Schiavi nella città più libera del mondo
Il Venerdì di Repubblica, 27 maggio 2022 Schiavi nella città più libera del mondo. Laura Carroli
La storia della band bolognese Raf Punk è anche la storia di come il movimento punk si sia diffuso in Italia. Le fondamentali trasferte a Londra, la famosa contestazione al concerto dei Clash in piazza Maggiore, l'esigenza di autogestirsi i propri sogni. Autrice, una delle prime donne punk al mondo.
di r.siv.
Extra! Music Magazine, maggio 2022 Schiavi nella città più libera del mondo
Schiavi nella città più libera del mondo, oltre ad essere il primo EP in cui sono comparsi i Raf Punk (1982), è anche il titolo del libro di Laura Carroli che dei Raf Punk era la batterista. La città del titolo è la Bologna della fine degli anni '70, quella di Radio Alice, dei negozi di dischi Nannucci e Disco d'Oro, dei centri sociali, di Oderso Rubini, Red Ronnie e gli Skiantos ma che veniva definita dalla punkzine “Metal Machine Music” “una città di merda, piena di gente di merda che fa cose di merda”. Londra invece è la città dei sogni. Nella capitale inglese si va viaggiando in treno o in autostop, per andare ad ascoltare la nuova musica punk e new-wave con la speranza di trovare dei dischi a prezzi accessibili. Con le poche e frammentarie informazioni a disposizione si può arrivare a vedere Patti Smith al Reading Festival riuscendo perfino ad entrare senza pagare. Oltre ai dischi si cercano spillette, accessori e capi di abbigliamento della moda punk per sentirsi adeguati rispetto ai coetanei britannici. Già dalla fine degli anni '70 Laura, insieme al fidanzato Jumpy, va piuttosto spesso a Londra sia per acquistare dischi e vestiti che per vedere concerti (Public Image Ltd., Sham 69, ecc.). Scegliere di essere punk in quegli anni significava subire critiche, giudizi ed anche un po' di emarginazione. Erano gli “Anni di Piombo” e Bologna, come il resto d'Italia, era scossa dal terrorismo sia di destra che di sinistra e la polizia reprimeva sommariamente le manifestazioni di dissenso, spesso accanendosi su quegli “strani” punk, i quali erano spesso legati ai movimenti anarchici. Contestare tutto e tutti cercando di cambiare il mondo era la filosofia dei giovani punk rockers e non si facevano distinzioni, nemmeno se a suonare fossero i Clash (volantinaggio di protesta a Bologna, 1980), i Ramones (dare le spalle al palco a Reggio Emilia, 1980) o i Bauhaus (sputi di provocazione a Bologna, 1982). La ribellione e l'anticonformismo venivano espressi attraverso le fanzine (Punkaminazione, Attack Punkzine) e la musica, suonando, facendo radio, organizzando concerti e autoproduzioni con piccole etichette indipendenti come la Attack Punk Records che per prima produsse i CCCP. La musica insomma come veicolo perfetto per comunicare le proprie idee. Laura si sentiva sveglia, pronta e recettiva, mentre l'Italia intera sembrava addormentata, indietro ed ignorante.

Il punk veniva spesso associato all’anarchia, vi sentivate in obbligo ad essere coinvolti politicamente?
Non era un obbligo, io facevo parte del collettivo anarchico degli studenti sin dal liceo, distribuivo volantini e “A-Rivista anarchica”. Proprio per questo siamo stati accettati dai compagni anarchici più vecchi che ci hanno fatto usare la sede della FAI (Federazione Anarchica Italiana).

Contro tutto e contro tutti, eravate davvero così?
Sì, proprio così. Ci sentivamo esclusi da qualsiasi iniziativa istituzionale e non ci riconoscevamo in niente di quello che veniva proposto in Italia, ci disgustavano le offerte di TV e riviste, anche il Movimento al quale avevamo partecipato in passato si era disciolto tra partitini e droghe.

Che cosa avreste voluto cambiare?
Più che cambiare volevamo costruire una nuova alternativa nella quale essere attivi e non passivi. Non ci interessava essere adescati dai media, avevamo bisogno di creare e non di modificare qualcosa di esistente.

Nel 1982 lanciaste sputi contro i Bauhaus, lo rifaresti?
Ammetto che anch’io inizialmente mi ero adeguata a questa usanza proveniente dall’Inghilterra, una contaminazione abbastanza scimmiesca derivata dal desiderio di uniformarsi ai punk iniziatori. Al concerto dei Bauhaus però non mi sono unita alla folla sputacchiante, un po’ perché non ero sotto al palco e soprattutto perché ormai era roba del passato. Inoltre bisogna sottolineare che gli sputi erano un segno di approvazione, un dono prezioso del pubblico ai musicisti. Fortunatamente l’usanza è diventata materia di antropologia adesso.

“La voglia di suonare deriva dalla voglia di esprimermi e la musica è un veicolo perfetto per comunicare le nostre idee” (vedi pag. 116 del libro), ma quali sono le idee che volevano esprimere i “punk” bolognesi?
Politicamente si trattava di attuare l’unica forma di anarchia possibile nella nostra società e cioè attraverso l’autoproduzione in ogni sua forma per essere protagonisti della propria vita. Anche se bisognava fare i conti coi bisogni reali per la sopravvivenza, non volevamo cedere il nostro tempo libero all’industria del divertimento. La speranza poi era di rendersi autonomi economicamente, cosa nella quale ho fallito.

L’estetica e l’abbigliamento erano una provocazione per rivendicare la propria libertà. È una cosa che fai ancora?
L’estetica punk mi piaceva moltissimo e ne ero affascinata al punto di sostenere tutti i problemi che comportava, direi che è stato un approccio istintivo ed emotivo più che ragionato, almeno sulle prime. Io mi piacevo con i capelli dritti, i vestiti zebrati e leopardati, le minigonne e le calze a rete, era tutto così sexy e attraente! Il contrasto tra la provocazione estetica e i segni del tempo mi danno la percezione di uno stridio nei confronti della bellezza, pertanto ho uno stile più casual e meno vistoso del passato. In fondo sento che non ho più bisogno di farmi accettare da un gruppo, mi basta un badge o un giubbotto per lanciare un messaggio e poi ormai è tutto così rimasticato dall’industria della moda che bisogna sforzarsi di essere davvero eccessivi per non finire tra i trend del momento.
