Nitrito
Neroeditions.com, 4 marzo 2022 Viva la droga e sia fatta la sua volontà
«Ci vuole coraggio per nuotare ancora più in basso di così.»
Pubblichiamo un estratto da Nitrito, romanzo acido di _t_w_i_g_

Sogno un grande Rospo seduto sul tempo. Una Testuggine ancestrale sorvola l’Antartide, placida e possente come solo una divinità può essere. Gli anni del Corvo sono finiti, entriamo nell’era della Libellula. Viva la droga e sia fatta la sua volontà.
Hai mai nuotato nelle vasche profonde e nere, negli abissi uterini dove le uniche luci sono le creature elettriche?
Ti sei mai immersa in un pensiero tanto in profondità da vedere la pelle dell’idea riempirsi di crepe per la troppa pressione? Ecco: ci vuole coraggio per nuotare ancora più in basso di così. Ma noi che siamo senza cielo non possiamo che muovere verso il baratro. Allora vedrai l’epidermide dei concetti staccarsi dal corpo in piccole scaglie leggere, sottili come lamine d’oro. Continua a muovere tutti i muscoli che hai, divincolati ancora verso il basso: il nucleo di ogni idea è un amalgama tensionale di luce e ombra, un’oscurità incendiata. Non tornerai mai a respirare.
Sono sicuro che sai di cosa parlo: si può essere, in effetti, dipendenti dalla paura. È lì che nuoto, ogni volta che chiudo gli occhi.
Quello è il mio regno. Dove, se vorrete cercare, mi troverete sempre.
Mi troverai sempre.
Per sbarcare il lunario lavoro in un’enoteca. È un luogo, per utilizzare un linguaggio che non mi appartiene, grazioso e accogliente, ricercato ma informale. Serviamo anche vini molto costosi, il che rende la nostra clientela mediamente ricca, borghese ed educata.
Nonostante sul luogo di lavoro abbia stretto rapporti molto stretti con colleghi e alcuni avventori abituali, non riesco proprio a sopportare certi clienti: sono boriosi, altezzosi, tronfi e pieni di sé, come solo i ricchi sanno essere. Immobili e rubicondi nella loro vanagloria, credono che non ci sia dolore o dispiacere che non possa essere dimenticato con un bicchiere di pinot nero della Borgogna. Non hanno nessun riguardo per noi baristi e camerieri, ai loro occhi sembriamo non esistere. Tutto quello che dobbiamo fare con quel genere di clienti è non dire, fare o sembrare qualcosa di sbagliato che possa in qualche modo turbare la loro incantevole serata. Sono invece molto interessati a entrare nelle grazie del proprietario, forse più per esibire la propria intimità col potere di turno che per accaparrarsi uno sconticino sul pagamento finale. Sconticino di cui, manco a dirlo, non hanno nessun bisogno.
Certe volte spalancherei loro la bocca fino a sentire lo spezzarsi delle mandibole.
Il mio aspetto li ripugna: i tatuaggi anomali, lo smalto alle unghie, le occhiaie, barba e capelli non curati, le magliette zebrate, gli orecchini penzolanti, le camicie da donna. Ma non è questo a suscitare il loro senso di superiorità: d’altro canto sono abituati a giustificare simili stravaganze, laddove esse siano giustificate, concesse e codificate, come nel caso di attori, musicisti e artisti d’indubbia fama. Non si sognerebbero mai di inveire contro i loro amati Freddie Mercury o David Bowie, per farla breve. La sussunzione da parte del Capitale è fondamentale. Come dice Luca Cristiano, in un’ottica capitalista e postcolonialista una donna ricca è un uomo, un nero ricco è un bianco, un gay ricco è un eterosessuale, un musulmano ricco è un cristiano. La verità è che si credono migliori di me perché sono un barista – dando per scontato che uno che nella vita è finito a fare il barista non possa essere un loro pari.
Ma sono pagato anche per sorridere. Sono pagato anche per reagire con gentilezza alla loro costante incuria nei miei confronti, all’ironia mediocre, sono pagato anche per sopportare la loro ignoranza politica, culturale e artistica. Se la sparano troppo grossa o si lasciano sfuggire uno sfondone madornale, allora non resisto e li correggo: in quel caso reagiscono con un’occhiataccia bieca e mi trattano come se fossi il contadino della Val d’Arno che sa a memoria la Commedia.
