Milano emotiva
Duluth Comics, luglio 2022 Milano emotiva
Per darvi delle coordinate utili per capire cos'è Milano emotiva potrei cominciare a dirvi che si tratta di un'autobiografia. Toglietevi però dalla testa le derive intimiste ed egotiche del genere perché Holly Heuser punta dritto alle vostre viscere.
Lo fa mostrandoci le sue, in un flusso di coscienza grafico urlatissimo che vuole replicare tanto i patimenti della carne quanto i labirinti del pensiero. Liberata dall'intralcio di qualsiasi trama o intreccio, l'autrice ci mostra gli aculei che la pungono e le spire che la stritolano, mira a trasmetterci quel dolore in maniera diretta facendo riverberare in ogni elemento (che sia scritta, disegno o fotografia) forme acuminate o budelli attorcigliati.
La scrittura è frastagliata, spezzata, con i bordi vivi. Tagliente perché rifiuta le frasi e i paragrafi per vivere invece quasi solo di parole singole, scelte e ripetute da Holly Heuser in maniera precisa e ossessiva come a suggerire l'eterno ritorno delle lotte che evocano e delle rivendicazioni che esprimono (non a caso un ritorno che è costantemente evocato da una gestione del tempo inusuale, scandita da eventi naturali come mestruo e stagioni e non da orologi).
L'esperienza di lettura è coinvolgente e realmente immersiva, capace di restituire l'idea di un corpo che, proprio in virtù di ciò che prova ed esprime, è inevitabilmente lotta e rivendicazione politica, sociale ed emotiva. Difficile trovare un fumetto così profondamente politico e carnale, difficile immaginarlo ambientato altrove. Il corpo di Holly Heuser è infatti anche il filtro per un racconto mai scontato della città di Milano, la ricerca di un'impossibile sincronia tra persone e città, strade e pensieri, corpi e vagoni della metro.
di Matteo Contin
www.esquire.com, 29 giugno 2022 Milano emotiva, una dichiarazione d’amore al veleno
Milano smart city, M5, Bosco Verticale. Milano-Cortina, NoLo, riqualificazione urbana. Ma anche Milano Psicosi, metro verme sotterraneo, Torre UniCredit castello di cadaveri. Milano veleno, Gae Aulenti cimitero, polveri sottili. In altre parole, Milano emotiva.
Milano emotiva. Diario illustrato di psicogeografia urlata di Holly Heuser (2022, Agenzia X) è un’opera ibrida, uno scarto della produzione capitalista, un viaggio a fumetti nella psiche dell’autrice che non si risparmia distorsioni, frantumazioni, distruzioni. Tra pennarelli neri, matite che sovrascrivono le tavole, collage, testi allucinati, mappe cerebrali e foto strappate, Holly Heuser ci porta all’interno di un claustrofobico universo intestinale, la sua Milano. Nei meandri della gentrificazione meneghina, sfogliando le dense e intense pagine di questo lavoro, non viene difficile immaginarci Heuser seduta sul verme metropolitano a disegnare ossessiva su taccuini, quaderni, moleskine rubate in qualche store in Stazione Centrale, mentre Milano, intenta a precedere il futuro, corre velocissima completamente disinteressata alle sue vicende.
Formatasti tra writer, punx e DIY, ora Holly Heuser è costretta a convivere con le riqualificazioni urbane e i grattacieli di vetro del capoluogo lombardo, tra lavori alienanti e crisi personali, e ancor più tra slanci emotivi («Milano sei bellissima quando sei vuota»), critica sociale («esiste solo il lavoro, esiste solo il consumo») e psicosi emotive («non mi va di essere ragionevole, di lavorare alla Rinascente, di tagliarmi i capelli, di pare per smestruare, di sorridere quando non mi va»), Milano emotiva suona così come una velenosa dichiarazione d’amore, di quelli amori che non ti fanno rendere conto di essere dentro ad una relazione tossica. Tossica come l’aria della metropoli.
Nel verme metropolitano, Holly Heuser è l’acido che corrode, è l’impurità del sistema come quei writer, punx, figli del DIY che la città rifiuta ed emargina, ma che è pronta ad accettare qualora riconvertissero il loro pensiero in versione patinata, brandizzabile, pubblicizzabile. Come scrive Vanni Santoni nella prefazione, Holly Heuser non si denuda, ma «salta direttamente quel passaggio e viene a sbudellarsi davanti al lettore».
Milano emotiva è la notte di Milano, in cui anche nelle serate migliori le stelle non si possono vedere, schiacciate dall’inquinamento luminoso della contemporaneità. Ma anche questa coltre ha il un suo fascino, che ogni giorno porta migliaia e milioni di persone a spostarsi da una parte all’altra della sua geografia, nell’amato e multicolorato verme metropolitano.
di Mattia Barro
www.che-fare.com, 28 giugno 2022La #milanoemotiva di Holly Heuser
L’appuntamento con Holly Heuser è in piazza Gae Aulenti. Dovevamo vederci alle nove di sera, poi Holly mi ha scritto su WhatsApp per dirmi che era in anticipo. Quando arrivo è già buio da un pezzo. Alla fine vedo un braccio e una mano che si muovono tra le tenebre nel parco. È lei che mi fa un cenno da lontano. Holly è appoggiata su una delle lunghe sedute di legno prospicienti il neon azzurro di IBM. Milano emotiva è il titolo del suo primo lavoro pubblicato. È uscito per la storica casa editrice Agenzia X. Si tratta di un diario illustrato, diviso in quattro movimenti: autunno milanese, inverno milanese, primavera milanese, estate milanese. Il libro mi ha conquistato fin dalle prime pagine, dove l’occhio è affrontato dall’apparizione barocca di una serie di grandi cuori, trafitti da spine, chiusi da lucchetti o contrassegnati dall’icona di un piccolo teschio al centro.
Milano emotiva è un libro smanioso, caotico, attraversato da desiderio e romanticismo. Verbi e sostantivi si concatenano con modalità liriche e poetiche. Elementi grafici e verbali si giustappongono con la vitalità di un testo beat. Non c’è frase più lunga di un paio di righe. Troviamo nude affermazioni, come: «Amo vivere»; «Sento il verme»; «Sento tutta la città». E poi preghiere: «Stai qui con me», «Leave me alone». Dichiarazioni apotropaiche: «Non avere paura della fine». Slogan e status: «Moda idiota», «Milano infinita». Epifanie sulla realtà di Milano: «Esiste solo il lavoro». Aforismi: «Conosce veramente solo chi odia veramente». Flash topografici: «Famagosta», «Maciachini-Farini-Alserio-Valtellina». L’io narrante è nervoso, emotivo. Emo. Ricorrono le vedute dell’interno di un autobus, di una carrozza del tram, di una scala mobile, di una banchina della metro. Sono disegnate con una prospettiva astringente che ricorda l’angusta cameretta da hikikomori di Vincent Van Gogh ad Arles.
Holly è originaria di Firenze. Dopo un periodo trascorso a Bologna, vive da qualche anno a Milano. Figlia di padre statunitense, Holly è bilingue. Durante la nostra conversazione, spesso la lingua inglese si accavalla all’italiano. Mentre chiacchieriamo, Holly schizza sulla pagina di un’agenda una veduta di piazza Gae Aulenti e della Torre Unicredit, che svetta nel buio proprio di fronte a noi.

