Voglio vedere Dio in faccia
Cartesensibili, 28 giugno 2020L’OLTRANZA DELL’ESTASI: Note di lettura critica di Lucia Guidorizzi a proposito di “Voglio vedere dio in faccia”
Ci furono momenti, nel secolo e nel millennio trascorsi, d’irripetibile grazia e bellezza, in cui la vita fluiva in tutto il suo splendore e stupore. Ciò avvenne ad opera di giovani ricercatori sensibili e riflessivi, appassionati dell’invisibile che non aspiravano ad altro che non fosse sperimentare le infinite possibilità dell’Avventura, poiché la loro ricerca non era tesa a riconoscimenti accademici ed ufficiali, ma spinta dall’ardente pazienza di “possedere la verità in un’anima ed in un corpo”. [… ] Il libro di Gianni De Martino Voglio vedere dio in faccia, a cura di Tobia D’Onofrio per Agenzia X, raccoglie interviste ed articoli che fissano questi momenti di sommovimento psichedelico e visionario a cavallo degli anni Sessanta e Settanta in cui in Italia e nel mondo stavano avvenendo profondi mutamenti che diedero luogo a quel fenomeno complesso e controverso di cultura underground che venne definito “controcultura”. In realtà si trattava di un fenomeno profondamente eversivo dal punto di vista dell’immaginario, in grado di traghettare verso dimensioni totalmente altre. Speleologi del profondo il cui capostipite fu Arthur Rimbaud seguito poi da Aldous Huxley, Henri Michaux, René Daumal ed in seguito da Alan Watts, Ronald Laing, Timothy Leary, Richard Alpert (psicologo statunitense meglio conosciuto come Ram Dass), Georges Lapassade (il “professore della transe”, di cui De Martino è stato tra i principali collaboratori) , Albert Hofmann, Michel Foucault, avevano aperto varchi nella coscienza e sentieri che portarono molto lontano, in territori “ai limiti della percezione”. Scrive Gianni De Martino “Entrammo nel bosco della ricerca interiore, desiderosi di scoprire le moschee, il buddhismo, i deserti, un pianeta fresco e il potere della compassione. ”Maestri e guide di questo inner space furono i mèntori immaginali, cioè degli autentici maestri cui è stato assegnato nella modernità il compito della trasmutazione alchemica del mondo e della sua guarigione mediante l’immaginazione creatrice, come, tra gli altri, i Lama tantrici esuli dal Tibet come Geshe Rabten Rimpoce, Lama Yeshe e Chögyam Trungpa (erede e maestro di meditazione dei lignaggi di Milarepa e Padmasambhava), i sadhu incontrati in India e in Nepal, gli sciamani di varie culture del viaggio spirituale e della visione, i maestri del sufismo o tasāwwuf (la dimensione mistica dell’islam) ed Henry Corbin, orientalista poliedrico che insieme alla filosofia di ‘Ibn Arabi faceva riferimento ai viandanti dell’invisibile e al Paese del Non-Dove aperto a uno spazio di non-morte. Il potere dell’immaginazione creatrice, potenziato grazie all’uso sacramentale di sostanze psichedeliche riportava in scena i pluriversi già investigati da Giordano Bruno e che gli erano costati il rogo. Essere in contatto con le arcaiche culture della visione condusse ad una conoscenza nuova, a riscoprire che l’Io era un Altro, come aveva profetizzato Arthur Rimbaud. Scrivere per tracciare un significato nel caos del mondo, lo sperimentare la cultura dell’estasi e della gioia, permise di scoprire la profonda interazione tra mente e corpo come sosteneva lo psicoanalista Elvio Fachinelli che dedicò la sua ricerca ad indagare intorno a queste potenzialità estatiche, trascurate e dimenticate dalla cultura occidentale. Essere in contatto con le energie inesplorate di paesi inauditi fu la posta in gioco che indusse questi accaniti ricercatori ad abbandonare l’Europa, dove l’autenticità di queste esperienze cominciava ad impaludarsi in derive politiche ed ideologiche che nulla avevano a che fare con la loro sete ardente di avventura. Tante sono le suggestioni e gli spunti presenti in questo libro. Nell’articolo “La scrittura di Dracula”(pp. 193-206) sono formulate interessantissime considerazioni sul potere e sul significato della scrittura. Gianni De Martino sostiene che “conservare uno strano equilibrio nell’assedio” è il lavoro funambolico operato da chi scrive. L’Autore considera che la vocazione alla parola presupponga l’afasia (non dimentichiamo che maestri del linguaggio quali Baudelaire, Nietzsche e Pound negli ultimi anni della loro vita approdarono al silenzio) e che “la scrittura è un lavoro immenso svolto ai bordi della tomba”. La scrittura infatti fin dall’antichità è stata una sorta di operazione necromantica che risveglia le voci dei morti che portiamo dentro di noi. Più avanti l’autore scrive: “La vocazione alla scrittura presuppone l’esperienza intima e divina della mancanza, di un’assenza, implica un’assidua frequentazione con l’abisso”. La scrittura si configura così come una sorta di ars moriendi che costringe ad affrontare i propri fantasmi interiori. Gianni De Martino afferma che “scrivere è il mestiere più solitario che esista (…) Condividere con spettri, demoni e fantasmi le notti bianche e la sete di vita, di vera vita. Esiste forse una migliore compagnia?”