, che di tanto in tanto, come una sfida derisoria, egli rivolge alla vita. Perché al di sopra dell’arte e della poesia, lo si voglia o no, sventola di volta in volta una bandiera rossa e nera”. t_w_i_g urla: “il futuro sarà queer, o non sarà affatto. Il futuro vedrà la fine del patriarcato e il capillare sfaccettarsi dei sessi e delle etnie, o sarà un futuro in cui non varrà la pena vivere”.
Nitrito è scritto in forma di lunga lettera “disperata, poetica e insurrezionale – è come un grido che sale dalle fogne delle nostre città, della vita e del mondo. Una lettera commovente, aliena, scritta da un giovane uomo con le lacrime agli occhi e la furia nel cuore”, scrive Antonio Moresco di questo libro, che merita una attenta lettura anche perché inaugura la collana “Fulmicotone” di Agenzia X, dedicata ai giovani scrittori in cerca di “scritture esplosive, impetuose, luminose”.
di Marc Tibaldi
Lettura - Corriere della Sera, 9 gennaio 2022 Lettera di rabbia e di altri amori
L’opera dell’esordiente _t_w_i_g_ è la lunga mmissiva di un alternativo Peter Pan

Una lunga lettera d’amore e rabbia a un’amica è l’occasione per il racconto di una vita fatta di crisi e opposizione al sistema del presente. Scorre tra il nervoso e l’idealistico, il grottesco e l’estremo, la scrittura di _t_w_i_g_, nome d’arte e acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini, nel suo esordio Nitrito, primo titolo di Fulmicotone, nuova collana di narrativa italiana di Agenzia X curata nella scelta e nell’editing da un collettivo di giovani.
L’autore, situato da «qualche parte e in qualche momento del 2019», si rivolge alla «Dolce Lucrezia» per spiegarle come si trova nella nuova città in cui è arrivato da non molto insieme al compagno d’avventure Merendino, entrambi inquilini abusivi a casa di una coppia di amici, Elisa e Matteo. Trentasette anni, lavora in un’enoteca di cui odia i clienti finto-colti di sinistra e per la prima volta è costretto a una vita sana perché ha un quadro clinico simile a «una cattedrale in rovina» che va da una grave esofagite a un insopportabile acufene ribattezzato Cherosene.
La situazione è il frutto di quindi anni di abuso di alcol e droghe e di una vita insonne, ma ricca di passioni politiche e incontri, passata ne «La Casa dei Pirati», palazzo occupato ricordato come un paradiso perduto caotico in cui Lucrezia, la destinataria della missiva, era la Wendy del gruppo di «bimbi speduti» composto di alternativi Peter Pan. I fatti sono pochi ma fanno da trampolino alle molte divagazioni, alcune ricorrenti, dai temi e toni diversi. L’ossessione letteraria è frequente, all’ombra di un autore contemporaneo estremo come Antonio Moresco, nominato spesso nelle pagine come amico e maestro, ma risolta in modo ambiguo. Si va da un politico «i libri sono contropotere. E la rivoluzione e la poesia sono germogli dello stesso stelo», a un ombelicale «sempre più spesso mi trovo a pensare di essere proprio io, il mio più grande romanzo».
In altri momenti, entra un risentimento che non è semplicemente per un futuro precario, ma più complesso e articolato, arrivando a utopie come: «Il futuro sarà queer o non sarà affatto»; seguito da sogni di rivolta. Anche se altrove, comunque, si sente schiavo della pornografia, della masturbazione e del sesso come lo viveva con la sua ex, Miriam.
Gli ideali e la quotidianità fanno spesso a pugni tra loro e il divincolarsi sta in una via di mezzo che sembra fatta di sogni, come nello sperare che Lucrezia torni per vivere insieme come un tempo almeno per qualche giorno, in attesa di azioni che cambino il mondo. Per queste ultime, bisogna tornare a essere uniti, ma la dispersione degli amici in rivolta e l’instradamento nei canali classici della società capitalistica ha il sopravvento.
Il risultato del testo è discontinuo, ma l’autore stesso definisce «un libello sghembo» quanto va scrivendo con un cuore «colmo di pece» perché: «Non mi è chiaro se siano i sogni infranti a generare il dolore, o se invece è il dolore stesso a consumarli dall’interno». La domanda è senza risposta e crea un andamento denso e altalenante, bello nel suo disordine, in bilico tra luce e fallimento generazionale.
di Alessadro Beretta
neutopiablog.org, 10 dicembre 2021 Tu non sei un cavallo | Due parole su «Nitrito» di t_w_i_g
La vita è una serie di porte chiuse, non è vero?
(BoJack Horseman, episodio 9, prima stagione)