di Daniela Giombini e Dario Calfapietra
Buscadero, aprile 2022 Schiavi nella città più libera del mondo. Laura Carroli
Negli anni, diciamo a partire da quello che ormai è un classico del genere Costretti a sanguinare di Marco Philopat, diversi sono stati i libri che si sono peritati di raccontare la storia del punk nostrano e, più in generale, la nascita e la diffusione di movimenti musicali e giovanili in una provincia dell’impero quale l’Italia. Al drappello si aggiunge ora il prezioso libro di Laura Carroli, batterista dei Raf Punk, tra le fondatrici della fanzine anarco-punk “Attack” e dell’etichetta discografica Attack Punk Records, quest’ultima non solo importante punto di riferimento per le autoproduzioni antagoniste italiane, ma anche l’etichetta che scoprì e pubblico le prime cose dei CCCP. Soprattutto Carroli fu una delle prime donne dedite anima e corpo al punk e questo è un elemento importante nel rendere speciale un libro come questo, dato che uno sguardo femminile sul fenomeno indubbiamente mancava. Lo stile è quello già sperimentato da altri libri: narrazione incalzante dettata al presente, un modo efficacissimo per catapultarci istantaneamente nella Bologna a cavallo tra la fine degli anni 70 e la metà degli anni 80. Laura è così brava a raccontare e a preservare per tutta la narrazione una voce autenticamente punk, che gli eventi non sembrano distanti quarant’anni, ma sembrano accaduti ieri. Ed è bellissimo calarsi in un’epoca che all’ingenuità e alle ristrettezze mentali della provincia, rispondeva con entusiasmo e una voglia di staccarsi dalle convenzioni senza pari, esprimendo attraverso la musica, gli scritti e i manifesti tutto il proprio bisogno di comunicare, di urlare ai quattro venti il proprio disprezzo nei confronti di una società borghese e dagli orizzonti ristretti, anche nella “rossa” Bologna, la “più libera città del mondo” del titolo. Nonostante il sottotitolo del libro sia La storia dei Raf Punk, qui viene offerto un quadro abbastanza ampio di quello che era la comunità punk del nostro paese, e lo si fa raccontandone la storia dai primordi fino all’avvento dell’hardcore, condensando in un racconto che fila come un treno quasi dieci anni di avvenimenti. Così come il punk investiva l’intera vita di chi decideva di aderirvi, il racconto si dipana tra storie di quotidianità (i racconti dell’alienante lavoro alle Poste; il rapporto con l’amato compagno Jumpy; l’iniziazione al sesso; i viaggi a Londra a comprare i dischi, vedere i gruppi dal vivo e scoprire sempre nuova musica; le difficoltà nel mettere assieme le band e nell’organizzazione dei concerti; la mancanza di soldi; gli scontri con i fascisti e la vicinanza agli anarchici), elementi di snodo importanti (le radio libere, il Virus di Milano, la contestazione al concerto dei Clash, Punkaminazione), l’incontro con alcuni grandi personaggi (John Cage, i Crass), con sullo sfondo anche scampoli di Storia con “s” maiuscola (la strage di Bologna, il delitto Moro). Laura non ha peli sulla lingua e il racconto è diretto, sincero e senza censure. Per scrivere il libro ci ha messo vent’anni, e se la cosa non si avverte a livello stilistico (è un complimento), lo si percepisce nella precisione anche cronologica degli eventi narrati. Ulteriore valore aggiunto (Carroli è, oltre che conduttrice radiofonica, una vera archivista per ciò che riguarda il punk a livello internazionale), il volume è corredato da un’ampia sezione fotografica con foto, manifesti, volantini, disegni, copertine di fanzine e altro ancora: Da non perdere!
Lino Brunetti
Umanità Nova, 15 marzo 2022 Tre libri che raccontano la musica sbagliata
Qualche tempo fa vi raccontavo del mio spaesamento, della mia confusione, del mio sentirmi fuori posto attraverso gli anni Sessanta che col tempo sono diventati gli anni Settanta e poi gli anni Ottanta e infine il millennio nuovo. Ho accumulato dentro la testa, dal mio punto di vista di bambino e poi di sbarbo e poi di adulto e adesso di vecchio & pensionato, gli anni di lavoro di mio padre al Petrolchimico, il primo disco che ho comprato (il secondo lp dei Led Zeppelin appena uscito, consumato a forza di ascolti su una fonovaligia del Reader’s Digest) e la mia prima chitarra, il sospetto prima lo smarrimento poi e infine la consapevolezza del sentirsi differenti da tutto e da tutti quando stavo alle scuole superiori, com’era Mestre senza la tangenziale cioè quella specie di periferia sconfinata e brutta sospesa fra nebbia invernale e estati calde dove si veniva su storti, strani e spaesati fra la campagna che stava sparendo e il cemento e l’asfalto che avanzavano. Meno male che Venezia era a portata di autobus, allora non ti mandavano via se ti sedevi con un libro per terra alle Zattere a prendere il primo solo, per il Carnevale non c’era ancora niente di organizzato e poteva succedere di divertirsi a san Marco prendendo a calci una lattina noi due tre e altri dieci sconosciuti. Ecco, volevo farvi una fotografia di come mi sentivo ma viene fuori tutta nera.
Il punk, una mattina. È stato come svegliarsi col sole, dopo un inverno fitto di tanta e tanta nebbia. Dalla strada, da fuori, arrivava rumore: il nostro rumore, che con le musiche che giravano prima non c’entrava proprio niente. Pareva che il Sessantotto fosse stata una rivoluzione con una colonna sonora completamente diversa. Nel giro di poche notti il punk aveva costruito un muro insormontabile: restava di là la roba improvvisamente diventata vecchia – i cantautori, il blues, il prog, il rock, i dinosauri. Noi di qua del muro: soli, spaesati e disinformati. C’è da dire che alla fine degli anni Settanta il punk non aveva ancora raggiunto la parte del mondo dove vivevo: nel nordest avevamo solo scarsissime informazioni e non ci si poteva fidare neanche delle poche che avevamo. Ad esempio, dai compagni più vecchi in radio i punk venivano descritti come stupidi e violenti, un fenomeno da baraccone, robaccia fascista che doveva restare fuori dalle trasmissioni.
I miei anni Ottanta sono stati pieni di incontri, viaggi e di scambi, di fanzine e di musiche, di punk e anarchia mescolati a suoni nuovi appena inventati dei quali avevo sempre fame. Dietro ai nomi dei gruppi e delle fanzine c’erano tutti ragazze e ragazzi pressappoco della mia età, anche loro conosciuti alle manifestazioni, ai concerti, nelle cantine, in radio, nelle stanze occupate dei primi piccoli centri sociali e negli spazi autogestiti e precari fioriti in giro per il paese. Eravamo tutti diversi, eppure ci assomigliavamo, ciascuno con qualche nodo segreto dentro il cuore che ci rendeva fragili, tutti innamorati e impegnati a cercare una colonna sonora adatta alla giornata. Non eravamo capaci di suonare e di cantare ma non era grave: avremmo presi i pezzi dai dischi e dalle cassette degli altri, cucendoli in un patchwork che ci rassomigliasse. Abbiamo fatto così – rosicchiato, strappato, rubato, fatto diventare nostro. Ci abbiamo provato: a volte ce l’abbiamo fatta, a volte no.
Laura Carroli, quella che stava dietro i tamburi della batteria con i Raf Punk, ci ha nesso vent’anni a raccogliere e dare forma scritta alla sua vita di ricordi, incontri, ragionamenti ed esperienze. Si chiama Schiavi nella città più libera del mondo (ed. Agenzia X) ed è un libro proprio storto e tutto fatto a modo suo – ed era ora che si trovasse il coraggio di fare un libro così. Dove per altri scrivere è stato un modo per togliersi sassi e pezzi di vetro dagli anfibi, per accoltellare alle spalle in maniera più o meno simbolica o per riscrivere a proprio modo delle storie con le s sempre più minuscole, Laura ha preferito parlare dolcemente di ingenuità che diventa consapevolezza, di piccoli mondi-a-parte in collisione, di delusioni che finiscono col rafforzare i sogni. Una mescolanza di candore e disperazione tenuta insieme da un amore sconfinato. Meravigliosa lei.