. E se scrivere permette di spingersi in territori lontani, Gianni De Martino racconta bene altre zone di frontiera come la transe e l’estasi, due esperienze percepibili attraverso l’organo visionario dell’ anima, che l’Avesta chiama Daena: “luce che fa vedere e luce che è vista, visione qui sulla Terra del mondo celeste, quindi la fede in una appartenenza alla Terra dei Viventi che abbiamo smarrito”. Sempre lucido nel raccontare l’Invisibile e l’Imponderabile, cronista e testimone dall’umorismo sottile e capace contemporaneamente di coinvolgimento e di distacco, Gianni De Martino ha saputo cogliere il fenomeno della controcultura nella sua essenza più autentica, offrendo con questo libro una testimonianza che fa luce su un periodo importantissimo quanto obliato e oscurato dalla storia ufficiale.
di Lucia Guidorizzi
Notiziario CDP # 262, gennaio-aprile 2020Voglio vedere dio in faccia
Una profonda immersione nella spiritualità della prima controcultura beat/hippie mette in luce la sua influenza sul presente. Un cut-up di scritti di Gianni De Martino dagli anni Sessanta a oggi svela uno stato d’animo simile a una febbre i cui i germi provengono da lontano: dal Dioniso di Nietzsche che prometteva di trasformare la vita in un’ebbra vacanza, da Rimbaud che sognava il Natale sulla Terra, forse dal giovane Siddharta o da chissà quale altro demone di passaggio. Lo sguardo acuto, poetico e implacabile dell’autore ci accompagna in una narrazione senza tempo tra una serie di problematiche sociali, antropologiche e politiche, ancora “non riconciliate”, lasciando emergere un’originale chiave di lettura del contemporaneo e una visione estatica del mondo simile a quella dei “nuovi dionisiaci” delle culture giovanili attuali. Interviste a: M. Crichton, Dalai Lama, W. Gibson, A. Hofmann, G. Lapassade, M. Maffesoli, F. Pivano.
Amicando sempre, n. 17, giugno 2020 Gianni De Martino, vis-à-vis con il divino
Tra gli anni Sessanta e Settanta del XX secolo ci fu una felice, irripetibile congiuntura, un momento di grazia e di bellezza in cui sembrò possibile abitare quella che Henry Corbin chiamava la Terra d’Hurqalya o Paese del Non Dove, luogo di realtà epifanica, nel quale si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi: in questo mondo intermedio in cui si congiungono visibile ed invisibile, tutto è possibile. In quegli anni l’Italia, uscita da due conflitti mondiali, era un paese desideroso di benessere e di quiete borghese, ma le sue certezze furono spazzate via da una generazione di agguerriti sperimentatori che preferirono vivere a pane e pomodori pur di riuscire a vedere Dio in faccia. Questi giovani scelsero le vie impervie della ricerca spirituale, sperimentando nel proprio corpo estasi psichedeliche, vivendo esperienze che li indussero ad abbandonare la Vecchia Europa dai “parapetti antichi” per viaggiare in Oriente, in Messico e nel Nord Africa. Il loro scopo era di varcare le “porte della percezione”, di espandere la coscienza, abbandonando come fa la serpe, la pelle della vecchia e grigia identità in cui erano rimasti soffocati i loro padri.
Questo oltrepassare confini, per vivere appieno la gioia dei pluriversi e della molteplicità divina, purtroppo non durò a lungo e in breve fu soffocata da derive ideologiche, dalla lotta armata e dalla diffusione dell’eroina. Tutto questo determinò una rimozione e cancellazione di una stagione intensa e unica per quanto breve.
Gianni De Martino, autore di questo prezioso libro che racconta modi di vivere impensabili al giorno d’oggi, è giornalista, scrittore e critico letterario. Cofondatore di “Mondo Beat”, ha diretto “Mandala. Quaderni d’Oriente ed Occidente” e collaborato con “Pianeta fresco”, “Alfabeta” e “Re Nudo”. La sua presenza nel mondo della psichedelia italiana è stata fondamentale. Il libro Voglio vedere dio in faccia. Frammenti della prima controcultura, a cura di Tobia d’Onofrio (Agenzia X, novembre 2019), costituito da una raccolta di vari articoli e interviste dell’autore a personaggi basilari per la controcultura quali il Dalai Lama, Albert Hofmann, Georges Lapassade, Fernanda Pivano e altri, solleva questa cappa di silenzio e offre una serie di testimonianze, ricongiungendo le “disjecta membra” di esperienze che hanno segnato un’epoca. Leggendolo, si comprende veramente cosa abbia significato spingersi ai limiti estremi e si coglie