Che effetto ti ha fatto Milano quando ci sei arrivata per la prima volta?
Un effetto di infinita libertà e infinite possibilità. Mi sentivo libera, non conoscevo nessuno, non avevo amici e non avevo niente da fumare.

Di che periodo stiamo parlando?
Estate 2017. Degli amici mi avevano lasciato un appartamento vuoto in zona Cenisio.

Luglio o agosto?
Agosto. Bello l’agosto a Milano. Avevo questa casa tutta per me. Non conoscevo nessuno, non avevo tutte quelle paranoie Instagram-chi-dove-quando. La prima cosa che ho fatto è stata cercare dei mercati, e così sono finita a Piazzale Cuoco, dove ho trovato questo enorme suq. È stata una bellissima esperienza, una full immersion in qualcosa di molto poco milanese. Ho avuto un’illuminazione, di quelle che capitano di rado, e nella mente ho visto un’opera già perfettamente definita. C’erano tutti questi banchetti di vestiti usati e allora ho immaginato una bambola gigante, più grande di me, fatta di tutti quei vestiti cuciti insieme. Mi sono detta «ok, compro un po’ di vestiti», era il mio secondo giorno a Milano, ho preso tutti questi vestiti da bambino, sono andata a casa, ho iniziato a disfarli e poi a cucire una mega-bambola. Ci ho messo due settimane. È stata la mia prima opera d’arte milanese.

Le hai dato un nome?
Sì, Stassia.

Stassia?
Stassia, come Stacey, uno Stacey italianizzato. È stato un modo incredibilmente puro di farmi un’amica barra figlia, il che è un tema che si ripete tantissimo nel mio lavoro, cioè il tema dell’infanzia. Già prima facevo bambole.

La bambola è qualcosa che ti porti dietro da quando sei piccola?
In realtà ho iniziato verso la fine dell’Accademia. Questa di piazzale Cuoco la vedo come una sorta di soft sculpture gigante, con una faccia spaventosa, tutta fatta di vestiti cuciti a mano, senza macchina. All’epoca mi sentivo leggera. Ora, dopo quasi cinque anni di vita a Milano, mi sento appesantita e meno capace di accedere alla vena crazy che c’è dentro di me.

E quest’effetto che ti fece Milano appena arrivata, ti ha stupito o te l’aspettavi?
Lo volevo, in realtà, lo volevo e l’ho trovato. All’epoca scappavo da Firenze e cercavo solo di stare bene.

Che facevi a Firenze?
Avevo finito di studiare e cercavo di lavorare, ma andava tutto male e quindi ho detto «proviamo a Milano», così mi sono iscritta all’Accademia di Brera per il biennio, dopo aver studiato incisione a Bologna. Brera in realtà è stata un’esperienza negativa, tanto che ho mollato tutto dopo un anno e mezzo. Sono capitata in mezzo a dei professori terribili, in una classe terribile. Ho litigato con tutti. Sia i professori che gli studenti non prendevano sul serio l’arte contemporanea e lo studio dell’arte. Erano lì solo per cazzeggiare. Anche la scuola in sé, l’istituzione, non era organizzata bene, era sovraffollata, senza spazi, e poi nessuno ti prendeva sul serio. Non vedevo nessuno che prendeva l’arte sul serio quanto la prendevo io. Mi sentivo presa in giro, i professori mi prendevano in giro e quindi ho mollato. Prima di mollare ho litigato con un prof. Era il 2017, 2018, i diritti trans erano appena usciti nel mainstream, eravamo tutti molto presi dall’argomento e questo prof, invece, cagava sopra la questione trans, così ci siamo ritrovati a discutere, fino a quando lui non ha mi ha urlato «Io ho il pene, tu la vagina, e basta!», al che sono scoppiata a piangere e sono scappata via.