Gli anni Novanta significano per me un carico pesante di problemi familiari e due figlie arrivate a distanza breve: la maggiore era gravemente disabile e bisognosa di cure ed assistenza continua – ne parlo al passato perché è vissuta solo sedici anni. Sedici anni di problemi grossi e spigolosi che mi hanno tenuto lontano da tutto (non da tutti): lì fuori c’era il mondo che continuava ad andare avanti, mentre io avevo questo collare pesante stretto al collo. Mi sono ritrovato spesso ad aggrapparmi denti e unghie alle musiche dentro ai dischi dei miei amici e compagni, le parole cantate adoperate come lettere da lontano, come abbracci veri, forti. Molto spesso gli articoli che inviato alla redazione di A/Rivista Anarchica tra il 1992 e il 2008 sono stati scritti da una stanza d’ospedale, collage fatti di una frase scritta adesso e un’altra chissà quando, dopo, forse.
Giangiacomo De Stefano e Andrea “Ics” Ferrari sono riusciti a raccontarmi com’era il mondo lì fuori, quello che andava avanti quando io ero fermo, quello che si sbatteva mentre io ero via. Hanno raccolto in Disconnection (ed. Tsunami) un mosaico di testimonianze, sputi, confessioni, pietre, rutti e scoregge: quattrocento-e-passa pagine di vita vera e di musica vera raccontate sotto tutti i punti di vista, mille interpretazioni della libertà e del suono, songi in forma di ragionamenti e relazioni interpersonali e sperimentazioni sonore. Leggerlo per me ha significato riempire un buco importante e in qualche maniera riprendermi una parte della mia vita anche se solo di riflesso. Ha significato anche annusare vecchi odori e ritrovarmi con certi vecchi sapori in bocca, soprattutto nell’inciampare qui dentro nelle testimonianze di ragazze e ragazzi che dal nome ho riconosciuto come “clienti” recidivi del mio ex banchetto per forza di cose divenuto mailorder. Se oggi sono ancora arruffato e scontroso orso incasinato spigoloso e rompicoglioni, lo devo anche a quelle ragazze e ragazzi che si sono sbattuti anche per me, perché io non potevo.
Sono stati sacrificati chissà quanti alberi e sprecati fiumi d’inchiostro per raccontare l’Italia musicale degli anni Ottanta – anche io nel mio piccolo ho contribuito al massacro e allo spreco. Mi è capitato tra le mani però un libro, scritto esplicitamente per chi è venuto dopo e allora non c’era, che racconta senza celebrare e che piega senza pretendere di insegnare: Stefano Gilardino in Shock antistatico (ed. Goodfellas) ha ricostruito una scena e un periodo storico in un libro attraverso il quale ammetto di riconoscermi e di sapermi orientare. Da “dentro” la scena degli anni Ottanta succedeva tutto disordinatamente, un misto inestricabile di tensione e di gioia, di tentativi e fallimenti, di strizza e di disperazione: il libro è tecnicamente un susseguirsi di ricostruzioni che è riuscito bene, nel senso che trovo condivisibile la sua versione dell’aria che si respirava allora. In una parola sono rimasto stupefatto dell’attenzione (per non dire dell’amore, senza esagerare) riservata ai miei compagni di allora: eravamo dei ventenni persi, poveri e ingenui e sognatori alle prese con un mondo da inventare – spesso l’abbiamo fatto fagocitando e riciclando intuizioni e invenzioni d’altri. Dove tanti hanno scritto e basta, Stefano si è incuriosito, ha avvicinato, ha studiato, ha capito, ha incontrato, ha verificato, ha chiarito e poi ha scritto. Cazzo, mica poco.
di Marco Pandin
Carmilla, 16 febbraio 2022 Schiavi nella città più libera del mondo di Laura Carroli
“Il punk è un vulcano in piena attività e sta eruttando lapilli e lava, cambia continuamente la geografia del paesaggio”

Laura Carroli è stata la cofondatrice di uno dei più rappresentativi gruppi punk non solo bolognesi. I Raf Punk sono nati sull’onda d’urto del movimento politico-artistico-esistenziale della fine degli anni Settanta, spinti dal motto punk do it yourself! Non sprecare tempo ed energie cercando riconoscimenti dal sistema, suona la tua musica, registra i tuoi dischi, pubblica le tue storie sulle punkzine e mandali tutti all’inferno. Era uno stile di vita, un brand internazionale, convulso, creativo. In questo libro, attraverso “la storia dei Raf Punk”, quella golden age di ribellione, di fuck the power, c’è tutta. Chi l’ha vissuta la ritroverà con una vivacità e un effetto presenza straordinarie. Rivivrà quel tempo, forse perduto, o forse no; ritroverà i suoni, la velocità, ma anche la rabbia, la voglia di vivere. L’autrice ci ha messo dentro se stessa ed è riuscita anche a diventare personaggio/narratore collettivo. È un testo storico, ma anche un romanzo appassionante e divertente. Si staglia in modo originale sullo skyline di altri libri similari, testi memorialisti e a loro modo estremi come La mia vita hard-core di Harley Flanagan per lo spazio dedicato anche ai sentimenti, l’amore, il sesso. Laura Carroli l’ha detto, in una intervista in piazza del Nettuno a Bologna: “Ho raccolto e letto i libri scritti su quel periodo, sono tutti di autori maschi. Infatti si avverte una certa esagerazione maschile, lo spazio dedicato soprattutto agli eventi, le risse, le avventure. Io ho voluto scrivere un testo diverso. Ho voluto metterci dentro anche altro.” E se vogliamo cercare un confratello letterario troviamo singolari affinità elettive con Just Kids di Patti Smith, la poetessa rock amata dall’autrice, tanto da organizzare un viaggio in autostop a Londra per un suo concerto. Ma poi tutto cambia, tutto gira nel vortice punk. Patti Smith arriva a Bologna e “in quell’occasione la città era stata invasa da capelli lunghi, cappelli con larghe tese, torsi nudi, collanine freak e cannoni fumanti, lei aveva inneggiato al papa, quel nazista anticomunista e reazionario. Ora ci sputo sopra!”
