Mutate or die
A-Rivista anarchica, luglio 2020Mutare per sopravvivere. Un collettivo in anticipo sui tempi
Stona leggendaria, quella del collettivo Mutoid Waste Company, incarnazione della cultura “cyberpunk” sin dagli anni ‘80, ancor prima che il termine stesso fosse coniato dall’autore di fantascienza William Gibson. Nell’84, infatti, questi anarcopunk stavano già folgorando Londra e la campagna britannica con feste illegali allestite in scenari degradati, piene di surreali mezzi di locomozione e mostruose creature costruite assemblando rottami e rifiuti, in un mix di musica tribale, body art, performance di teatro radicale in stile Living Theatre, costumi, effetti pirotecnici, sculture e scenografie d’ispirazione techno-punk.
Il mondo dei Mutoid è stata la pietra di volta in cui si sono incontrati la cultura nomade dei traveller, il punk politicizzato di gruppi come i Crass e la mentalità più aperta e festaiola della generazione rave. Nella Londra del thatcherismo, le loro feste diventano una spina nel fianco dei governi che si succedono fino agli anni ‘90, quando la repressione, diventata insostenibile, li costringe a oltrepassare la Manica con enormi e scenografici camion per zigzagare in Europa, prima Amsterdam e Berlino, poi Parigi e l’Italia: viaggiavano e occupavano, portando la propria arte in programmi televisivi, gallerie d’arte, rave illegali, manifestazioni di protesta, centri sociali e teatri sperimentali. Il loro immaginario post-apocalittico si è materializzato in posti impensabili come il muro di Berlino, attraverso il quale tentarono di far passare un gigantesco uccello della pace, da Ovest a Est, anticipando la caduta di tre mesi, o piazza San Pietro a Roma, nell’inverno del ‘91, all’inizio della Guerra del Golfo, dove abbandonarono un carro armato mutoide con il cannone puntato in direzione della finestra del Papa.
Poi, qui in Italia, curarono le scenografie e i costumi della sigla della trasmissione Avanzi, dopo una controversa apparizione in un programma condotto da Raffella Carrà. Parte della Mutoid Waste Company vive oggi a Santarcangelo di Romagna, dove si è stabilita nel 1990 fondando Mutonia, una comune artistica che ha evitato lo sgombero grazie al supporto della comunità locale. La convenzione con il comune firmata nel 2015 riconosce formalmente la loro comunità e il futuro del sito, ma soprattutto dimostra l’importanza di unirsi nelle lotte per “progettare e difendere la realizzazione di un sogno comune”.
Oggi, dopo quasi quarant’anni, i Mutoid portano avanti progetti molto diversificati e le loro creazioni si possono trovare anche in alcune gioiellerie, oltre che nei maggiori festival musicali, dagli Stati Uniti al Giappone, che restano la principale fonte di reddito collegata al mondo delle feste. Nel 2012 a Londra hanno allestito la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi, ottenendo riconoscimento dalle istituzioni inglesi che vent’anni prima li avevano perseguitati. La loro mirabolante arte ecologica ha ispirato generazioni di creativi e la loro estetica ha fatto scuola, come dimostrano l’esplosione della warehouse art e del fenomeno steampunk, nonché l’affezione di illustri collezionisti delle loro opere, come l’icona dell’arte contemporanea Damien Hirst.
Finalmente è uscito un libro, Mutate or die. In viaggio con la Mutoid Waste Company scritto dall’esordiente Rote Zora, appassionata di body suspension e controculture con formazione in Storia dell’Arte, che racconta nei dettagli questa avvincente storia costellata di colpi di scena, concentrandosi nel far emergere gli aspetti più rivoluzionari e attuali: il ruolo fondamentale delle donne all’interno del collettivo; l’importanza dell’arte del riuso creativo; l’impostazione della performance come azione politica o come esorcismo dalle paranoie collettive; la lungimiranza di una visione votata all’idea di impermanenza e reinvenzione di se stessi, che vede l’incessante mutazione come unica via di sopravvivenza.
Si parla di un’arte del “rifiuto” sia “in termini di strategia esistenziale sia in chiave creativa”. Gli eventi sono narrati in ordine cronologico grazie a un attento lavoro di editing sulle numerose testimonianze raccolte dai protagonisti, con raggiunta di una sezione fotografica a colori che restituisce al meglio l’atmosfera retrofuturista.
Le interviste scavano nel profondo, in un magico incrocio di specchi tra le tante voci narranti che rievocano ricordi personali senza mai deviare troppo dal significato collettivo delle esperienze. La scrupolosa e appassionata curatela di Marco Philopat e Paola Mezza, autrice peraltro di molte delle vecchie foto raccolte in appendice, chiude il cerchio di una lunga amicizia con i Mutoid, risalente all’epoca in cui il collettivo italiano “Decoder” suggerì di invitarli nel nostro paese, ovvero quel fatidico 1990 in cui, al Festival dei Teatri di Santarcangelo, nello stile di alcuni episodi narrati nel libro, avvenne questo cruciale incontro tra punk italiani e punk inglesi, destinato a mutare per sempre le rispettive storie e anche quelle di molti di noi.
Tobia D’Onofrio
Libertà, 5 luglio 2020Mutoid Waste Company: «usa e riusa». E un altro mondo resta possibile
La Mutoid Waste Company è stata ed è una delle esperienze più innovative, creative, surreali, ma altrettanto pragmatiche e inserite nel contesto sociale attuale, degli ultimi decenni.
Una comunità nata negli anni ‘80 in Inghilterra, in reazione alle politiche di Margaret Thatcher che smantellarono il welfare in Gran Bretagna a scapito delle classi meno abbienti, introducendo di fatto la devastazione attuale, modalità poi diventata un modello per tanti governi in ogni parte del mondo. Un gruppo di artisti di strada, itineranti, alla ricerca di un modello di vita alternativo a quello capitalista-consumistico imperante. Attraverso il riutilizzo di materiale diventato rifiuto costruivano ingegnose e spettacolari macchine, utilizzate per spettacoli di assoluta avanguardia ma soprattutto un’identità e un modello di vita nuovi. Che non prevedeva un luogo fisso in cui vivere. Si adattavano negli squat (le case sfitte e occupate londinesi) o in spazi abbandonati (nella ora gentrificata e ripulita Oxford Street c’erano ampi luoghi totalmente vuoti). Subirono una repressione sempre più asfissiante e violenta da parte delle autorità britanniche, che li costrinse a lasciare l’isola e a spostarsi in Europa.