E dove sei andata?
Ho girato un po’ cercando lavoro, ma devo dire che è stato da quel momento, da quando ho mollato, che la mia produzione artistica è veramente iniziata. Nel 2019 ho fatto Avventurina, il mio primo libro, autoprodotto in cento copie, fatto in stamperia.

Avventurina è un gran titolo…
Avventurina è anche il nome di una pietra, la pietra del Sagittario, io sono Sagittario. Avventurina è il mio primo libretto milanese. Non so come descrivertelo. È un libro molto breve, con una storia non lineare, come tutte le mie storie. Parla di un viaggio nello spazio, un viaggio dentro la psiche. Piano piano a Milano ho capito che i libri sono il mio strumento di espressione. Ho provato a fare i poster, le magliette, i disegnini, a usare Instagram, Flickr, ma alla fine il libro, questo strumento che esiste da 2000 anni, resta per me l’unico modo serio di fare immagini. Creare immagini può essere un esercizio inutile o una cosa molle, borghese e vuota, ma in realtà le immagini servono a far viaggiare gli animi e il libro mi sembra il luogo e il mezzo migliore per farlo.

Che cosa c’è stato tra Avventurina e Milano emotiva?
Quando ho fatto Avventurina, Milano emotiva in realtà esisteva già, sotto forma di un hashtag che avevo coniato nel 2017.

Ti piace inventare hashtag?
Solitamente no, ma in questo caso sì, ha funzionato. Mi è venuto proprio bene. È venuto fuori dal niente. #milanoemotiva, boom!

Sei tu a essere una persona emotiva o è nella città di Milano che riconosci un’emotività diffusa?
La seconda che hai detto. Cioè, io sentivo la città piangere e urlare e volevo lavorare su questo aspetto. Piano piano raccoglievo materiale, dallo scontrino conservato in tasca fino al disegno dettagliatissimo. Si stava formando un mega-archivio, senza sapere bene che cosa farne, anche se sentivo che prima o poi ne sarebbe nato qualcosa. Quell’hashtag, #milanoemotiva, emanava luce.

Chi è che piangeva? La città? I tuoi amici?
La città, gli sconosciuti, gli edifici, le folle che vanno al lavoro, che entrano in banca qui all’Unicredit, i passeggeri che vedi sulla 90 (l’autobus che percorre la circonvallazione intorno a Milano, Nda).

Perchè mi hai dato appuntamento in questo parco, in piazza Gae Aulenti, di fronte al Bosco Verticale e alla torre Unicredit? Che cosa significa per te questo posto?
Ho sempre pensato che questo posto, così vuoto, pulito e ben tenuto, dove non vedi mai un barbone o una cartaccia, fosse in realtà un luogo di morte, una sorta di cimitero, di collina dei cadaveri, il tempio delle urla, non un luogo di morte qualsiasi, ma una sorta di tempio azteco, dove lo Stato o un dio o un grande potere schiacciano e sacrificano le proprie vittime.

Ma tu questa morte o questo malessere li vedi solo nei luoghi o anche nelle persone?
Non lo vedo nelle persone singole, prese una per una, ma negli stili di vita, nell’ossessione per il lavoro, nella competizione e nello snobismo che ho subito io e che tutti a Milano subiscono.

Poco fa hai menzionato i dipendenti di Unicredit, quelli che lavorano nella torre che abbiamo qui di fronte. Hai detto che anche loro sono tra quelli che hai visto piangere, urlare, che ti hanno ispirato l’hashtag #MilanoEmotiva. Io abito da queste parti e devo dire che non mi sono mai sembrati sull’orlo del pianto, ma semmai sempre molto presenti a se stessi, in controllo. Se avessi dovuto coniare un hashtag, avrei pensato più a una cosa come #MilanoRigida.
Forse è perché #milanoemotiva nasce anche dall’amore e dal forte amore che io volevo dare. Non era mia intenzione odiare o puntare il dito, ma cantare un peana, triste, felice, estatico, depressivo. Volevo cantare un’ode a questa sofferenza, amandola, dipingendola bene, infiocchettandola.

Da dove arrivano tutti i cuori e fiocchetti che riempiono il tuo libro?
Arrivano dalle Superchicche e Sailor Moon. Le due opere d’arte contemporanea più importanti della mia vita. E poi anche da Emily The Strange e dall’emo, dall’estetica emo.

Come campi a Milano? Che lavoro fai?
Ho un lavoro che non ha niente a che vedere con quello che faccio come artista. Non mi va di parlarne nelle interviste, perché ci tengo a separare le cose. Però è un lavoro che faccio con piacere. Mi ha liberato dal bisogno di appaltare la mia intelligenza a target e clienti vari. Vado molto fiera di questo risultato. Ho passato tutti i miei twenties a lavorare nella grafica e a cercare di lavorare con l’arte. Quando mi sono liberata da queste circostanze, la mia produzione artistica è schizzata alle stelle.