Il punk era a suo modo un movimento purista, in quanto stile di vita totale e comunitario; era una società laterale, alternativa, senza contatti col mondo borghese perbenista né tanto meno col mercato. La musica era al centro di tutto, suonare per esprimersi, per picchiare sulla batteria, per stare insieme. Per cui i gruppi che arrivavano al successo, e lo cavalcavano, rendendo duttile e malleabile la loro musica, cessavano di essere punk e venivano insultati, disprezzati. L’esempio più eclatante, narrato col solito effetto presenza, furono i Clash con London Calling: opportunisti traditori del punk, duramente contestati a Bologna. Schiavi nella città più libera del mondo contiene eventi, fatti collettivi, tanta politica anarco-pacifista, ma anche divertimento, una carrellata di personaggi originali, incontri epici, il primo concerto dei PIL, i Dead Kennedy a Perugia, i soggiorni a Londra, sempre alla ricerca di dischi e concerti, tanto che si poteva saltare la cena per non rinunciare all’ultimo disco dei Crass. E poi la punkaminazione in Germania, a Berlino a bordo della Dyane 6 così carica che il fondo rischiava di sfregare sull’asfalto. Riviviamo i disastri dei primi festival punk, incastrati in una città ostile, sprezzante e ottusa. Ed è anche – si può dire? – un testo governato da una certa grazia femminile, che riscatta il machismo di altri memoriali simili. Non solo epica strong, ma un’attenzione ai dettagli, il gusto punk per l’abbigliamento, i giubbotti di pelle, i capelli, come affermazione di eleganza do it yourself nella città grigia e omologata. Un inserto fotografico, composto da istantanee scattate in varie situazioni, spesso sgranate o sghembe, ne amplifica l’effetto visionario e ci fa letteralmente saltare dentro a quel tempo e a quegli spazi. Infine c’è un altro aspetto collaterale che colpisce: La città più libera del mondo, con la sua subcultura borghese e bottegaia, confrontata con quella di oggi, sembra preistorica: concedeva spazi per suonare, sale ai punk e agli anarchici, il Baraccano, il Cassero; punti di ritrovo dove si organizzavano concerti, sale prove, manifestazioni. Oggi è talmente libera che i centri sociali vengono sgomberati e tutti gli spazi pubblici non istituzionali affidati ai costruttori che realizzano porzioni di cittadelle semifortificate dove regnano sovrani l’ordine e il decoro.
Di seguito pubblichiamo un estratto del libro, un volantino che fu affisso in varie parti della città.

PUNK INCONTRIAMOCI!
A te che pur vivendo tra questo cumulo di pietre fredde e scostate chiamato Bologna, tra altri 400.000 bipedi zombi, senti che qualcosa non funziona, ma continui a gironzolare per la strada senza meta, annoiandoti da solo a casa tua o collettivamente a casa di amici, o fai trascorrere il tempo davanti a un bar bevendoti le idiozie dei coglioni del posto, o peggio cominci a pensare che le pere siano l’unica soluzione, o fai solo quello che dice il partito, o leggi Popster-popstars “cosa posso fare oggi?” e finisci immancabilmente in una fottutissima discoteca, a te NON VIENE MAI VOGLIA DI VOMITARE, vomitare su tutte queste cose, la scuola, la discoteca, la caserma e tutte quelle cose che ti rubano tempo restituendoti solamente valanghe di noia? Credi forse che la noia NOIA sia solo nei dischi dei BUZZCOCKS ADVERTS o sia invece tutto ciò che ti succede ogni giorno??? Questo perché vivi in una stupida città dove la sera non sai cosa fare, il sabato e la domenica non sai dove andare e così pure tutti gli altri giorni, semplicemente perché NON C’E’ NESSUN POSTO DOVE ANDARE.
Non pensi mai che ci sono moltissimi altri kids con questo tuo stesso problema, questa maledetta angoscia che ti succhia tutte le energie vitali, non pensi che unendoti a loro potresti fare almeno un piccolo passo verso la soluzione della faccenda???? Non credi che potresti frequentare persone con le tue stesse idee, i tuoi stessi casini, che ascoltano la tua stessa musica, che hanno i tuoi stessi bisogni, invece di SPRECARE TEMPO con quelli che conosci solo perché abitano nel tuo palazzo o sono in classe con te o “sono delle fighe ma non ci stanno”??? O pensi che si possa ascoltare gli ANGELLIC UPSTARTS come si ascoltano i merdosi Supertramp, i fottuti Dire Straits, poi andare a ballare in discoteca, regalare l’anellino alla fidanzata, mettere il vestitino che dice la mamma o quello che va di moda, studiare “perché-così-sono-sempre-pronto”, dire che quella è una puttana perché “va con tutti”, andare a vedere Alien e tutti i successi-merdate, magari in prima visione, o comperare la vespa perché ce l’hanno tutti????
Se sei uscito da questo circolo vizioso o se non ci sei mai entrato e non vuoi prendere THE SHIT THEY GET sai che dobbiamo vederci-unirci trovarci e sai che facendo ciò potremmo tentare di fare qualcosa per smuovere questa situazione di merda, come trovare un locale dove fare concerti o qualsiasi altra cosa. Dato che per il momento non esiste un luogo preciso dove incontrarci, telefona il più presto possibile a Giampaolo 892352, Laura 517480, Oddone 562030, Stefano 362254, Paolo 371158
DON’Y GET THE SHIT THEY GET DIAL JOIN US
di Mauro Baldrati
Blow up, febbraio 2022 Laura Carroli. Schiavi nella città più libera del mondo
Un poco per volta, diverse voci della scena musicale punk e new wave italiana hanno ricostruito negli ultimi tempi, dando alle stampe libri di memorie, il tumultuoso panorama del “nuovo rock” italiano degli anni ’80, un periodo di attivismo sonoro a un tempo ingenuamente provinciale e visceralmente autentico, che tra mille difficoltà logistiche ed economiche guardava a ciò che accadeva oltre Manica ma sviluppava anche forme espressive e d’aggregazione autoctone. Sottotitolata “la storia dei Raf Punk”, l’autobiografia cui ha lavorato per due decenni la batterista Laura Carroli colma in tale prospettiva una piccola ma importante lacuna, raccontando in prima persona e dall’ottica femminile di una delle prime “donne punk” del pianeta le vicende, nella Bologna sotterranea dei primi ’80, dei quattro Raf Punk e dell’etichetta Attack Punk Records (poi anche Totò alle prese coi dischi e Multimedia Attack), fulcro e punto di riferimento per le autoproduzioni antagoniste dello stivale che ha pure scoperto e lanciato i CCCP. Un racconto scorrevole e disinibito che si legge a rotta di collo, tra aneddoti di quotidiani attriti con perbenisti, fascisti e forze dell’ordine (anche nella rossa “città più libera del mondo”), altalenanti rapporti col compagno e agitatore dalla lingua sciolta Giampaolo/Jumpy, le difficoltà nel mettere assieme la scalcinata band e un repertorio incendiario, le azioni esemplari rifiutando l’ideologia della società dello spettacolo (come la clamorosa contestazione del concerto dei Clash in Piazza Maggiore a Bologna nel giugno 1980), le fanzine personali e i tentativi di coinvolgimento dell’intera scena (“Punkaminazione”), la rocambolesca organizzazione di festival ed eventi punk, i viaggi a Londra e gli incontri coi più svariati personaggi (da John Cage ai Crass a Paul Chain), e poi il lavoro alienante alle Poste di Laura, i difficili rapporti con la famiglia e le prime sperimentazioni sessuali, rivelando in tanti diversi episodi il significato di essere punk nel look e nell’animo in quegli anni. Il testo, e la cosa certo non guasta, è corredato da un ampio apparato iconografico con foto dall’album dei ricordi dei Raf Punk e amici, ma anche poster, volantini, copertine di fanzine e dischi, disegni e memorabilia.