Se solo sapessero, i maiali.
Ho molti problemi a lavorare, dopo le mie vicissitudini mediche: spesso perdo la voce a metà turno, motivo per cui prima di andare a lavoro passo giornate intere in completo silenzio, comunicando con i miei coinquilini con gesti, post-it e messaggi su WhatsApp, cercando di racimolare quel minimo di voce che mi permetta di arrivare a fine serata. Quando racconto queste cose ai miei colleghi reagiscono per lo più con una risatina divertita: ho l’impressione che non mi credano. Ti regalo un esempio di conversazione tipo:
Collega: Come stai?
Io: Non molto bene, queste sono le prime parole che dico da stamattina, e considera che sono le sette di sera.
Collega: Ahahah!
Io: Che cazzo ridi?
Inoltre, nelle serate di grande affluenza, il brusio costante interferisce con il mio udito mutilato, e tutti i suoni, le voci e gli acufeni si fondono in un groviglio frequenziale incomprensibile. Sono costretto a leggere le labbra o a chiedere al cliente di alzare la voce, se voglio sperare di capire qualcosa.
È molto comune che mi chiedano un tovagliolo e io, sorridente, porti loro un bicchiere di nebbiolo.
In enoteca indosso un grembiule nero e un sorriso laborioso. Questo, professoressa, è uno Chablis Premier Cru Cote de Lechet 2014 di Sylvain Mosnier, chardonnay del nord-ovest della Borgogna, solo acciaio come da tradizione, grande mineralità e acidità, eleganza e austerità: è buonissimo, garantisco io. Le faccio assaggiare un goccio per sentire se è a posto. Che dire, ingegnere? Al Comté dello Jura, rimanendo in zona, abbinerei senz’altro uno dei loro vini filo-ossidativi: questo è un Vin Jaune 2008 di Domain De la Borde, 100% savagnin, ben settantacinque mesi di botte scolma: frutta candita, marzapane e nocciola per questo vino complesso, tropicale, inaspettato.
Durante la favella, preparo una trota iridea affumicata e marinata per i miei facoltosi clienti. Le trote provengono dai torrenti gelati delle mie montagne, le stesse che da piccoli ci divertivamo a pescare con le mani. Dopo aver tolto le poche lische rimaste con una pinzetta, taglio finemente uno dei filetti polposi, con un taglio diagonale, per ottenere fette più grandi. Le metto da parte e mi occupo della marinatura. Privo delle scorze due limoni e un’arancia, stando attendo a non intaccarne l’albedo, la parte bianca e amara, quindi le taglio a metà e le spremo per ottenerne il succo, che poi vado a filtrare col colino. Prendo il migliore dei miei coltelli e, velocemente, con taglio esperto, trito a polvere le scorze. Quindi metto il succo in uno shaker. Aggiungo olio extra vergine d’oliva di Valentini, il produttore di vino famoso per i suoi trebbiano, cerasuolo e montepulciano d’Abruzzo. Aggiungo anche un goccio di aceto di vino bianco, qualche fiocco di sale Maldon affumicato, pepe nero di Kampot, un pizzico di zucchero. Chiudo lo shaker e agito vigorosamente. Impiatto. Adagio su un piccolo piatto di cristallo qualche fettina di trota, le affogo con l’emulsione agli agrumi, spolvero con le scorze tritate, guarnisco con qualche foglia di basilico fresco.
Mentre sorrido e presento il piatto, penso che esattamente in questo istante qualche essere umano starà affogando nelle profondità del Mediterraneo.
Ah, che bontà, dicono i clienti. Questa è arte, dicono. No, penso io.
Non ha niente a che fare con l’arte ingozzare un’oca con un tubo fino a farle scoppiare il fegato, quindi adagiarlo sul pan brioche e cospargerlo con una presa di sale speziato. Non ha niente a che fare con l’arte abbuffarsi di fois gras e Sauternes e nel frattempo commentare entusiasta Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino senza smettere di lamentarsi degli immigrati.