Come hai conosciuto Marco Philopat di Agenzia X?
Ci siamo intravisti all’Edicola che non c’è ed ero un po’ arrabbiata perché non aveva incluso le mie fanzine (L’edicola che non c’è è un progetto di raccolta e digitalizzazione della stampa underground milanese degli ultimi cinquant’anni, promosso da Agenzia X e lanciato nel 2019 in un evento organizzato nel mezzanino della metropolitana di Cordusio, Nda). Poi l’ho trovato un giorno a una festa, nella prima estate dopo il Covid. E lì ho attaccato bottone: «sono una fanzinara, dobbiamo lavorare insieme», etc. etc. Del resto io conoscevo e adoravo i libri di Agenzia X. Da giovane mi hanno aperto la testa, a partire da Il potere sovversivo della carta di Sara Pavan. Sono libri che mi hanno fatto capire delle cose, che mi hanno fatto vedere la strada dell’underground. Quindi Philopat lo vedevo proprio come un giusto. E infatti è un giusto. Quando l’ho visto a quella festa, Philopat si è avvicinato, si è seduto accanto a me e con grande dolcezza mi ha chiesto a che punto fossi col mio lavoro e mi ha spinto a proseguire. Ho capito che si fidava di me. Quella sera sono guarita e tornando a casa in bici, mi sono detta «facciamo Milano emotiva» e così ho iniziato a spremere il cervello. Il problema a quel punto era raccogliere e organizzare tutto il materiale accumulato. Cercando l’hashtag su Instagram, veniva fuori una bellissima selecta di immagini, un misto di foto, disegni, quadri digitali, collage. Una delle mie caratteristiche, infatti, è proprio il mixed media. Avevo centinaia di disegni e centinaia di foto, accumulati a partire dal 2017. La mia urgenza più grande era trovare una struttura, anche perché io non faccio graphic novel, le mie sono storie non lineari, sono diari.

Dove hai scritto questo diario?
Dappertutto. Nei bar, nei vagoni della metro, sull’autobus.

Il libro è diviso in stagioni…
Sì, è stato proprio dopo l’incontro alla festa con Philopat che ho immaginato di dargli questa struttura, partendo dall’autunno, anche per dare al libro questo accento diaristico, quindi un diario che come i diari di scuola parte in autunno, e poi ho dato ai capitoli dei contenuti: uno è sui mezzi pubblici, uno su Gae Aulenti, uno sulla IVG, l’interruzione volontaria di gravidanza, una cosa che mi è capitata e che ha formato la mia esperienza, e un altro su Macao. Da quel momento ho cominciato a disegnare senza più condividere le immagini su Internet, il che è stato faticoso, essendo da sempre abituata allo sharing.

Milano emotiva è cadenzato da immagini dei vagoni della metropolitana e di carrozze del tram…
Amo la metropolitana. Quando scende sotto terra provo una sensazione para-sessuale, d’intensa soddisfazione fisica. Mi sento dentro il corpo della città. Una mia cara amica ha scritto una poesia: La metro è un grembo. È una frase che ho messo anche nel libro. La metro non è fallica; al contrario, è tubolare. Siamo tutti chiusi lì dentro, è una situazione profondamente religiosa, che mi dona piacere fisico. Inoltre una delle cose più belle di Milano è che i mezzi siano così efficienti e funzionanti. L’ideale sarebbe che i mezzi fossero gratis. Se Beppe Sala fosse capace di prendere questa decisione, ci farebbe davvero fare un salto in avanti. La città si arricchirebbe moltissimo. Un paese civilizzato non è quello dove anche i poveri hanno la macchina, ma dove anche i ricchi prendono i mezzi pubblici.

Qual è la fermata della metro più vicina a casa tua?
Famagosta.

Nel libro c’è una parte dedicata a Macao, l’ex centro occupato di viale Molise 68.
Non voglio fare il portavoce di Macao, cioè non voglio esprimermi per Macao. Che posso dire? È stata una città dentro la città, un’utopia reale, dove ho vissuto una libertà fisica, artistica, sociale, assoluta. È stato la mia casa. A Macao sono passate realtà europee di ogni tipo. Ho imparato tantissimo.

Cosa c’è d’interessante da fare a Milano?
Fare arte, cioè fare arte sperimentale, pazza. Mi sembra un modo di vita e sopravvivenza necessario e poco considerato. Non so come spiegarti. Messa così sembra un consiglio di self-help. Cinquant’anni fa le istituzioni culturali ascoltavano gli artisti. Mendini, Fontana, il De Chirico dei Bagni misteriosi nel giardino della Triennale. Ora invece è tutto calcolato con numeri e trend. Mi manca l’importanza che veniva data un tempo agli artisti e alla loro visione delirante, magari offensiva, scorretta, satirica o sognante. Questo ruolo dell’arte è molto importante per la società. Adesso l’arte è politically correct e questa cosa non mi piace. L’arte dovrebbe poter esagerare, dire cose brutte, tristi o bellissime. Vorrei che gli artisti potessero contare di più nel pensare il futuro della città e i modi di vivere la città. Pensa alle pareti della fermata della metropolitana City Life-Tre Torri: sono state disegnate da Emiliano Ponzi, che è un bravissimo illustratore, ma mi sembra tutto safe, mi sembrano le stesse illustrazioni usate per vendere le bevande. Eppure c’è stato un tempo in cui l’arte è stata un’altra cosa, è stata uno spirito selvaggio e una forma di avventura.