Vittore Baroni
Rumore, febbraio 2022 Laura Carroli. Schiavi nella città più libera del mondo
Il metodo è quello collaudato della memoria personale che diventa collettiva, forse l’unico possibile quando si parla del punk e dei suoi protagonisti, gente mediamente poco incline all’archiviazione “a fini divulgativi”. Schivi nella città più libera del mondo non si sottrae alla regola ma ha qualcosa in più: lo firma una persona che, oltre ad aver fatto le cose, le ha anche raccolte e conservate. Dischi, fanzine, locandine, lettere, badges: ogni espressione concreta del punk veniva catalogata da Laura perché sarebbe diventata qualcosa di importante. La batterista dei Raf Punk, cofondatrice dell’etichetta Attack Punk (quella per cui hanno esordito i CCCP), artefice della contestazione ai Clash nel 1980 in Piazza Maggiore, diventa così un osservatorio su quei giorno confusi e bellissimi descritti nella loro interezza. Dubbi, errori di valutazione, noia, passione, slanci, rumore, bisogno di inventarsi cose che non esistono. Di svecchiare il mondo a partire dal proprio. Voglia di lasciare un segno. Il tutto con una dovizia di particolari che ha del sorprendente e senza quegli “svarioni cronologici” spesso presenti in altri libri “di genere”. La Carroli non ha filtri, parla di sesso con candore adolescenziale, di abbigliamento “fai da te”, di dischi che ti cambiano la vita. Leggi il suo libro ed è come se gli eventi descritti fossero accaduti ieri, non 40 e passa anni fa. Si parte dai giorni in cui il punk era un oggetto misterioso ma si capiva che era qualcosa di diverso (e si andava ai concerti dei Chrisma e di Iggy Pop come a quelli degli Here & Now) e si arriva alla stagione d’oro dell’hardcore italiano, una decina scarsa d’anni che non sembrano così lontani, tanto il racconto è fluido. Bologna e i Raf Punk sono protagonisti allo stesso tempo un pretesto perché in realtà è tutto il punk italiano a riempire queste pagine. Laura tesse una trama che collega Pordenone, Milano, la provincia e Londra (la “terra promessa”). E fa del nostro paese, con tutti i suoi deficit, lo scenario ideale per un punk che ancora non c’è ma lei vuole a tutti i costi. Un credo. Se così non fosse, questo libro (al quale l’autrice lavora da 20 anni) non sarebbe mai uscito. Invece lo stringiamo tra le mani, 300 pagine nelle quali si racconta la storia di un gruppo che si è ritagliato uno spazio nella storia, nonostante il punk fosse visto male da destra e da sinistra, dai genitori, dalle istituzioni, da tutti. Un cancro nel sistema, l’ultima vera rivoluzione culturale alla quale abbiamo assistito prima dell’avvento della Rete che ha messo tutto e tutti sullo stesso piano. Laura non ha mai abdicato e questo libro ne è la dimostrazione. Mancava una voce femminile che raccontasse il nostro punk. Eccola.
Voto: 80/100
Luca Frazzi
booksnormali.blogspot.com, lunedì 31 gennaio 2022 Laura Carroli. Schiavi nella città più libera del mondo
Il primo giugno 1980 i Clash suonano in piazza Maggiore a Bologna, ma in città è già maturata un’esperienza che predilige piuttosto i Crass, seguendo l’idea che “il punk è un vulcano in piena attività e sta eruttando lapilli e lava, cambia continuamente la geografia del paesaggio”. Laura Carroli, protagonista assoluta e indiscutibile di Schiavi nella città più libera del mondo, racconta di anni temerari e coraggiosi, di come ha scelto, perché si tratta di scegliere, di “affrontare un sistema di soprusi, dalla famiglia alla scuola al lavoro”, attraverso la curiosità, la creatività, la sensibilità (politica e non) che è andata scontrandosi con un paese provinciale, gretto, farraginoso, cupo e brutale nelle sue trame più o meno segrete e nell’ostentazione della morale e della retorica. Laura Carroli, poco più che adolescente, lo dice senza esitazione: “Io invece mi sento sveglia, pronta e ricettiva, mentre l’Italia intera mi sembrava addormentata, indietro e ignorante, come la gente che ci guarda con quell’aria di stupore e meraviglia come una vissuta da sempre nella caverna di Platone. Noi ci sentiamo fuori da quella maledetta caverna e andiamo incontro alla luce”. Tutto scritto al presente perché il presente è tutto: il racconto è immediato, senza filtri, sincopato ed effervescente, punteggiato da aneddoti, appunti di viaggio epici (Londra, la meta ricorrente) e comprensivo dello sforzo continuo di sopportare un lavoro in posta che garantisce un minimo di indipendenza e l’urgenza della comunicazione e del costruire qualcosa di unico e originale. Mentre gli altri vestono firmati (Timberland, Moncler e Ray-Ban, come se fossero gadget pubblicitari viventi e ambulanti), i punk trasformano gli abiti, strappano e cuciono, riciclano e risparmiano in anticipo di decenni sulla sostenibilità e sull’economia circolare. Laura Carroli ricorda e descrive con singolare afflatto l'applicazione rigorosa del do it yourself, dalle punkzine all’organizzazione dei concerti (sempre un casino), che si scontra con l’ortodossia dei partiti, ma che si rivela l’arma in più per crescere da soli, in pubblico. In un volantino dedicato a Lou Reed, lei e il suo gruppo scrivono: “Noi siamo la gioventù inappagata, quelli i cui gesti nessuno comprende. Per quanto si sforzino di catturarci attraverso dolci profumati, nessuno tocca il nostro punto debole o non vuole, perché sarebbe l’inizio di una sommossa più ampia. Noi siamo la gioventù che sputa sul brodo grasso, che nessuno accalappia. Le cose che desideriamo noi le cerchiamo senza aspettare che da un pulpito uno psicologo/psichiatra/consulente della giunta comunale, trovi il modo di darcele, perché noi sputiamo il succhiotto per metterci a strillare”. Questo autoritratto degli Schiavi nella città più libera del mondo è solo un piccolo riassunto di un’operazione a cuore aperto, senza censure, che vede Laura Carroli dispiegare tormenti, gioie, delusioni, sofferenze: “Mi sento una bambina che non vuole crescere, voglio rimanere sempre giovane, ma le circostanze mi obbligano a prendere delle responsabilità, cerco di scappare ma non davanti ai miei sogni, per i quali sono disposta ad affrontare grandi difficoltà”. Va messo in conto il complesso legame con Jumpy, la creazione dei RAF Punk e dell’Attack Punk Records, etichetta discografica autogestita e alternativa, la vocazione internazionale perché “le idee ci sono, ora si tratta di realizzarle. Bologna nel suo vuoto può diventare un buco nero e attrarre altri come noi”. La musica, la politica, l’amicizia, il sesso, una voglia di vivere fuori dagli schemi trovano nel punk “un tempo veloce, un segno del ritmo accelerato a cui sarebbero seguiti i futuri movimenti. Non era un fiume ma un torrente in piena sul quale ho cercato di navigare mantenendo la rotta senza farmi travolgere”. Ed è così che gli Schiavi nella città più libera del mondo sapranno esprimersi in modo compiuto come scrive Massimo Pirotta nell’introduzione: “La critica radicale alla società fu parte integrante del lavoro culturale dei fondatori dell’Attack Punk, proprio per questo riuscirono a captare i pochi sussulti non allineati di quel periodo e porre l'accento sulle idee che si stavano sviluppando nell’underground”. Verissimo e, non a caso, il finale, per Laura Carroli, è agrodolce, ma coerente con una storia che è davvero punk a tutto tondo. Ammette candidamente che quando l’Attack “aveva infilato un piede nel circuito commerciale, bisognava spingersi dentro con tutto il proprio peso per entrare, ed è allora che ho cominciato a tirarmi indietro”. Come avrebbe detto Joe Strummer, battendosi il petto: viene dal cuore, e si sente.