il background culturale e spirituale complesso e articolato che stava dietro la facciata apparentemente pittoresca di una generazione “beata”. In realtà si trattava di ricercatori animati da un’autentica sete di assoluto, capaci di immergersi in esperienze estatiche e di frantumarsi nel caos magmatico della vita stessa. In tutto questo c’era una purezza adamantina d’intenti, una grande inclinazione visionaria e la capacità di far dialogare tra loro intelletto, spirito ed anima. Si trattava degli eredi di Ibn’Arabi, Arthur Rimbaud, Ernst Jünger, dei seguaci del buddismo Zen, degli Ultimi Americani, ma anche di Julian Beck e Michel Foucault. In quegli anni per la prima volta si comprese che Oriente ed Occidente potevano incontrarsi proprio come la confluenza tra i due Mari, metafora cara al sufismo. Il libro è ricco di testimonianze e dettagliato nell’analisi del sorgere della controcultura beat e hippie. Gianni De Martino analizza con lucidità e al tempo stesso con sottile umorismo questo fenomeno dalla portata poetica e profetica, rendendo così giustizia a un periodo dimenticato, che però continua carsicamente a operare, diramandosi in molteplici direzioni e che forse un giorno verrà compreso in tutta la sua “zoppia divina”, derivante dalla lotta con l’Angelo del linguaggio.
di Lucia Guidorizzi
www.nybramedia.it, 14 aprile 2020 Voglio vedere dio in faccia
L’Agenzia X che preferisce la dizione di laboratorio editoriale a quella di casa editrice (ben merita di essere visitato il suo catalogo), ha pubblicato Voglio vedere dio in faccia framMenti della prima controcultura.
Un’antologia di scritti firmati da Gianni De Martino scelti e coordinati a cura di Tobia D’Onofrio. De Martino è stato cofondatore del famoso “Mondo Beat” su cui Matteo Guarnaccia scrisse «... in quel giornaletto ciclostilato, venduto per strada e sottoposto a censure e sequestri da parte delle autorità, trovarono posto i primi vagiti della contestazione, citazioni buddiste, tirate antimilitariste […] obiezione di coscienza, controllo delle nascite, preoccupazioni ecologiche, dubbi sul primato dell’Occidente, rifiuto di delegare ai partiti (anche quelli di sinistra) il proprio potere di cittadini, critiche alla famiglia patriarcale».
Ma non c’è solo “Mondo Beat” fra le imprese di De Martino, infatti, ha diretto “Mandala. Quaderni d’oriente e d’occidente” e collaborato con “Pianeta Fresco”, “Alfabeta”, “Re Nudo”.
Ha pubblicato per Urra “Odori”, mentre è di Costa & Nolan “Capelloni & Ninfette”.
Sta preparando una nuova edizione del saggio sulla transe “Dallo sciamano al raver" di Georges Lapassade per la casa editrice Jouvence Mimesis Edizioni. Considerato uno dei pensatori del movimento psichedelico, ha viaggiato a lungo in Africa e in Estremo Oriente.
Scrive Tobia D’Onofrio nella Prefazione: “… questo lavoro da un lato può essere considerato come una retrospettiva della lunga e variegata “esperienza” di De Martino che evidenzia gli aspetti cruciali della spiritualità insita nella controcultura hippie e post-hippie attraverso interviste e testi che fino ad oggi risultavano pressoché introvabili (…) dall’altro può senz’altro essere letto come un (profetico) sguardo bruciante sul presente, pieno di suggerimenti validi per aprirci a un futuro di maggior libertà”.
Dalla presentazione editoriale.
«Di questo moto psichedelico planetario non abbiamo altro ricordo che quello dei fiori, di qualche grido d’amore universale e un ritornello dei Beatles. Abbiamo dimenticato che si trattava di uno sconvolgente movimento mistico dove, nel tentativo di spalancare le porte della percezione, si alleavano gli psichedelici, una gioia eccessiva e il nome di Dio.
Una profonda immersione nella spiritualità della prima controcultura beat/hippie mette in luce la sua influenza sul presente. Un cut-up di scritti di Gianni De Martino dagli anni Sessanta a oggi svela uno stato d’animo simile a una febbre i cui i germi provengono da lontano: dal Dioniso di Nietzsche che prometteva di trasformare la vita in un’ebbra vacanza, da Rimbaud che sognava il Natale sulla terra, forse dal giovane Siddharta o da chissà quale altro demone di passaggio. Lo sguardo acuto, poetico e implacabile dell’autore ci accompagna in una narrazione senza tempo tra una serie di problematiche sociali, antropologiche e politiche, ancora “non riconciliate”, lasciando emergere un’originale chiave di lettura del contemporaneo e una visione estatica del mondo simile a quella dei “nuovi dionisiaci” delle culture giovanili attuali.
Con interviste a Michael Crichton, Dalai Lama, William Gibson, Albert Hofmann, Georges Lapassade, Michel Maffesoli, Fernanda Pivano. A cura di Tobia D’Onofrio. Segue un’intervista a Gianni De Martino