È freddo e ce ne andiamo a mangiare in un take away indiano. Passeggiando scopriamo che da poco abbiamo letto e amato lo stesso libro, Annientare di Michelle Houellebecq, e poi che più o meno venti anni fa, quando io ero già un uomo adulto e Holly una bambina, abbiamo partecipato a una stessa inaugurazione: una mostra dello scultore Anish Kapoor alla Galleria Continua di San Gimignano. Holly mi dice che in quell’occasione suo padre le diede cinquantamila lire per andare a importunare Kapoor. Holly allora andò, si fece coraggio e disse a Kapoor «Hey, mister Kapoor, i love your work».
di Ivan Carozzi
www.radiocittafujiko.it, 13 aprile 2022 Milano emotiva: psicogeografia e graphic novel
La città, la grande città è una metropoli che pulsa, avvolge, costringe stritola, opprime. Ma a suo modo è un essere vivente, che urla, piange, prova sensazioni come fosse vittima di sé stessa. È in questa direzione la ricerca di Holly Heuser, disegnatrice attualmente residente a Milano, che proprio su Milano ha imperniato il suo ultimo lavoro, intitolato Milano emotiva. L’intervista parte da un errore di chi scrive, che si è confuso col titolo di un vecchio lavoro dell’artista. Tuttavia ciò ha permesso un racconto spontaneo di tutto il percorso che ha portato Holly dal primo lavoro (La mia prima storia milanese) al recentissimo Milano emotiva. Holly ha studiato dal 2009 al 2014 a Bologna, dove ha imparato l’arte dell’horror vacui grafico, seguendo l’ispirazione fornita dal grande Gianluca Lerici, il celebre fumettista ligure conosciuto col nome d’arte di Professor Bad Trip. Intorno al 2020 Holly ha cominciato ad avvicinarsi all’idea di sequenzialità del fumetto, e nacque La mia prima storia milanese (titolo oggetto dell’errore di chi scrive), un flusso di coscienza scaturito dal rapporto tra la città e la psiche dell’artista. Nel frattempo Holly ha raccolto materiale, in forma di diario illustrato, che è poi confluito in Milano emotiva. In questo lavoro sono racchiuse le emozioni prodotte dall’architettura della metropoli. Holly è sempre stata attirata dalla psicogeografia, vale a dire il campo letterario e artistico nel quale la città è vista come un essere vivente. E quando si è trasferita a Milano nel 2017, si è trovata immersa in una città a suo modo sofferente di sé stessa. Ha raccolto materiale per quattro anni, e dal fortunato incontro con Marco Philopat di Agenzia X è scaturita l’idea di farne un libro, che è diventata la prima opera grafica della casa editrice. Un’opera che cerca di racchiudere la sofferenza e la bellezza del brulicare umano all’interno di una metropoli capitalistica. Holly Hauser e la poesia visiva, un genere che ha riferimenti illustri quali William Burroughs, e che appare leggermente nascosta, non cercando la linearità della narrazione come tradizionalmente la intendiamo. Holly aveva già fatto uscire Avventurina, altro pamphlet acquarellato. Le abbiamo chiesto di indicarci le differenze rispetto a Milano emotiva: a livello tecnico, Milano emotiva è un lavoro completo e compiuto, laddove invece Avventurina era una sperimentazione. A livello concettuale, Avventurina era un lavoro introspettivo, mentre Milano emotiva presenta riferimenti evidenti a Milano: Holly ci confessa il suo amore per Charles Dickens e la minuziosità della sua narrativa sulla Londra dei suoi tempi. Nonostante l’amore per Bologna e per la nativa Firenze, Holly ha trovato il luogo fertile per lavorare a Milano, nella convulsa e invivibile Milano dove si è talmente piccoli da risultare pressocché insignificanti. Ma un’artista come Holly aveva bisogno dell’anonimato che proprio una metropoli così può fornire, e ne ha fatto terreno per osservare, registrare, rielaborare. Un metodo di “vivere lavorando” che cercherà di trasmetterci nel prossimo imminente appuntamento venerdì 15 aprile, alle ore 18, alla libreria Infoshop in via Mascarella 24/b.
Ascolta l’intervista qui
di Redazione culturale
theclerks.it, 11 aprile 2022 Milano emotiva – Holly Heuser
Holly Heuser è un’artista e Maga del Chaos, fiorentina trapiantata da qualche anno a Milano. Holly ama Milano. Holly viene e scrive dal futuro. In questa sua opera racconta sotto forma di diario scritto e disegnato il suo anno pandemico. Ogni stagione un capitolo.
La sua è una distopia-utopia del vivere in quella strana e multiforme città che è Milano. In questa sua non-narrazione fatta di taglia e cuci, estetica fanzinara, disegni labirintici e collage alterna all’intimità della sua cameretta gli psicoviaggi convulsi e spericolati in giro per la città. Viaggi che lei compie dentro la metro, i bus o i tram Cyberwurm (mostruose scolopendre giganti). Viaggi ipersonici in cui squarcia il reale, lanciando i suoi amuleti magici e sputando i suoi pensieri scomodi.
In queste tavole urla costantemente la sua voglia di trovare il proprio posto nel mondo, di non volersi uniformare o farsi incatenare. Grida con violenza e spietatezza le brutture che infettano la città come i grandi miti della competizione e del produci-consuma-crepa (anche durante una pandemia!).
Declama il suo pensiero con grande indipendenza, ribadendo che il suo corpo è suo e ci fa quel che vuole (No Dieta e l’aborto).
Alla violenza unisce e intreccia la tenerezza, la cura e l’amore verso sé stessa e gli altrI. Infatti il libro è stracolmo di cuori, fiocchetti e fiori.
C’è molta solitudine e anche tanto senso di comunità (“Siamo tra noi”).
Un libro molto sofferto e giocoso scritto da una combattente fiera di sé stessa!