Non riesco a credere che l’arte abbia a che fare con la bellezza, con le cose buone e con la bella vita. Credo invece che consista in un incubo capillare e teso, scaturito dalla perdita della bellezza e dall’impossibilità della purezza e dell’infinito. Non riesco a identificare l’arte con il bello, con il buono, con il gesto creatore, benefico e simmetrico. Non riesco a identificarla con la virtù o la destrezza, e meno che mai con la ricerca della perfezione. L’arte mi appare come un’infiorescenza demoniaca, un’indagine ossessiva sul dolore causato dalla perdita della vita e dell’amore. L’arte è una malattia, e l’artista è un suicida con gli occhi incendiati e le budella esposte al freddo del mondo. E così sia.
Chi non la pensa così non ha conosciuto artisti, ha conosciuto piccoli imprenditori.
E nessuno, nessuno mai, è stato più ossessionato dalla bellezza e dalla perfezione dei nazisti.
Le poche volte in cui quel tipo particolare di cliente si degna di rivolgermi parola, è perché gli cade lo sguardo sul più emblematico dei miei tatuaggi. Cos’è successo alle 4 e 48?, mi chiedono, scommetto che è l’ora in cui sei nato, chiedono sornioni, convinti di aver detto qualcosa di molto acuto. No, rispondo io educatamente, è parte del titolo dell’ultimo dramma di Sarah Kane. Sarah Kane?, mi chiedono, con un sorrisetto paternalista mascherato da curiosità. Strano che non l’abbiate mai sentita nominare, rispondo simulando sorpresa, era una drammaturga molto famosa e molto studiata. Mi diverte farli sentire ignoranti una volta ogni tanto.
Non hanno idea di cosa stia parlando, ma da buoni elettori del PD leggono romanzi e frequentano i teatri – teatri comunali o stabili, nei quali sperano di poter vedere qualche scena di nudo integrale per poterlo raccontare agli amici con una posata indifferenza morale – e provano un fastidio imbarazzato nell’essersi fatti beccare con le braghe calate: non possono, non devono saperne meno di un mediocre barista. Rappresentano pur sempre l’élite culturale del paese, Cristo Santo.
Uno dei miei colleghi, avvertendo la situazione di stallo, decide di intervenire. Io penso: no, ti prego, non farlo. Dovete sapere che lui è uno scrittore, dice. Segue una breve pausa drammaturgica. Quindi saresti uno scrittore?, chiede il cliente usando il condizionale. No, rispondo io. Scrivo, questo sì. Niente di più.
A questo punto seguono sguardi complici tra i clienti. Più tardi, quando saranno usciti da questo posto, nel taxi che li starà riportando a casa, uno dei due dirà all’altro deve essere proprio bravo a scrivere, se è lì a versarci da bere, l’altro riderà, assieme rideranno, e andranno avanti con le loro vite perfette. Ma adesso, sul momento, dovranno pur dire qualcosa, qualcosa che risulti acuto ed educato e che, al contempo, permetta loro di smettere di parlare di me. E quello che decidono di dire, quasi sempre, è ancora una volta una variazione sul tema che segue: Be’, in fin dei conti il buon vino, il cibo e l’arte sono tutte cose collegate, no?
Penso a Dylan Thomas, a Schiele, a Van Gogh. Penso a Erofeev e penso al vino cattivo, quello pieno di rame e libellule, quello che attorciglia il fegato e rende le labbra viola e l’alito pesante. Penso ai centri storici delle città europee, bistrot montmartriani in cui si abbinano gli orange wine biodinamici agli hamburger gourmet. Penso alle donne curde massacrate dallo Stato islamico prima e dall’esercito turco poi.
Ma non dico niente. Non dico mai niente.