Come nasce questo libro e il suo titolo?
Nasce fondamentalmente dall’incontro con Tobia D’Onofrio, giovane scrittore coinvolto nella cultura rave, che si è proposto di curare un cut-up di miei articoli e interviste dal 1967 ad oggi. Il titolo è una “scossa” che nasce da una frase dei Diari di Kerouac, quando in “Un mondo sbattuto dal vento” scrive: “Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina”. Fu questo strano desiderio ad animare i primi ricercatori della rivoluzione psichedelica, tormentati dalla trascendenza e accomunati da un certo timore per il sesso e un costante interesse per sogni e visioni. Pensavo che, nel mettere insieme i miei “pezzi” usciti, nel corso di mezzo secolo, per diversi giornali e riviste, ne sarebbe uscito un libro-patchwork, invece il tutto ha una sua coerenza, unità ed eleganza; direi che Tobia ha cucito un abito da sartoria. Se non come santi, potremmo essere ricordati perlomeno come bravi sarti.

Qual è il contrasto fra gli elementi che furono il motore della prima controcultura e quelli del ’68?
Vivevamo in un periodo magico. Ai tempi del “Mondo beat” (1966-67), i primi “capelloni” (un termine inventato dalla stampa di regime, e che non ci piaceva) erano animati da un desiderio spontaneo di accomunamento. Non cercavano lo scontro frontale e, pagando di persona, si sottraevano alla Famiglia, alla Scuola, al Partito e all’Oratorio. Come prima avevano fatto i teddy boys, suscitarono allarme morale, in un’Italia stretta tra la Dc degasperiana e il Pci ancora in parte stalinista. Si pensava di potersi sottrarre all’ordine esistente, il cosiddetto Sistema, per trovare il significato della vita nell’esperienza soggettiva anziché nel riconoscimento oggettivo, mentre i sessantottini volevano portare l’immaginazione, la loro immaginazione, al potere. E covavano l’illusione di una Rivoluzione che si rivelò simile a uno psicodramma. Il ’68 scoppiò a corto circuito, dall’incontro delle tematiche esistenziali dei beat con quelle politiche del movimento operaio e studentesco. E questa doppia anima, una esistenziale e libertaria, l’altra politica ad oltranza e piuttosto settaria, fu sempre presente nel movimento che per comodità chiamiamo il ’68, anche se è durato più di dieci anni, soprattutto in Italia.