Link utili
Nel suo canale Instagram ci trovate le sue foto e illustrazioni. Nelle sue stories potrete osservarla mentre disegna nella sua stanza al quindicesimo piano a Torretta. Scoprirete quant’è instancabile e prolifica.
Nel suo Big Cartel ci stanno le sue fanzines e i suoi lavori in vendita.
In questa puntata di The Borgs illustra il suo pensiero artistico.
Gaetano Giudice
Neutopia, 1° aprile 2022La Milano Emo di Holly Heuser
“We’re just bored teenagers
Looking for love
Or should I say emotional rages?”
– The Adverts, Bored Teenager

Come si racconta una città come Milano? O meglio, come si racconta l’esagerazione di luci, colori, vetrine, nevrosi che percorrono la “città più internazionale d’Italia”? Abbagliati dalle luci, confusi dalle sue contraddizioni, sembra difficile riuscire a toccare i suoi punti oscuri, e quel senso di isolamento che quasi chiunque abbia abitato qui ha provato.
A marzo è uscita la prima graphic novel di Agenzia X, Milano emotiva di Holly Heuser, e scorrendo le sue pagine abbiamo scoperto un modo tanto intimo quanto universale di raccontare questa città. Ma facciamo un salto indietro.
Per un punk adolescente la stazione Garibaldi di Milano era uno svincolo importantissimo: lì, dopo aver incontrato i tuoi consimili del Varesotto o del comasco, prendevi la metropolitana verde per arrivare in centro e dirigerti verso le Colonne di S. Lorenzo. Oppure andavi nel quartiere Isola, dove il centro sociale Pergola inondava le strade con drum n bass e tekno tribe.
Garibaldi per me, che venivo dalla periferia nord, era dove le contraddizioni della periferia si scontravano con quelle del centro: il vecchio luna park abbandonato da una parte, con i camper delle famiglie rom a guardia del passato, le luci scintillanti di Corso Como e delle sue discoteche dall’altra.
Mi fermai a dormire in stazione, una sera, di ritorno dal concerto dei Million Of Dead Cops al Boccaccio di Monza, la mattina fui svegliato a calci dalla Polfer.
Un’altra sera incontrai una sex worker di strada che mi baciò, e quel bacio sapeva di solitudine, e mi ritrassi spaventato.
Poi improvvisamente, perché così è la vita, Garibaldi smise di essere un luogo da me battuto.
Ci ripassai solo qualche anno dopo, la zona antistante alla stazione era completamente cambiata: ora si chiamava Piazza Gae Aulenti, ed era un monumentale complesso di grattacieli e negozi.
Mi venne un attacco di panico, il primo di una lunga serie.
Se già per me, nato e cresciuto a Milano, la sua trasformazione dagli anni ‘10 in poi è stata traumatica, chissà che effetto può aver fatto a chi la viveva venendo da fuori.
Holly Heuser cresce a Firenze e poi si sposta a Bologna, si fa le ossa con le tag e i graffiti e frequenta la scena rap e punk delle due città.
Poi giunge a Milano e qui comincia il suo viaggio psicogeografico che porterà alla pubblicazione di Milano emotiva. Il libro è un flusso ininterrotto di immagini e parole in cut-up che raccontano gli anni milanesi dell’autrice, i suoi pensieri, le sue psicosi, e tutto intorno le luci, i grattacieli, le vetrine.
I templi del consumo di Milano, City Life e appunto Gae Aulenti, sono orribilmente deformati, e s’intuisce un certo senso di claustrofobia mentre si viene aggrediti dalle splendide tavole di Holly e dai suoi pensieri.
Questo è certamente un libro su Holly, è anche un libro su Milano, ma è ancora un grande graphic novel sulla gentrificazione.
Il capoluogo lombardo infatti ha vissuto e sta vivendo da una quindicina abbondante d’anni un intenso processo di restyling che, a seguito della ovvia bolla speculativa che si è venuta a creare, ha trasformato ampie aree del centro in una vera e propria vetrina, tenendo sempre più ai margini i soggetti “indecorosi”.
Questo ha creato, alla faccia degli appelli a una presunta “comunità milanese”, un senso di dissociazione dal luogo in cui si vive, completamente bombardato dai loghi che svettano sugli alti grattacieli.
Holly riesce a replicare completamente questa sensazione di spaesamento con dei disegni caotici che fanno sentire il lettore e la lettrice esterni, come se guardassero l’ingresso di un tunnel.
Come collante, figure a un tempo gioconde e mostruose come il “cyberwurm”, un verme di burroughsiana memoria che rappresenta l’intenso intreccio di collegamenti nel sottosuolo della città, forse la più collegata d’Italia.
Quindi, cosa ci dobbiamo aspettare da Milano emotiva? Un diario? Una deriva psicogeografica? Uno stream of consciousness in forma di graphic novel?
Direi tutto questo e anche molto di più.
Ogni pagina è uno schiaffo in faccia di disegni hyperpop e pensieri, citazioni, urla destrutturate e ricombinate, tanto da far emergere l’influenza di tante fanzine punk che hanno fatto la storia dell’underground, una su tutte “TVOR - Teste Vuote Ossa Rotte”.
C’è Burroughs, c’è Philip K Dick, c’è la scena punk hardcore milanese e l’emocore, ma soprattutto c’è il viaggio interiore ed esteriore di una persona arrivata nella “smart city” che intrattiene con lei un rapporto di amore e odio.
Probabilmente questo libro potrebbe segnare un punto di svolta nel fare graphic novel in Italia, perché porta il mondo del fumetto underground e delle fanzine in una dimensione meno “sotterranea” senza perderne in qualità del contenuto.
Insomma, parafrasando i Flipper, Holly Heuser ha sofferto per la sua arte, ora tocca a noi. Ne vale la pena.
Luca Gringeri
Corriere della Sera, 29 marzo 2022 Holly nella giungla di Milano
Holly Heuser, artista fiorentina classe ’89 dal talento variegato e inquieto, capace di muoversi attraverso i medium più diversi, approda anche al fumetti, con Milano emotiva, una graphic novel «dipinta», tra l’autofiction e la fantasia burroughsiana, appena uscita per la casa editrice Agenzia X. Pubblichiamo la prefazione di Vanni Santoni.