Sì, rispondo ai miei clienti mentre servo loro del pan brioche caldo e fragrante e un fegato esploso. Sono tutte cose collegate.
www.tag43.it, 27 febbbraio 2022Il disagio e il male di vivere in cinque libri
[…]
Nitrito di _t_w_i_g_
Si nasconde dietro lo pseudonimo di _t_w_i_g_, Tobia Wilson Iacconi Gabriellini, l’autore che porta in libreria Nitrito, la prima opera di pura narrativa della casa editrice Agenzia X, un romanzo che Antonio Moresco ha definito «un grido che sale dalle fogne delle nostre città, della vita e del mondo». Droga, masturbazione, noia, inettitudine sono gli ingredienti principali di questa storia di precarietà esistenziale che mette al centro della scena l’amicizia profonda di chi, sprofondando nell’abisso dei sogni infranti, condivide l’estrema sventura dell’impossibilità di riconoscersi nella società che lo circonda e soprattutto nella completa incapacità di amare: «Non so dire io, per lo stesso motivo per cui non so dire ti amo. Vaglielo a spiegare, a Miriam, che non so amare. Quando abbiamo deciso di finirla non ne potevo più di lei. Adesso ci sono momenti in cui ucciderei per poterla abbracciare la notte. Ci sono momenti in cui affogherei con le mie stesse mani intere ceste di cuccioli di Labrador per poterle leccare la fica. La sua regale, portentosa, tirannica fica».
[…]
Andrea Frateff-Gianni
Totem Magazine, 23 gennaio 2022 Un “nitrito” metropolitano di rabbia e dolore
A Gael

Come narrarci/narrare questi tempi dopo la crisi delle narrazioni e il cambiamento generale di senso (ne parlava anni fa Lyotard nella “Società Postmoderna”), dopo che i vecchi hanno smesso di raccontare ai più giovani, un po’ perché si vergognano e un po’ perché hanno poco da raccontare? Tra quelli che “narrano”, oggi ci sono troppi frivoli cicisbei che si “infilano” nella letteratura di genere, che infestano i programmi televisivi, con un “cazzeggio” post “rothiano” (senza averne lo spessore e la raffinatezza), spesso tromboni riciclati che qualche volta malgrado loro, come orologi rotti, azzeccano anche un’opera significativa ma senza “nerbo”, con poca “cazzimma” (a tal proposito c’è nel libro un episodio proprio dedicato ad un noto scrittore italiano e al suo entourage di leccaculo) e proprio per questo vengono riproposti continuamente dal mercato, come detersivi, anche quando non hanno più niente da dire. Blanchot parlava di “Eterna ripetizione/Après coup”.
Poi arriva un ultratrentenne, arrabbiato che ti costringe a guardare dentro la vita reale, in maniera brutale, lo fa con un garbo metropolitano alla carta vetrata, con l’indifesa durezza dei nostri figli, ti rompe il giocattolo, ti dice, senza chiederlo direttamente: ma che c…. di mondo ci avete lasciato?
Ci costringe a fare i conti con le sconfitte della nostra generazione, con tutti calci in culo presi nel dare l’assalto al cielo ( ma almeno a noi resta la gioia e il divertimento di quei giorni), con quello che siamo oggi. Lo fa da una città che era il simbolo di un vivere diverso, ridiventata bottegaia e mercantile fino al midollo, utilizzando uno strumento antico, la lettera d’amore, l’amore al tempo della devastazione del neoliberismo, dopo il riflusso generazionale dei Social Forum, di Genova, con gli occhi di chi quegli avvenimenti non li ha potuti vivere per motivi generazionali (ci vuole fortuna pure a nascere).
Non è la semplice “eterna” riproposizione del dramma edipico, è qualcosa di più. La struttura narrativa è quella del romanzo epistolare, una lunga epistola di amore che chiede “brutalmente” di essere ascoltata, i romanzi epistolari sono l’ideale per raccontare la vita, funzionali nei passaggi storici importanti, sostituiscono i “racconti” davanti al fuoco di una volta, sono il passaggio mai completamente consumato dal mondo contadino alla società borghese, si rivolgono intimamente ad una o poche persone per parlare a tutti, perché abbiamo bisogno di persone che ci parlino direttamente, perché siamo tutti disperatamente soli.