Il movimento del ’77 riuscì a fondere in sé quegli elementi prima contrapposti?
Ci provò. Per la società italiana, il ’77 fu un anno drammatico di guerriglia di strada e P38 ma anche dei fantasiosi indiani metropolitani, dei sadhu di quartiere e di una diffusa creatività giovanile e visione festiva dell’insurrezione.

Quale aspetto delle rivolte giovanili di oggi è più vicino, o meno lontano, a quello di cui si occupa “Voglio vedere dio in faccia”?
Ci sono state rivolte giovanili nei paesi arabi e oggi scontri dall’Ecuador a Hong Kong. Il filo conduttore, ieri come oggi? Nessuna fiducia nella politica.

Internet in che cosa ha modificato – se ritieni che lo abbia fatto – e in quale direzione la coscienza delle nuove generazioni?
Staccarsi dal corpo e dalla fisicità e materialità del mondo. Forzando un po’ le cose, il sociologo Michel Maffesoli, una cui intervista figura nel libro, parla addirittura di “comunione dei santi”. Nello stesso tempo, si percepisce come una minaccia, quella di essere governati dalla sovranità degli algoritmi.
di Armando Adolgiso
www.dolcevitaonline.it, 19 marzo 2020 I viaggi acidi di Albert Hofmann oltre il confine della coscienza
Tratto dall’intervista di Gianni De Martino pubblicata per la prima volta nel 1997 e ora riproposta nell'antologia "Voglio vedere dio in faccia. FramMenti dalla prima controcultura"

Dopo il frastuono psichedelico terminato verso la metà degli anni settanta, e poi degli anni definiti “di piombo” dalla stampa di regime e di quelli recenti della corsa al successo, il dottor Albert Hofmann, 86 anni, famoso in tutto il mondo per aver scoperto accidentalmente nel 1943 nei laboratori Sandoz gli effetti che l’Lsd aveva sulla coscienza, accetta di parlare a Milano della sua lunga ricerca.

Dottor Hofmann, cosa pensa della ripresa di interesse, negli ambienti accademici, degli studi sulla coscienza e gli stati modificati di coscienza.
Sono ricerche che mostrano in maniera sempre più chiara che non esiste un solo mondo, ma tanti mondi quante sono le coscienze. E che ognuno si costruisce da sé il proprio mondo, cioè la propria percezione del mondo, in questo gioco di equilibrio fra elemento fisico e coscienza.

Aldous Huxley parlava di “porte della percezione” e della possibilità di estendere a tutti, attraverso le chiavi chimiche, l’accesso a uno straordinario stato di coscienza. Perché lei non era d’accordo?
Il grande pericolo – ed è questo un punto sul quale ho poi avuto un contrasto anche con Leary – è quello di bruciare l’esperienza, arrivarci cioè artificialmente e troppo in anticipo rispetto al grado di maturazione individuale. Presupposto fondamentale è una certa stabilità, e per persone immature o che non hanno un certo equilibrio può essere molto pericoloso. È per questo che sostengo ancora che gli psichedelici dovrebbero essere tabù per i giovani, ma non proibiti.

Negli anni sessanta l’Lsd fu usata senza misura, in una logica di iperconsumo e di emozioni forti. Da qui, i disastri. Si sentì isolato?
C’era una celebrazione fin troppo ampia e affollata della ricerca delle differenze e quindi dell’uso e dell’utilizzo di queste sostanze. C’è poi stata una stretta micidiale negli anni settanta, ed è stato allora che più che isolato mi sono sentito preso in una morsa di negatività. Oggi la situazione sta di nuovo cambiando, e questo rinnovato interesse tra i giovani per gli psichedelici suscita in me non poche perplessità.