Dice Emma, tra le pioniere: «Viviamo secondo la mutazione per dimostrare ogni giorno che uno stile di vita alternativo è possibile». In Europa fecero la spola tra Amsterdam e Berlino (dove organizzarono un clamoroso spettacolo a cavallo dell’ancora esistente Muro). Alla base c’è il concetto del “Do It Yourself” e del “No Future” mutuati dal primo punk, trasportati in una difficile e complessa vita reale. Ovvero il “fai da te” che non attende aiuti esterni, ma agisce con quello che ha e che può, a cui si contrappone, paradossalmente, quasi un ossimoro, una visione senza futuro.
Sottolinea Marco Philopat tra i responsabili della casa editrice Agenzia X che ha appena pubblicato un libro sull’esperienza dei Mutoid, Mutate or die di Rote Zora: «I Mutoid erano allora all’avanguardia perché avevano posto l’accento sul concetto del “Do It Yourself” riciclando tutta la merda che la società capitalista buttava via per farla diventare opera d’arte, quando nessuno ci aveva mai pensato». Il “DIY” rimane un’idea e un incredibile stimolo per i giovani ma anche per tutti i lavoratori del mondo.
Nel loro peregrinare trovarono “casa” a Sant’Arcangelo di Romagna, in uno spazio alla periferia, sulle sponde di un fiume. Furono accolti, dopo una breve diffidenza iniziale, a braccia aperte dalla popolazione locale che non esitò a dare loro una mano. Nacque così la “cittadella” Mutonia che nel tempo, per evitare possibili sgomberi, è stata definita «luogo di interesse artistico» e preservata da qualsivoglia appetito immobiliare. In molti hanno messo le radici, i loro figli sono andati nelle scuole locali, i genitori trovato lavoro e “integrazione”, senza mai rinunciare al carattere ideologico con cui è nata questa incredibile esperienza artistica né a proseguire con la loro creatività. In tanti altri si sono sparsi nel mondo e ora ci sono Mutoid ovunque, dall’America, all’Australia, in mezza Europa a portare avanti il concetto che un altro modo di vivere è possibile. Dice Joe: «Un Mutoid ha la naturale sorpresa dei bambini quando scoprono cose nuove e ha l’ispirazione artistica del genio quando trova oggetti unici. Abbiamo la natura degli artisti, l’immaginazione dei bambini e la responabilità degli adulti. La nostra idea di mutazione è una forma di natura umana che è unica e indivisibile».
Il libro citato ne descrive alla perfezione e con passione le vicende, attraverso le testimonianze dei diretti protagonisti e un compendio fotografico che ne riassume bene lo spirito. I Mutoid mettono al bando la neonata cultura dell’usa e getta, in virtù di una cultura che potremmo chiamare dell’usa e riusa. Se il pezzo di rottame può essere metafora di decadimento umano e isolamento sociale, le sculture di scarti mutanti traducono per contrappasso la condizione di rifiuto umano nell’attitudine alla negazione dei valori veicolati dal capitalismo (come privatizzazione, subordinazione e alienazione) e nel rigetto del sincopatico ritmo di vita ed economico del “Produci, consuma, crepa”.
Sono stato ospite a Mutonia nei primi anni ‘90: rimane una delle esperienze più particolari e suggestive che abbia mai fatto. Sì, un altro mondo è possibile.
di Antonio Bacciocchi
www.varesenews.it, 24 giugno 2020 Mutate or die. In viaggio con la Mutoid Waste Company
Si intitola Mutate or Die, in viaggio con la Mutoid Waste Company, pubblicato da Agenzia X Edizioni, ed è l’opera che segna il debutto di Rote Zora, al secolo Elisa Fosforino. Nel libro racconto, basandosi soprattutto su interviste, l’autrice racconta la storia del gruppo Mutoid Waste Co. nato a Londra negli anni della Thatcher dall’incontro di artisti, attivisti e meccanici per creare sculture ad alto contenuto distopico, recuperando materiale di scarto. Con le loro performance hanno anticipato e influenzato la cultura rave e molte delle pratiche sociali che si sono opposte al grande business delle multinazionali dell’intrattenimento. Ogni azione e creazione mutoide strizza l’occhio all’immaginario distopico e cyberpunk della letteratura di fantascienza (Gibson, Philip Dick ma anche Burroughs e altri) e di fumetti come 2000 A.D. Fin dall’inizio hanno scelto di vivere in comunità all’interno di edifici e capannoni dismessi o costruendo villaggi a impatto zero nelle zone abbandonate, come Mutonia a Santarcangelo di Romagna, convertendo camion, bus e furgoni in case sempre in movimento. I Mutoid sono ancora oggi molto conosciuti e riconosciuti come precursori di una particolare lettura della junk art/culture. Joe Rush, fondatore del gruppo, ha curato la chiusura delle Paralimpiadi di Londra nel 2012. All’inizio degli anni novanta l’intera comunità di artisti si spostò in Italia, nei pressi di Santarcangelo di Romagna, installandosi in una vecchia cava lungo il fiume Marecchia, di proprietà demaniale, creando un “villaggio degli scarti” che chiamarono Mutonia.
tonyface.blogspot.com, 24 giugno 2020 Rote Zora – Mutate or die
La Mutoid Waste Company è stata ed è una delle esperienze più innovative, creative, surreali ma altrettanto pragmatiche e inserite nel contesto sociale attuale, degli ultimi decenni. Artisti di strada, itineranti, alla ricerca di un modello di vita alternativo a quello capitalista/consumistico imperante che la Tatcher (nacquero nei primi 80 in Inghilterra proprio in reazione alle sue modalità politico sociale che smantellarono il welfare in Gran Bretagna) espresse nel peggiore dei modi, aprendo la strada alla devastazione sociale attuale. Attraverso il riutilizzo di materiale diventato rifiuto costruirono ingegnose e spettacolari macchine ma soprattutto un'identità e un modello di vita nuovo.