Tobia Wilson Iacconi Gabriellini sceglie una sigla per firmare il suo libro, non per vanità modaiola, credo, perché questa generazione senza identità ormai una nuova identità deve costruirla dal nulla, t_w_i_g, in minuscolo. Aveva meno di dieci anni quando in quella stessa città migliaia di giovani “visionari” tentavano di costruire una utopia vivente, cercando di coniugare politica e felicità, cercando di sfuggire ad un orizzonte che appariva plumbeo e dentro cui molti furono spinti, loro malgrado, dal “potere”, calpestati, consegnati al terrorismo, alla disperazione o all’autodistruzioni della droga perché nessuno era in grado o voleva “dare” risposte. Si preferì la repressione, come è avvenuto più di vent’anni dopo a Genova e come sempre avviene quando il “potere” avverte il pericolo. “Loro” sono il prodotto anche di quei “fatti” e ci chiamano alle nostre responsabilità.
Nitrito va letto dolorosamente, “penitentemente”, è letteratura “civile” potente, è un grido che va raccolto, proprio oggi che quella generazione non omologata, resistente, precaria, dolcissima, ce lo chiede in un panorama sempre più desertificato, anaffettivo, “nullizzato”, reso ancora più ostile dalla pandemia.
Una lettura non facile, a tratti sgradevole, fatta di malessere, sesso rabbioso respirato come aria, ricerca disperata di un piacere consolatorio, resistenza, malattia e nello stesso tempo di “vita”, quella vera non quella che ci raccontano e ci raccontiamo spesso nei media mainstream, social compresi.
Perché solo la cultura ci potrà salvare e … “al culo tutto il resto” (come dice quel vecchio poeta Bolognese).
di Antonio Califano
il manifesto, 19 gennaio 2022 La poetica della rivolta scrive in nome degli altri
Nitrito di t_w_i_g (acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini), un vagabondaggio psichico che ricorda per capacità di osservazione interiore e sociale La passeggiata di Robert Walser. L’autore è un lettore onnivoro, un giovane attivista queer-femminista-eco-sociale, uno scrittore che vive le proprie idee, che riesce a raccontare di sé, del mondo, del desiderio di rivoluzione-mutazione, facendo sapientemente deflagrare il testo, quando rischia di involversi in lamentazione biografica, con esplosioni percettive e riflessioni estetiche sulla letteratura, sull’arte. Bellissimi i passaggi dedicati a Turner: “allo stesso modo in cui il Paradiso di Dante comunica con il Paradiso Perduto di Milton, Turner fa con la luce ciò che Caravaggio fa con il buio, Turner non è un paesaggista: è un pittore di fantascienza. La luce che Turner dipinge non è terrena, bensì cosmica, siderale. Che illumina e scalda, certo, ma anche che brucia, che incendia, che arde mondi e galassie. Come quelli di Kafka e di Sarah Kane, anche gli occhi di Turner non potevano che prendere fuoco. Colui che vede, ahimé, vede sempre per l’ultima volta”.
E dopo tanto tempo dalla sua latitanza nella letteratura, in questo testo ritorna con potenza il sogno, abbinato – come nei più feroci surrealisti e nel Credo di Ballard (ricordate: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli…”) – alla poesia, alla rivoluzione, all’amore, e dinamizzato dall’insubordinazione esistenziale e dalle controculture. Onironauta si definisce l’autore e sogni e visioni si fondono tra sonno e veglia. Le visioni diventano utopie e viceversa. “Non riesco a identificare l’arte con il bello, con il buono, con il gesto creatore, benefico e simmetrico. Non riesco a identificarla con la virtù o con la destrezza, e meno che mai con la ricerca della perfezione. L’arte mi appare come un’infiorescenza demoniaca, un’indagine ossessiva sul dolore causato dalla perdita della vita e dell’amore. L’arte è una malattia, e l’artista è un suicida con gli occhi incendiati e le budella esposte al freddo del mondo. E così sia. Chi non la pensa così non ha conosciuto artisti, ha conosciuto piccoli imprenditori”. “[…] Non possono bastare il sogno e la visione, non possono bastare la poesia e la prefigurazione. La letteratura potrà anche essere la tua vita, ma per quanto io la adori e ne senta