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Mingle with the Universe

Marynowhere.com , 3 febbraio 2024 Eric Andersen, quando l’invisibile diventa visibile

«L’ispirazione è qualcosa che sta dappertutto e da nessuna parte. Sta lì quando meno te l’aspetti, e non arriva quando ne hai bisogno. È qualcosa che vortica nell’aria. Ti può anche arrivare veloce come lo scirocco del deserto. O annientarti come un uragano… Il respirare accende la creatività e divieni un veicolo di scrittura, tu stesso in fiamme – un condotto di scrittura che comunica cose e riceve cose da altri mondi. L’artista diventa dunque un trasmettitore di ciò che vede e ciò che ascolta. A mio giudizio, il fine di ogni vero artista è di fare che l’invisibile sia reso visibile.»
Così Eric Andersen descrive, in una lunga conversazione con Marco Fazzini e Roberto Jacksie Saetti, la genesi del proprio processo creativo e la finalità dell’atto artistico. Ma nella medesima intervista, intitolata “Riflessioni e confessioni di un artista”, il cantautore di Pittsburgh tocca tanti altri argomenti: gli inizi della propria carriera, il suo interesse per la letteratura e i suoi progetti discografici dedicati a scrittori come Byron e Camus, la classifica dei suoi libri e film preferiti. Lo scambio di idee, in versione italiana e inglese, non è che uno dei tanti capitoli che compongono il volume Mingle with the Universe. A Sixty-year Career Celebration of Eric Andersen, curato dagli stessi Fazzini e Saetti e recentemente pubblicato da Agenzia X. 
Il libro ripercorre la carriera del “Songpoet” (l’appellativo è anche il titolo di un recente docufilm dedicato ad Andersen diretto da Paul Lamont) attraverso sei decenni e offre al lettore una presentazione dell’artista da molteplici punti di vista: attraverso le sue stesse parole, tramite una selezione di testi delle sue canzoni più amate – da Violets of Dawn a Salt on Your Skin – e tramite il contributo di numerosi scrittori, giornalisti, docenti e musicisti, tra i quali Anthony De Curtis, Gregory Dowling, Michele Gazich e Paolo Vites. 
La sequenza di capitoli in italiano, in inglese o bilingue, con il testo originale a fronte, delinea un ritratto complesso e sfaccettato del cantautore, i cui tratti distintivi sono la profonda cultura, una passione insaziabile per la lettura e il bisogno di ricercare sempre nuovi stimoli, anche attraverso i viaggi e i trasferimenti: Andersen, infatti, dopo aver vissuto negli anni Ottanta in Norvegia, risiede ora stabilmente in Olanda con la moglie Inge. 
Ma tanti altri elementi emergono, soprattutto riguardo agli anni Sessanta, periodo in cui Eric contribuì alla nascita della figura del singer-songwriter insieme ad altri sodali come Phil Ochs, e, naturalmente, Bob Dylan. Andersen si distinse sulla scena cantautorale per il proprio stile introspettivo e riflessivo, caratterizzato da liriche intimiste ed intrise di echi letterari, che lo qualificò nel tempo come membro della cosiddetta “Me Generation” insieme a figure quali James Taylor, Jackson Browne e Joni Mitchell. 
In quel periodo così ricco di fermenti culturali e sociali egli ebbe un rapporto privilegiato con Allen Ginsberg ed altri esponenti della Beat Generation, condivise per un paio d’anni il manager Brian Epstein con i Beatles, manifestò a più riprese l’esigenza di scrollarsi di dosso l’etichetta di folksinger e partecipò ad un film di Andy Warhol nel 1965, a dimostrazione del fatto che la scena folk più “impegnata” e quella variopinta e trasgressiva della Factory non fossero poi così distanti, essendo entrambe figlie del Greenwich Village. Vengono poi ricordate le sue durature ed affettuose amicizie con Janis Joplin, Joni Mitchell e Patti Smith e la collaborazione con Lou Reed. Molto spazio viene dedicato al valore di spartiacque rappresentato dall’album Blue River (1972), senza dubbio uno dei suoi capolavori. E non mancano i viaggi e soggiorni europei, in Norvegia, Italia, Olanda e altrove, che hanno reso Andersen un artista europeo, oltre che statunitense. 