Il suo “bambino difficile”, come lei chiama l’Lsd, continua a darle preoccupazioni.
I figli che danno preoccupazioni non sono dei figliastri. Sono spesso dei ragazzi difficili perché hanno delle doti particolari. Sono particolarmente dotati ed è a causa della loro stessa intelligenza che talvolta sono tentati di andare ai limiti e imboccare strade pericolose. Solo con il tempo questi figli difficili che all’inizio danno preoccupazioni diventano, se ben guidati, dei ragazzi modello. Per quanto mi riguarda, grazie alle ricerche sull’Lsd sono entrato in contatto con le droghe magiche messicane e le cerimonie religiose che ne accompagnano l’uso rituale. In effetti, l’Lsd è una modificazione chimica della idrossietilamide dell’acido lisergico, il maggiore principio attivo dell’ololiuhqui, come vengono chiamati dalle tribù indiane delle regioni meridionali del Messico i semi di alcune specie di convolvulacee. La mescalina è il principio attivo psicotropo del cactus peyote, che cresce nelle regioni settentrionali del Messico e occupa un posto importante nelle cerimonie religiose di certe tribù indiane del Nordamerica. La psilocibina è il principio psicotropo del fungo magico teonanacatl, letteralmente “carne di Dio”, tuttora usato soprattutto nel sud del Messico. L’Lsd, dal punto di vista naturale, non è altro che una leggera variazione semisintetica delle antiche droghe sacrali. Se non avessi fatto questa scoperta non avrei potuto aprire gli occhi su un mondo e su tutto un contesto culturale che poi si è rivelato molto ricco. Mi riferisco non solo al mio incontro con la cultura messicana, ma anche alla cultura in generale, all’incontro con Huxley, Jünger e tutti gli altri.

Cosa cercava quel pomeriggio del 19 aprile 1943?
Ero impegnato da cinque anni in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta: l’ergotammina, isolata da Arthur Stoll nel 1918, e che fino a oggi è il farmaco più efficace nella cura delle emicranie; l’ergonovina, capace di provocare le contrazioni dell’utero, e altri derivati sintetici, fra cui un preparato idrogenato delle tre componenti pure dell’ergotossina, commercializzato con il nome di Hydergina e usato per migliorare le funzioni mentali degli anziani. Stavo cercando di realizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna. Combinando l’acido lisergico con differenti ammine ottenni il venticinquesimo derivato semisintetico della segale cornuta, la dietilammide dell’acido lisergico la cui sigla è Lsd 25. Mentre stavo completando la purificazione e cristallizzazione ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una leggera mutazione dei colori. Due giorni dopo, spinto dal presentimento che quella sostanza forse possedeva proprietà fino ad allora sconosciute, decisi di provarla ingerendo 0,25 milligrammi di Lsd 25, una dose estremamente piccola per ogni altro tipo di droga, ma come sappiamo oggi massiccia, considerando l’efficacia della Lsd 25. Il risultato non era assolutamente prevedibile. Dopo di allora c’è stata una prima ondata di ricerche che volevano essere scientifiche e comportavano ricerche in laboratorio con persone-cavie. È qualcosa che mi ha dato molto fastidio perché è un modo sbagliato della scienza di accostarsi allo studio della coscienza. Nel modo in cui si intromettono elementi troppo razionali nel valutare l’esperienza estatica c’è qualcosa di mancato e di non corretto. Vedere il mondo con “il cuore” o con “gli occhi della meraviglia”, per usare un’espressione del fisico Frank Oppenheimer, non è vederlo con gli occhi razionali della scienza. Molto dipende dal contesto in cui si compiono certe esperienze. È utile che ci sia un contesto “caldo”, amichevole.