Una sera di qualche anno fa, un noto esponente della scena punk hardcore milanese mi disse, a proposito di un gruppo in cui suonavo: “Non sempre capisco o apprezzo tutto quello che fate, eppure siete fra le poche band che riescono a parlare del presente”.
Lo presi come un complimento, e da allora, quando devo dare un’opinione su un qualsiasi prodotto culturale, una delle domande che mi pongo è: quanto riesce a raccontare il mondo in cui viviamo?
Fra le poche realtà editoriali che rispondono a questo prerequisito c’è Agenzia X, il – a detta loro – “laboratorio editoriale che pubblica libri, organizza corsi di scrittura e iniziative pubbliche di promozione culturale”.
Intendiamoci, molto spesso alcune loro uscite mi sono sembrate incomprensibili, ma nell’asfittico ambiente letterario sono fra i pochissimi che riescono a tenere un piede ben saldo sul presente anche quando guardano al passato; impossibile a tal proposito non citare la loro ultima uscita Schiavi nella città più libera del mondo, la storia dei RAF Punk e della scena anarchopunk bolognese anni ’80 raccontata da Laura Carroli.
Proprio per questo ho subito drizzato le antenne quando mi fu detto che stava per uscire il primo libro di una collana dedicata ad autori e autrici italiane “esordienti” (qualsiasi cosa voglia dire, dato che oggi a meno che non sei Baricco pare che esordiente sei per sempre) chiamata Fulmicotone, il nome “volgare” della trinitrocellulosa, un esplosivo usato per armi da fuoco e per il flash delle prime macchine fotografiche.
La prima uscita è il romanzo d’esordio di t_w_i_g, acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini, scrittore che si è fatto conoscere con innumerevoli racconti, molti dei quali pubblicati sulla rivista «Il primo amore».
Due parole sul titolo, Nitrito: inizialmente l’avevo interpretato come “nitrito di amile”, il vasodilatatore più conosciuto come popper che viene spesso inalato per divertimento dagli adolescenti (N.B. funziona meglio per fare sesso), forse associandolo al nome della casa editrice (il fulmicotone si ottiene dal nitrato di ammonio, però, non dal nitrito).
Invece, durante la lettura del libro, mi sono accorto che il titolo rimanda al verso del cavallo, ed effettivamente il termine è ben più calzante: c’è qualcosa di cacofonico, di isterico e soprattutto di spazientito in questo suono acuto che emettono gli equini soprattutto in situazioni di profondo stress o eccitazione.
Il romanzo è una lunga lettera di un trentenne in lotta con una vita che lo schiaccia, che passa da dichiarazioni d’amore a momenti di rabbia sorda a sguardi sulle proprie infinite idiosincrasie, ed è effettivamente il nitrito di un cavallo sfiancato: c’è tutta la storia di una generazione, la mia fra parentesi, che deve fare i conti con dei fallimenti quasi esistenziali, che producono un incessante rancore verso il mondo.
Una lettera che contiene in sé una serie di “romanzi condensati”, per dirla alla Ballard, che vanno a formare un mosaico triste ma affatto passivo.
Il libro non fa sconti a niente: l’amore è una casa che non reca conforto, la malattia (o l’idea di tale) un pensiero fisso, la noia uno stato dell’animo perenne, e mentre leggiamo ci rendiamo conto non solo di quanto ci ritroviamo nell’autore di questa lettera, ma anche di quanto noi “millennials” e contigui siamo la generazione più punk di tutte senza neanche essere riusciti a produrre musica più decente dell’orribile indie che abbiamo suonato (non io, a dirla tutta, ma infatti non sono famoso come musicista). Del resto Stewart Home nel suo saggio Marci, sporchi e imbecilli diceva che il punk più genuino è quello che fa del fallimento la sua raison d’etre.
Ma non c’è solo marcescenza e nichilismo, nel libro di t_w_i_g: c’è una passione politica che ribolle nell’abisso e che esce fuori in alcune pagine che, personalmente, ho trovato le più deboli dell’opera (ma del resto non ho mai visto un autore italiano che riuscisse a parlare di politica senza fare retorica), e c’è soprattutto quello che pare salvare noi sommersi, ovvero l’affetto e l’amicizia.
Non è un caso che uno dei pamphlet politici più importanti, nonché pieno di strafalcioni terrificanti, degli anni ‘10 si chiamasse A nos amis, ai nostri amici.
Sembra che in questi tempi quello che tante persone vogliono salvare sono le amicizie, gli amori, gli affetti, ed effettivamente anche dal libro pare trasparire questo.
Del resto una delle evoluzioni del primissimo punk inglese fu dettata dal gruppo Sham 69 che gridava “If the kids are united, they will never be divided”.
Ed è forse non un caso che questo libro esca a poche settimane dall’exploit di Strappare lungo i bordi, la serie Netflix scritta da Zerocalcare, un’altra storia di un trentenne che si sente perso in questo mondo, e dall’uscita di Noi, loro, gli altri, l’ultimo album di Marracash che in tantissime canzoni fa un po’ il punto sui successi e soprattutto sui fallimenti di questi anni.
Forse la generazione dei trenta/quarantenni sta incominciando a sentire la necessità di trovare una voce collettiva che ruggisca (anzi, nitrisca) i propri disagi.
Una cosa è certa, la nuova collana Fulmicotone parte col botto con un libro non perfetto, ma che ha l’immenso pregio di rispondere alla mia domanda affermativamente: parla del presente, per quanto cupo possa essere.
di Luca Gringeri

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