Holly Heuser è viscerale. Holly Heuser è un insetto. Un miriapode. Una cagna sciolta. Holly Heuser è una bambola assassina rosa creata da Holly Heuser stessa. Holly Heuser è anche emotiva, però: come Milano. È felice o disperata, Holly Heuser? Non si capisce. Forse entrambe le cose assieme. È tranquilla, Holly Heuser, una sorniona flanêuse che ci accompagna in giro per la città notturna, o invece sta per scoppiare, è a un passo dall’andare via di brocca? Non è chiaro. Per niente. Forse entrambe le cose. Ed è questo il suo bello. Milano, questa Milano attraversata da Holly Heuser, da lei disegnata e raccontata, è un ventre accogliente o un incubo? Difficile dire: di certo Holly Heuser si aggira per Milano, questa è l’unica cosa che sappiamo, perché Holly Heuser vaga per le sue strade con gli occhi-faro spalancati, e mentre lo fa, la sua coscienza assorbe Milano, la riemette sotto forma di segnali e segni psichici, forse addirittura la genera.
Questa Milano emotiva che tenete tra le mani (giustamente pubblicata da Agenzia X, già editore di un libro cruciale su una città in rapida e non necessariamente positiva trasformazione, Re/Search Milano – leggere la clamorosa “poesia milanese” di Aldo Nove ivi contenuta per credere), è la seconda storia milanese di Holly Heuser, dato che il libro immediatamente precedente, e di non facile reperibilità essendo un’autoproduzione del tutto artigianale, si intitola proprio La mia prima storia milanese. Considerando anche il fumetto arrivato subito prima, l’altrettanto valido pamphlet Avventurina, il viaggio a fumetti di Heuser nella propria psiche, e in un inconscio collettivo sempre più devastato, comincia a strutturarsi in un’opera molto definita, già sorprendentemente compiuta per quanto l’autrice abbia ancora più di un piede nell’underground.
L’estetica scelta da Heuser è infatti quella del DiY, delle autoproduzioni punk degli anni ottanta e novanta, quel “fotocopiato + disegnato” di cui è rimasta eco nel rigoroso bianco-e-nero dei flyer free tekno (accompagnato, nel caso dell’opera dell’artista fiorentina, ora trapiantata a Milano, dai rosa e dai fucsia sparati, psichedelici ma anche carnali, deliberatamente bamboleggianti, ma in un bamboleggiare che prelude, sempre, all’incubo, alla crisi, alla rottura).
Rispetto agli stilemi consueti, tale estetica si arricchisce altresì di una precisione ossessiva nei doodle, nelle cornici, nell’impostazione della pagina, che da un lato fa pensare a quello che potrebbe fare una maniaca compulsiva lasciata sola in una stanza di manicomio con un quadernone e dei pennarelli, e dall’altro, nella danza di ripetizioni e pattern, rimanda a M.C. Escher, ad Allyson Grey, a Yayoi Kusama, a Bridget Riley (Heuser è del resto anche artista visuale, oltre che fumettista, e si vede), oltre che all’emblematica e a Gianluca Lerici, più noto come Professor Bad Trip, gigante del fumetto underground e dell’illustrazione italiana contemporanea, troppo presto scomparso, troppo tardi capito. Di certo Holly Heuser, con i suoi bianchi e neri allucinati, con i suoi frattali e le sue metamorfosi – più che da bruco a farfalla, da umana a bruco (un bruco-metropolitana!) – viene qui a candidarsi come una “professoressa Bad Trip”.
Restando nel fumetto sotterraneo, l’altro grande nome che viene in mente leggendo Milano emotiva è quello della canadese Julie Doucet; la rivista autoprodotta “Dirty Plotte” (fica sudicia, in dialetto di Montreal) con cui diffondeva i propri fumetti assomiglia molto alle autoproduzioni che Holly Heuser genera instancabilmente, come una regina degli insetti e dei miriapodi (o degli alieni), che nella sua profonda tana di solitudine incessantemente sforna uova infette pronte a schiudersi in uno spruzzo di sangue rosa shocking e a rivelare qualcosa che può essere adorabile come innominabile. Allo stesso modo di Doucet – si pensi al suo capolavoro My New York Diary –, oggi Holly Heuser viene a svelare anzitutto se stessa: si mette al centro, e racconta se stessa in rapporto alla città e alla pratica artistica medesima. H.H. si racconta disegnare, e intanto disegna H.H. che racconta.
La differenza è che se Doucet si denuda, Holly Heuser salta direttamente quel passaggio e viene a sbudellarsi davanti al lettore: come una Gina Pane che tagliandosi si fa carne e sangue per gli spettatori delle sue performance, tramutandosi in particola di comunione, offrendosi in sacrificio per noi, Heuser squarcia davanti a noi lettori il suo ventre, e starà poi a noi gestire quel flusso di scolopendre, scarafaggi, riferimenti bibliografici, feti morti, sangue mestruale, farmaci, reticoli psicogeografici, filacce cronenberghiane, raggi di luce, emulsioni più o meno tossiche, tunnel della metropolitana di Milano, rari momenti di dolcezza e sprazzi di quotidianità anomica fissati in foto sgranate che non hanno voluto archiviarsi nel cervello ma hanno scelto le viscere. Vale la pena farlo.
RivistaStudio #50, primavera 2022Milano emotiva
Milano emotiva di Holly Heuser è un viaggio psichedelico in una città nuova, vista attraverso un diario distorto di disegni, mappe e collage.