L’ultimo suo viaggio?
Ho usato le sostanze non più di venti volte. L’ultima volta è stato tre anni fa in Messico con alcuni amici. Eravamo in un ranch, all’aperto, c’era la luna piena. E una forte e fraterna partecipazione fra di noi e con la natura. Estasi, non confusione. Essere nel mondo, come parte del mondo, una parte molto piccola, infinitesimale però in trasparenza, in profondità, unica e indeperibile come ogni essere umano.
Venerdì di Repubblica, febbraio 2020 Voglio vedere Dio in faccia. Gianni De Martino
Grande agitatore controculturale (è stato cofondatore di "Mondo Beat" e collaboratore di "Re Nudo" e "Alfabeta), De Martino esplora la rivoluzione psichedelica dagli anno 60 in poi. Con interviste a Michel Foucault, William Gibson, Alber Hoffmann e il Dalai Lama.
di e.ma.
Linus, gennaio 2020 Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia
Libri come questo aiutano a evitare che la storia, a suon di narrazioni pop, muti in un pannello oleografico che poi non lascia spazio alle analisi: un processo che non richiede i settecento anni trascorsi tra il martirio di Fra Dolcino e l’epoca degli hippies e dei freak da cui, ad esempio, ne sono passati appena cinquanta, ma già si tende a ricordarla come una simpatica e un po’ svampita accozzaglia, per lo più tollerata, dimenticando in toto quanta, e quanto feroce, fu la repressione che quei ragazzi subirono, specie in Italia – e di che entità le calunnie che ogni giorno gli lanciavano addosso TV e giornali. Anche per questo è importante Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura, curato da Tobia D’Onofrio per Agenzia X, non solo perché raccoglie succose interviste ai personaggi più disparati – dal Dalai Lama a William Gibson, da Albert Hoffmann a Fernanda Pivano – da parte di uno dei padri della prima controcultura italiana (De Martino è stato, tra le tante cose, redattore-capo di “Mondo Beat”), ma anche per la capacità che ha di riportarci alla carne viva dell’epoca, una carne lacerata, essendo fatta di rastrellamenti, arresti, pestaggi e insulti nei confronti della più importante avanguardia culturale dell’epoca, ma anche di momenti di supporto sotterranei e inattesi, si scopre infatti che a stampare il primo numero di “Mondo Beat” diede una mano un certo Giuseppe Pinelli.
di Vanni Santoni
Blow Up, gennaio 2020 Gianni De Martino. Voglio vedere Dio in faccia
Fossi nato a Milano dieci anni prima, quasi sicuramente sarei stato con Gianni De Martino tra i beat (battuti e beati) di Barbonia City la tendopoli di via Ripamonti che tanto scalpore fece in quel 1967 quando venne “finalmente” sgomberata (andavano di moda già allora gli sgomberi si sa) con titoloni sui giornaloni come il “Corriere” che il 13 giungo di quell’anno se ne usciva con un “Raso al suolo dalla polizia il villaggio ‘beat’ di Nuova Barbonia. Il servizio immondizie e l’ufficio d’igiene hanno fatto terra bruciata dell’immorale tendopoli”… Il racconto di quei giorni che valsero a Gianni un bel foglio di via che lo portò in seguito per altri lidi ed altre avventure in Marocco tra il 67 e il 75, apre questa preziosa raccolta di scritti, meglio cut-up di scritti che vanno dagli anni sessanta fino all’oggi. Dentro c’è il suo mondo, un mondo condiviso da molti di quelli come noi, che hanno voluto vedere dio in faccia (l’articolo che dà il titolo al libro e che conservo gelosamente, uscì sulle pagine di “Re Nudi” nell’aprile del 78) per poi tuffarsi e qualche volta bruciarsi nell’esplorazione della propria coscienza, dapprima con i viaggi acidi e poi magari con la meditazione e gli insegnamenti dei maestri tibetano. E così tra un’intervista ad Albert Hoffmann ed una al Dalai Lama, tra racconti ed incontri, i riti transe e di possessione dei gnaua in Marocco, il “tornado” Georges Lapassade che ha condiviso con Gianni un pezzo di vita ad Essaouira, trovano posto acute riflessioni su morte ed eros, su Foucault e l’omosessualità, una stimolante intervista su “Modem e tribù” a Michel Maffesoli, uno sfizioso scritto su Dracula, altri incontri con William Gibson e Michael Crichton, e ancora profumi e odori, note su estasi e creatività. Pagine lontane e vicine che scorrono intense e ci immergono in una sorta di ebrezza dionisiaca e tantrica insieme.
di Gino Dal Soler
www.rsi.ch, 13 novembre 2019 Gianni De Martino e la controcultura
Nella trasmissione Diderot – Le voci dell’attualità si parla del libro di Gianni De Martino Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti della prima controcultura. Ne parliamo con il curatore Tobia D’Onofrio. Ascolta qui
di Enrico Bianda

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