di Marco Denti
www.ondarock.it, 20 gennaio 2022 Laura Carroli. Schiavi nella città più libera del mondo
Abitando a Bologna e frequentando circuiti punk, difficile non essersi imbattuti in una signora dall'apparenza minuta e dimessa, ma che non manca mai di essere importunata da qualche appassionato, magari con taccuino d'ordinanza alla mano, consapevole della miniera di informazioni estraibili da quella preziosissima testa bionda. Laura Carroli è ben più che una reduce/sopravvissuta: è la memoria storica di un'intera scena, una biblioteca vivente che ha finalmente deciso di aprire il suo sconfinato archivio di materiali e ricordi. La nascita di una consapevolezza musicale e politica, i picareschi viaggi a Londra, l'incontro con Jumpy, la contestazione dei Clash a Piazza Maggiore, i concerti dei RAF Punk a zonzo per l'Emilia, il pellegrinaggio alla "Dial House" dei Crass a Epping, la fondazione della Attack Punk Records, il decisivo incontro con i CCCP, ma anche gli avvilenti turni alle Poste, le incomprensioni con i genitori, le insicurezze sul proprio aspetto, le amicizie e gli amori che sbocciano e avvizziscono: questo e moltissimo altro è Schiavi nella città più libera del mondo, il testo forse definitivo sulla storia del punk bolognese, inevitabilmente titolato come il ruvido Ep che nell'82 battezzò il movimento.
Raro racconto al femminile da una provincia dell'Impero che seppe farsi centro, cronologicamente rigoroso ma avulso da pretese storicistiche, puntellato com'è da digressioni filosofiche e confessioni a cuore aperto. Tra coming of age a ormoni sciolti, antiretorico amarcord generazionale e squinternato road trip, la Carroli inanella una scrittura dal taglio diaristico, vivida senza risultare affastellata, anzi ben tersa, non disdegnando incursioni libertine e fiammate immaginifiche d'ispirazione beat, alcune particolarmente felici (una su tutte, la visione autostradale degli specchietti dei tir "come corna di bisonti luccicanti").
Proprio questa prosa "a mente fredda" è la maggiore qualità di un romanzo-saggio sereno e ironico, che non lascia scampo all'autocelebrazione nel narrare una storia in cui chiunque può identificarsi: che siano autoanalisi private o sconvolgimenti pubblici (strage del 2 agosto inclusa), tutto scorre in un flusso esistenziale scevro di enfasi ma non di passione. La punteggiatura tiene, ma qua e là viene volentieri sbalzata, assecondando compulsioni e convulsioni di questi pionieri affamati di aria nuova, belli e dannati come quel grande sole nero che è stato il punk. Quanto alle bollenti parentesi erotiche, gonfie di carne schiumante manco fossero fantasticate da un Bataille o un Apollinaire, recano il marchio inconfutabile di una vita divorata fino all'ultimo gemito.
Brilla una tenera ingenuità eppure una folgorante consapevolezza tra questi mohicani che "mangiano lattine e sputano lamette", nutriti dalle ultimissime epifanie discografiche quanto da letture ereticali sempreverdi, affatto timorosi nel rivendicare una continuità con le avanguardie che prima di loro amarono quei romanzi proibiti (e vuoi vedere che il povero Greil Marcus di "Lipstick Traces" non meritava tanta acrimonia, con buona pace di quella canaglia di Stewart Home?).
Tutta da godere, poi, l'immancabile colonna sonora interna, che rimbomba tra le pagine come fosse diffusa da appositi speaker, propagando in lungo e in largo Patti Smith, Ultravox!, Wayne County, Sham 69, UK Subs, Negative Trend, in una serrata playlist che non troverete su nessun servizio di streaming.
Emozionanti, per chi conosce i protagonisti, certi retroscena lontani dai riflettori (la rivelazione in cameretta di un Jumpy già intento a rubare i vestiti della madre), mentre è un brivido per tutti la collisione spesso fortuita con eventi che hanno ridisegnato il costume occidentale (il concerto d'esordio dei Public Image Ltd. al Rainbow di Londra nella notte di natale del '78, battesimo della new wave). E se non sorprendono le apparizioni dei vari Miss Xox, Giorgio Lavagna, Steno, Marco Philopat, Francesca Alinovi, Oderso Rubini, Red Ronnie, "Robertino", ben più inaspettate sono quelle di Gino Fabbri, Libero Fantazzini, Roberto Roversi, in un megafono transgenerazionale della voce alternativa cittadina.
La monumentale appendice fotografica, infine, completa con stile un volume appagante anche per gli occhi.
Se avete sempre sognato una mamma con i capelli viola, non avete che da farvi adottare. Nella sterminata letteratura punk italiana, un libro unico nel suo genere.
Massimiliano Speri
www.iyezine.com, 3 gennaio 2022Schiavi nella città più libera del mondo di Laura Carroli
Difficile che i tipi di Agenzia X facciano un buco nell’acqua. Ogni qual volta che si cimentano con la storia del punk italiano il risultato è sempre il medesimo. Un quadro dettagliato e fedele a quello che è stato. Anche perché sono gli interpreti originali del tempo a raccontarlo in prima persona, attraverso le dettagliatissime testimonianze dei fatti che li hanno visti diretti protagonisti.
Per chi ancora non li conoscesse, i tipi di Agenzia X sono un collettivo contro-culturale che fa della condivisione ideologica tra le diverse anime espresse dalla cultura underground il proprio credo. Il loro è un tentativo di diffusione tramite saggistica, narrativa e autobiografie, di quei valori che hanno fatto la storia dei movimenti giovanili italiani attraverso un catalogo che spazia in tutte le realtà controculturali dell’ultimo mezzo secolo. Il punto di forza del loro lavoro sta proprio nel fatto di raccontare i fatti senza filtro, ammettendo errori sia in fase di valutazione che di scelta.
Non ci sono buoni e cattivi, come non ci sono cose giuste o sbagliate, ma solo la necessità e l’onestà di raccontare tutto in modo quanto più chiaro possibile, senza risparmiare (auto)critiche sia dei singoli che dei movimenti. Schiavi nella città più libera del mondo è il terzo volume che ospitiamo su queste pagine, dopo Lumi di punk e Costretti a sanguinare, i due saggi di Marco Philopat Galliani usciti a distanza di un decennio sul fenomeno punk italiano e milanese in particolare.
Schiavi nella città più libera del mondo è il primo contributo in qualità di scrittrice di Laura Carroli, figura a suo modo storica all’interno della scena punk. Laura è stata una delle primissime donne punk italiane, indiana metropolitana prima, insurrezionalista e batterista dei Raf Punk poi, fino a chiudere come co-fondatrice dell’etichetta indipendente Attack Punk Records, ideata e creata sulla falsa riga della Crass Records inglese. Etichetta nata come inevitabile appendice della Attack Punkzine e diventata sin da subito il punto di riferimento per il movimento punk italiano, dando alle stampe album seminali come il debutto dei CCCP, quello dei Disciplinatha, ma anche altri dischi epocali come quelli di Rivolta dell’Odio, dei Contropotere, e I refuse It!