Come racconta quotidianamente nelle sue Storie su Instagram, Holly Heuser disegna ossessivamente. Ha coniato un’espressione per indicare le ore di raccoglimento che trascorre nella sua stanza in cima a un grattacielo altissimo del quartiere Torretta: ogni volta che si riprende mentre disegna o intinge il pennino nella china per creare i suoi acquarelli fucsia e rossi, scrive “San Girolamo nello studio”, riferendosi allo studioso rappresentato in un delle più belle opere di Antonello da Messina. Ma il frutto di questi suoi quotidiani momenti di raccoglimento non ha niente a che vedere col sereno silenzio in cui, nel dipinto, il santo e il suo leone sono immersi. Le opere di Holly Heuser sono violente, aggressive, velenose, disperate, poetiche, zuccherose, pazze. «Sad but free», come scrive nel libro parlando di se stessa. E infatti i suoi disegni sono proprio come lei, che suona l’ukulele con fiocchetto rosa in testa e declama poesie un po’ in inglese e un po’ in italiano con un filtro che le fa colare sangue dagli occhi, oppure si aggira nella notte desolata della periferia milanese fotografando palazzi di clinker immersi nel buio con qualche finestra illuminata o i binari del tram luccicanti di pioggia e scrivendo in piccolo sotto: “Milano emotiva”. Milano emotiva è anche il titolo del suo nuovo libro, un diario lungo un anno e diviso per stagioni che ruota intorno alla città. Come nelle sue Stories, è pieno di espressioni che si ripetono continuamente, come incubi ricorrenti o formule magiche. Scolopendre e fiocchetti, denti aguzzi, labirinti, spine, cuoricini, catene, farfalle, piccioni morti, collage, testi allucinanti, mappe cerebrali e foto strappate, la metropolitana che diventa un verme, strade e scorci e palazzi di Milano deformati e distorti, una città che attraverso gli occhi di Holly Heuser sembra una cosa nuova tutta sua.
la Repubblica, 17 marzo 2022 Milano emotiva. Ritratto psichedelico della città gotica sotto il Duomo
Milano emotiva esplode tra le mani. Il primo libro illustrato pubblicato da AgenziaX, con prefazione dello scrittore Vanni Santoni, è qualcosa a metà tra graphic novel punk, graffito dark e trip psichedelico su carta. Protagonista la città con le sue viscere percorse da una metropolitana/verme, il lavoro ossessivo come unico motore degli abitanti, grattacieli mutanti che allungano i loro tentacoli su un cielo che piange in continuazione, insetti giganti.
Il sottotitolo è Diario illustrato di psicogeografìa urlata e la sua autrice Holly Heuser (si pronuncia “Oiser”), capello tinto biondo e occhi verdi nascosti sotto occhiali neri, non vuole dire troppo di sé. «Sono una scolopendra rosa». Almeno quanti anni ha? «Mi piace dire 42». Ma se all’inizio del graphic novel c’è scritto che è del 1989? «Libera interpretazione». Preferisce descriversi con la geo-grafia: «Sono nata a Tangeri, ho vissuto a lungo a Firenze, dove ho imparato la bellezza del Rinascimento; all’Accademia di Bologna ho studiato lincisione grafica: Albrecht Dürer, tutta la scuola tedesca, Goya, da lì viene l’ossessione per il rettangolo e l’horror vacui». Ogni pagina di Milano emotiva, in bianco e nero, è satura di elementi e può vivere in autonomia dal contesto, come un’incisione. Heuser viene dal mondo delle fanzine e dell’autoproduzione e ha sempre disegnato, ma quando è arrivata a Milano, nel 2017, il suo stile ha cominciato a vibrare con la me-tropoli: «Mi sembrava tutto folle. Andavo in giro per ore sui mezzi senza meta a disegnare e assorbi-re la magia della città. Sentivo la psicosi umana e architettonica che sottostà a ogni interazione urbana». Ne è venuto fuori un lavoro stratificato fatto di disegni e interventi digitali, collage di mappe, immagini preesistenti e fotografie: ogni passaggio digitalizzato, stampato e ulteriormente modificato.
La metropolitana è sempre rap-presentata come un enorme ver-me. «Sono stata influenzata dal capolavoro fantascientifico Dune, un po’ dal gattobus di Totoro. La metropolitana mi sembra un me-ga verme pubblico benevolo che corre sotto la città e ci trasporta tutti, in modo quasi protosocialista». Torre Unicredit e la Biblioteca degli alberi, invece, diventano un tempio e il suo cimitero. «Appena arrivata ero ossessionata da quel luogo, mi sembrava magico e pericoloso insieme. Era come un tempio azteco del commercio, ma dall’altro lato la sua forma circolare mi dava l’idea di grembo materno e mi ricordava La città di vetro di Paul Auster». Altro riferimento letterario è Pasto nudo di William Burroughs, da cui Heuser prende il procedere per evocazioni antinarrative. «Ma mi ha ispirato anche Charles Dickens», spiega, «con i suoi ritratti urbani pieni di dettagli». Dickens però amava Londra, mentre Heuser? «Anch’io mi sono innamorata di Milano e credo che nel libro si veda la mia attrazione per la città». Cosa l’ha emozionata? «Il mood gotico che l’ombra del Duomo impone su tutta la città».
di Nicola Baroni

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