Eric giunse nel nostro Paese per il suo primo tour nel 1980; successivamente strinse amicizia con gli stessi Saetti e Vites e grazie a quest’ultimo incontrò Fernanda Pivano, traduttrice italiana degli autori della Beat Generation. Ricordiamo anche che Saetti e Vites sono gli autori di Ghosts Upon the Road (2018), il primo libro italiano dedicato al songwriter, la cui introduzione “Italy, Crazy River” è inserita nel presente volume. In Italia Andersen iniziò la collaborazione con il violinista Michele Gazich, che per seguirlo in tour rinunciò alla carriera accademica, grazie al “mitico” Carlo Carlini, organizzatore di concerti di Sesto Calende che aveva portato nel Belpaese i più grandi musicisti d’oltreoceano. E proprio qui da noi, a testimoniare la lunga storia d’amore con il nostro Paese, è stato pubblicato l’ultimo lavoro discografico del Songpoet, Foolish Like the Flowers. Si tratta di un live registrato a SpazioMusica Pavia (storico locale, ora chiuso) nel 2019 con la Queen of Swords Scarlet Rivera al violino, Paolo Ercoli al dobro e Cheryl Praskher alle percussioni, uscito per l’etichetta Appaloosa Records il 14 febbraio 2023 in occasione dell’80mo compleanno di Eric. 
Nato il giorno di San Valentino, Andersen è anche, probabilmente, il cantautore americano che, insieme a Leonard Cohen, ha maggiormente indagato il cuore umano e la “difficoltà di costruire relazioni affettive che durassero nel tempo, cercando di capire il peso, l’affanno e il valore di una relazione nel contesto della quotidianità” (Vites, p. 188). L’amore, per Eric, è spesso passione, sensualità, fugacità di un rapporto one-night-stand che però rivela un profondo bisogno di condivisione; questo interesse per l’intimità non ha esentato tuttavia il songwriter dal rivolgere la sua attenzione al mondo esterno e ai problemi del suo tempo (i rigurgiti nazisti, l’ambiente, i diritti civili) soprattutto nell’ultima parte della sua produzione. 
Di grande interesse, poi, è il già citato rapporto tra Andersen e la letteratura, con autori come Baudelaire, Rimbaud e Byron tra le sue fonti di ispirazione, oggetto di riflessione nell’ultima parte del libro. Il poeta inglese, in particolare, lo ha attratto per la sua natura ribelle ed anticonformista (fu il primo “Bad Boy of Rock”, a detta di Eric) ancor più che per il suo status di eroe romantico. Dalle sue composizioni il cantautore ha tratto numerose canzoni, scritte durante un soggiorno in Italia e confluite nel concept album del 2017 Mingle with the Universe. The Worlds of Lord Byron (il titolo è tratto da un verso del poema Childe Harold’s Pilgrimage). Dopo due recenti full length in cui ha musicato i testi di Albert Camus e Heinrich Böll, il prossimo album di Andersen costituirà un altro capitolo della “Writer Series” e sarà dedicato ad un altro gigante della poesia, Federico García Lorca. 
Lo scorso dicembre Eric ha ricevuto il Premio Dubito International alla carriera, attribuitogli dagli organizzatori del Premio Alberto Dubito di Poesia con Musica, un concorso che da undici anni premia artisti sotto i 35 anni e si svolge con manifestazioni in tutta Italia. Il cantautore si è esibito in un breve set acustico al fianco di giovani performers e attivisti in uno dei luoghi storici dell’underground milanese, il COX18 di Via Conchetta. Una giusta gratificazione per il Songpoet, autentico troubadour nei nostri tempi, che negli ultimi sessant’anni ci ha donato autentiche perle sotto forma di canzoni e che, con il libro Mingle with the Universe riceve un ulteriore e doveroso riconoscimento. 
«Dedicated to all the writers who made the invisible become visible. May you always write free.» (Eric Andersen)

di Mary Nowhere

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