La scelta del titolo prende vita come tributo a quella che fu la prima uscita discografica dell’etichetta, lo split a quattro con Anna Falkss, Bacteria e Stalag 17 ad affiancare i suoi Raf Punk, ma anche dagli slogan delle proteste relative allo sgombero dello spazio sociale Atlantide a Bologna di alcuni anni fa.
Il romanzo della sua vita parte con la scoperta del mondo punk da parte di un’adolescente che come tante altre si trova a vivere un’esistenza satura di insofferenza e insoddisfazione. Ce ne sono a decine in tutta Bologna. Ognuna con la sua storia personale più o meno sovrapponibile a quella di Laura. La sua voce è quella di una persona (oggi) totalmente disincantata, che ha vissuto un’epoca “storica” e ne parla con sincerità, senza risparmiare critiche. Ci racconta la nascita del movimento punk italiano “da dentro”, mettendo realmente a nudo vizi e virtù di una decina di anni di storia grazie al racconto quasi quotidiano della sua vita, tra la famiglia, il lavoro alle poste, il rapporto di coppia, il gruppo musicale e ovviamente la politica “attiva”. È tutto scritto nel mondo più semplice possibile, per permettere a chiunque di entrare a fondo nei suoi ragionamenti e provare a evitare gli errori di chi lo ha preceduto. Perché, è inutile girarci intorno, di errori ne sono stati fatti e anche parecchi. Ma era giusto andare in quella direzione, mettendo in preventivo fallimenti che si sono poi puntualmente materializzati.
Erano anni in cui si lottava in nome di un ideale, non di un obiettivo a seconda della sua raggiungibilità o meno. Era legittimo ribellarsi con le armi che si avevano a disposizione, ma era soprattutto legittimo ribellarsi. Anche solo per provare a sconfiggere l’apatia del quotidiano, per dare un segno di vita in una città che non era affatto libera e non era affatto la migliore del mondo, nonostante ciò che ne pensassero gli amministratori locali. La loro era una lotta che andava in direzione di un cambiamento che sentivano necessario, sia da un punto di vista personale che sociale, che andasse a scontarsi e demolire uno stato di cose immobile da troppo tempo. Laura nelle pagine del suo libro si mette letteralmente a nudo, con uno stile diretto, che scende nei dettagli del suo privato, dalla forte connotazione (auto)critica.
Di pari passo con le sue esperienze personali ci racconta un mondo che stava cambiando, in cui riesce a incastrare la storia dei Raf Punk, il gruppo in cui suonava la batteria. Ruolo che letteralmente improvvisò, sulla scia ideologica del “chaos non musica” manifesto anarco pacifista dei milanesi Wretched, secondo cui non occorreva avere tecnica musicale per suonare punk, ma bastava la volontà di andare al di là della musica in quanto tale, con un approccio “anti-musicale” che esaltasse la disperazione esistenziale di chi lottava per una società libera dalle imposizioni borghesi militari e capitalistiche. In tutto questo Laura ci racconta di aver vissuto il punk non solo come fenomeno musicale, ma anche come modello di vita, come attitudine, come tentativo di socializzazione e sradicamento di un’oppressione che considerava inaccettabile. La sua, anzi la loro, allargando il ragionamento a tutti coloro che in quegli anni fecero il suo stesso percorso, fu una scelta di intransigenza nei confronti di una società che negava ciò che Laura ha sempre considerato come fondamentale, l’uguaglianza ad ogni livello.
Il romanzo racconta una storia che si perde tra le occupazioni di Bologna, i concerti, i dischi, le nebbie della bassa padana e la sempre affascinante e magnetica Londra, meta di ogni viaggio, in cerca di dischi, fanzine e di insegnamenti, stimoli e consigli da parte di chi il punk lo ha inventato, vissuto e capito prima e meglio che in Italia.
Se guardiamo tutto questo con gli occhi di chi oggi per la prima volta approccia questa realtà non possiamo non chiederci “chi siano (stati) i punk?”. Rispondere è semplicissimo. Giovani e giovanissimi che si sentivano emarginati e alienati da una società che non ammetteva “i diversi”. Ragazzi annoiati da una quotidianità che non permetteva loro di guardare al domani con speranze che andassero oltre il “produci consuma crepa”. Giovani insoddisfatti che vedevano nel punk la possibilità di dare sfogo alle loro esigenze espressive e sociali. Essere e sentirsi punk era il loro modo per sentirsi liberi. E non più schiavi delle convenzioni sociali familiari, scolastiche, lavorative, sociali, politiche. Che poi, è esattamente tutto ciò che probabilmente manca alle nuove generazioni, passivamente abituate ad avere tutto e subito. Se è chiaro che il mondo di Laura non tornerà mai più, resta però questa sua testimonianza da tramandare a chi non ha avuto la fortuna di vivere l’intensità di quegli anni.
Come monito per un domani che possa essere davvero più inclusivo.
Marco Valenti
Rockerilla, gennaio 2022Schiavi nella città più libera del mondo
Laura Carroli è stata una delle prime punk in Italia (e nel mondo) e ha il merito di aver co-fondato una delle band più leggendarie della scena bolognese, i Raf Punk. In questo prezioso volume si ripercorre la genesi di un’avventura umana, musicale e politica senza precedenti: un racconto veloce, surreale, a tratti esilarante, a tratti estremo, che fotografa alla perfezione una parabola irripetibile della nostra storia. Dalle punkzine alle performance provocatorie, dai concerti in giro per l’Europa a bordo di automobili fatiscenti agli slogan d’assalto, passando per i pestaggi della polizia e dei fascisti, fino alla produzione dell'esordio dei CCCP: una miniera di aneddoti imperdibili e un’avvincente testimonianza di prima mano, per questo ancora più preziosa.
di Valentina Zona
www.punkadeka.it, 29 dicembre 2021Schiavi nella città più libera del mondo – La storia dei Raf Punk
Finalmente, dopo vent’anni di lavoro, Laura batterista dei Raf Punk, ha racchiuso in un imperdibile libro la storia della sua band, delle periferie bolognesi, del primo punk degli anni 80… una pietra miliare per la storia del punk italiano. Il titolo riprende il nome di un 7″ di gruppi bolognesi vicini alla Attack Punk, etichetta di punk anarchico. Forse il primo disco punk autoprodotto d’Italia. Un documento unico, trasformato in un libro.

Chi ha riacceso la scintilla delle proteste dopo gli anni settanta?
Chi ha iniziato le battaglie Lgbtq? Come sono nati i CCCP?


Dalle cantine di una Bologna in piena esplosione creativa, la storia di una band musicale e politica destinata a cambiare le regole della cultura popolare e che terminerà con la scoperta e l’autoproduzione del primo disco dei CCCP.
Nei primi anni ottanta i Raf Punk sono stati degli incredibili precursori, le riviste e i dischi da loro pubblicati hanno creato dal nulla una comunità di giovanissimi resistenti, consapevoli della dirompente forza delle utopie ribelli. Una band armata da una volontà di ferro costruita su una vera e propria missione: quella di frantumare le basi ideologiche della società dello spettacolo e proporre nuovi principi di uguaglianza tra genere e classe.