«Viviamo secondo la mutazione per dimostrare ogni giorno che uno stile di vita alternativo è possibile.» (Emma)

Alla base il concetto del Do It Yourself e il No Future mutuati dal primo punk, trasportati in una difficile e complessa vita reale.

«I Mutoid erano allora all'avanguardia perché avevano posto l'accento sul concetto del DIY, riciclando tutta la merda che la società capitalista buttava via per farla diventare opera d'arte, quando nessuno ci aveva mai pensato. Il DIY rimane un'idea e un incredibile stimolo per i giovani ma anche per tutti i lavoratori del mondo.» (Marco Philopat).

Trovarono "casa" a Sant'Arcangelo di Romagna dove tutt'ora la loro comunità MUTONIA risiede. Il libro ne descrive alla perfezione e con passione le vicende attraverso le testimonianze dei diretti protagonisti e un compendio fotografico che ne riassume bene lo spirito.

«I MUTOID mettono al bando la neonata cultura dell'usa e getta, in virtù di una cultura che potremmo chiamare dell'usa e riusa. I rifiuti prendono sembianze zoomorfe e antropomorfe, i veicoli diventano fantasmagorici mezzi di trasporto o bizzarre case su ruote, mentre gli edifici abbandonati vengono occupati per viverci dentro. Se il pezzo di rottame può essere metafora di decadimento umano e isolamento sociale, le sculture di scarti mutanti traducono per contrappasso la condizione di rifiuto umano nell'attitudine alla negazione dei valori veicolati dal capitalismo (come privatizzazione, subordinazione e alienazione) e nel rigetto del sincopatico ritmo di vita ed economico del PRODUCI, CONSUMA, CREPA.»

Andai a Mutonia nei primi anni 90 e rimane una delle esperienze più particolari e suggestive che abbia mai fatto...

di TonyFace

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