Laura, batterista dei Raf Punk e sportellista alle poste, racconta le origini di quel focolaio concepito nelle periferie bolognesi, nato grazie a John Cage e a una trasferta in autostop al festival di Reading con Patti Smith e Sham 69. La storia di un amore transgender impossibile e di quattro amici con moicani fluorescenti, slogan d’assalto e vestiti con stracci supersexy, sottoposti alle angherie di benpensanti, repressioni poliziesche e pestaggi dei fascisti.
Concerti all’incrocio tra provocanti performance e comizi insurrezionali capaci di infiammare i cervelli dei kids sotto il palco e poi tanti viaggi in Europa a bordo di un auto scassata, alla ricerca di quelle poche creature simili con cui condividere la dinamite delle loro idee.
Una testimonianza ricca di episodi esilaranti e situazioni limite da leggere alla stessa velocità di una canzone punk, un punto di vista al femminile assolutamente inedito nel panorama editoriale.

Laura Carroli (leggi l’intervista fatta una ventina di anni fa su punkadeka!): è stata una delle prime donne punk al mondo. È un’archivista di dischi, punkzine e altro materiale storico della scena internazionale e conduttrice di un programma radiofonico sui nuovi sussulti punk in ogni angolo del pianeta. Ha lavorato su questo libro per almeno vent’anni.
byDeka
Radiondadurto.org, 28 dicembre 2022Intervista a Laura Carroli
Laura Carroli è stata una delle prime punk in Italia (e nel mondo) e ha il merito di aver co-fondato una delle band più leggendarie della scena bolognese, i Raf Punk.
Ascolta qui l’intervista
di rebelgirl
tonyface.blogspot.com, 19 dicembre 2021Laura Carroli: Schiavi nella città più libera del mondo
La bellezza di una lotta sta nella lotta stessa, non tanto nel suo successo...
E Laura ha lottato sempre.
Ha vissuto il passaggio dall'antagonismo post 77 con gli "indiani metropolitani", abbracciando fin da subito la nascente scena punk bolognese, dagli incerti inizi in cui confluiva di tutto, alla creazione di quell'entità unica che furono i Raf Punk, l'Attack Punk Records, il collettivo nazionale "Punkaminazione" e tanto altro.
Laura racconta la vita complessa di chi si divideva tra lavoro, occupazioni, concerti, aggressioni fasciste, viaggi senza soldi in Europa e nell'agognata Londra dei primi anni 80: «La città è un gran luna park, un parco di divertimenti con tutto ciò che si può desiderare dalla vita, ma per salire sulle giostre ci vogliono molti soldi, non si può fare il giro di tutti i baracconi».
La scena hardcore e la "scelta" Crassiana, la scoperta e il lancio dei CCCP, avventure tragicomiche e sullo sfondo una disperata, erotica quanto dolce storia d'amore.
Lo sguardo è lucido e disincantato, nessuna agiografia dei "bei tempi", solo un ritratto fedele di come e cosa è stato e chi ci è stato (molti ricordi coincidono, eravamo nello stesso luogo).
Le considerazioni sono sempre acute e fanno spesso emergere aspetti mai sottolineati: «È divertente vedere la rovina hardcore che si svolge solto il palco...tutti cercano di raggiungere il palco per fare tuffi e ributtarsi nelle onde tumultuose di corpi sudati trascinati da una musica forsennata. Sì, il maschio è servito, noi ragazze siamo state estromesse dalla brutalità muscolare... non c'è più posto per noi.
Laura continuerà, dopo questa esperienza, per altre strade, sperimentando, cercando, vivendo sempre intensamente.
Un'ennesima testimonianza di un periodo lontano che ha lasciato in chi lo ha vissuto una visione diversa della vita e che ha consentito a tanti di affrontarla in modo differente e con un altro sguardo.
di tonyface
Il club del libro, dicembre 2021Intervista a Laura Carroli
Laura Carroli, batterista dei Raf Punk, racconta le origini di del gruppo e del movimento alternativo nelle periferie bolognesi, nato grazie a una trasferta in autostop al festival di Reading in Inghilterra con Patti Smith e Sham 69. Tra istinto, sentimenti, slogan d’assalto, concerti capaci di infiammare i giovani punx sotto il palco. Una testimonianza ricca di episodi divertenti e stimolanti: il punto di vista al femminile che mancava nel panorama editoriale. Ascolta qui l’intervista
di MrAndrearock666
Corriere di Bologna, 12 dicembre 2021 Laura Carroli narra l’altro volto del punk: ribelli e femministe
Schiavi nella città più libera del mondo romanzo scritto da Laura Carroli è arrivato nelle librerie e sui maggiori siti di e-commerce. Si tratta di uno dei pochissimi libri redatto da una donna che racconta il punk come modello di vita, di attitudine e musicalmente. L’autrice era la batterista dei Raf Punk, band seminale del punk italiano, gruppo nato sotto le Due Torri che ha lasciato, nonostante le pochissime uscite discografiche, un segno indelebile nella storia della musica alternativa nostrana. Una delle primissime donne punk nel mondo: «Essere punk non era facile e per una donna era anche peggio – dice l’autrice – perché l’abbigliamento era molto provocante e soggetto a insulti volgari. Allo stesso tempo però spaventava e tutto sommato intimoriva le aggressioni sessuali».
Proprio il punk, la penultima rivoluzione musicale dei tempi moderni, aveva un significato che cambiava da persona a persona, da nazione a nazione: «In Italia significava sentire l’odore di nuovi fermenti senza averci capito un granché. Le informazioni erano scarse e contraddittorie ma c’era una gran voglia di rinnovamento che il punk assorbiva benissimo». Trecento pagine che sono un romanzo di vita, con la storia d’amore tra Laura e Jumpy Velena (la voce dei Raf Punk), decine di episodi raccontati con dovizia di particolari, il tutto senza filtro e censure: «Il mio è uno sguardo femminile e femminista – racconta la ex batterista – non avevo intenzione di autocensurarmi perché la vita è fatta di molti aspetti e l’amore e il sesso sono tra i motori principali di ogni ribellione giovanile». Un libro che ruba il titolo a una compilation pubblicata dalla Attack Punk Records, casa discografica legata a Laura e Jumpy, che trovarono sulla loro strada una band di Reggio Emilia diversa da tutto, i CCCP Fedeli alla linea, una sorta di gallina dalle uova d’oro: «Jumpy l’aveva capito subito mentre io puntavo sempre a gruppi che non avrebbero mai avuto successo, non ho talento per gli affari». Laura racconta, pagina dopo pagina, tantissimi episodi, anche il volantinaggio contro i The Clash in piazza Maggiore, il loro nemico giurato: «Così credevamo ma quando si è giovani ci si infiamma facilmente, però combattevamo i Clash in quanto strumento del Comune di Bologna, l’accoppiata era una perfetta ipocrisia. Confesso comunque che musicalmente i Clash non mi sono mai piaciuti, nemmeno adesso».
Un libro che durante la lettura ti assorbe per tanti motivi, perché c’eri, o perché volevi esserci ma a suo tempo hai fatto altre scelte, che racconta anche una città e il suo microcosmo: «I Raf Punk potevano nascere solo a Bologna. C’era il Dams, avevamo fatto il ’77 e ruotavano tante realtà alternative che hanno reso la città un posto speciale». Otto anni vissuti pericolosamente, dal 1978 al 1985 e una certezza, la più grande utopia raccontata alla gente è solo una: «L’uguaglianza» dice Laura.
di Andrea Tinti

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