in ogni istante il potente richiamo, sarei disposto a barattarla immediatamente per la giustizia sociale e la fine del capitalismo. So che non ti fidi più della lotta politica, e ti capisco: la sconfitta che avete subito e la disillusione che ne è seguita sono ferite ancora aperte, e sono quel tipo di lacerazioni che non guariranno mai del tutto. Ma dovete lasciare provare noi e quelli che verranno dopo di noi […] noi non vogliamo esordire: noi vogliamo smettere di lavorare. Noi vogliamo smettere di essere sfruttati, umiliati, divisi, parcellizzati […] Noi saremo sulle barricate a fianco di tutti i perdenti, con i migranti, i soggetti trans e queer, i cyborg, i carcerati, gli psichiatrizzati, gli animali non umani. Porteremo anche le piante, su quelle cazzo di barricate […] Dobbiamo generare parentele che vadano al di là della mera riproduzione biologica […] dobbiamo inglobare, dobbiamo attraversarci, dobbiamo migrare uno nell’amore dell’altro. Perché siamo solo una cosa, una e una soltanto: gli altri”. Verso la fine, il testo riprendi anche alcuni toni da manifesto politico/estetico. Ricordate certi passaggi del Manifesto del surrealismo e di altre opere di Breton? “Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni”, “La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà”, “La poesia e l’arte avranno sempre una predilezione per tutto ciò che trasfigura l’uomo in questa ingiunzione disperata, irriducibile, che di tanto in tanto, come una sfida derisoria, egli rivolge alla vita. Perché al di sopra dell’arte e della poesia, lo si voglia o no, sventola di volta in volta una bandiera rossa e nera”. t_w_i_g urla: “il futuro sarà queer, o non sarà affatto. Il futuro vedrà la fine del patriarcato e il capillare sfaccettarsi dei sessi e delle etnie, o sarà un futuro in cui non varrà la pena vivere”.
Nitrito è scritto in forma di lunga lettera “disperata, poetica e insurrezionale – è come un grido che sale dalle fogne delle nostre città, della vita e del mondo. Una lettera commovente, aliena, scritta da un giovane uomo con le lacrime agli occhi e la furia nel cuore”, scrive Antonio Moresco di questo libro, che merita una attenta lettura anche perché inaugura la collana “Fulmicotone” di Agenzia X, dedicata ai giovani scrittori in cerca di “scritture esplosive, impetuose, luminose”.
di Marc Tibaldi
Carmillaonline, 11 gennaio 2022 Nitrito
Registriamo una coincidenza che è un segno. Un caso oggettivo, soprattutto se ci si chiede quale sia oggi il rapporto tra scrittura e movimento: a novembre del 2021, stesso mese della ristampa di Scrittura e movimento, è stato pubblicato Nitrito di t_w_i_g (acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini), un vagabondaggio psichico che ricorda per capacità di osservazione interiore e sociale La passeggiata di Robert Walser. L’autore è un lettore onnivoro, un giovane attivista queer-femminista-eco-sociale, uno scrittore che vive le proprie idee, che riesce a raccontare di sé, del mondo, del desiderio di rivoluzione-mutazione, facendo sapientemente deflagrare il testo, quando rischia di involversi in lamentazione biografica, con esplosioni percettive e riflessioni estetiche sulla letteratura, sull’arte. Bellissimi i passaggi dedicati a Turner: “allo stesso modo in cui il Paradiso di Dante comunica con il Paradiso Perduto di Milton, Turner fa con la luce ciò che Caravaggio fa con il buio, Turner non è un paesaggista: è un pittore di fantascienza. La luce che Turner dipinge non è terrena, bensì cosmica, siderale. Che illumina e scalda, certo, ma anche che brucia, che incendia, che arde mondi e galassie. Come quelli di Kafka e di Sarah Kane, anche gli occhi di Turner non potevano che prendere fuoco. Colui che vede, ahimé, vede sempre per l’ultima volta”.
E dopo tanto tempo dalla sua latitanza nella letteratura, in questo testo ritorna con potenza il sogno, abbinato – come nei più feroci surrealisti e nel Credo di Ballard (ricordate: “Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli…”) – alla poesia, alla rivoluzione, all’amore, e dinamizzato dall’insubordinazione esistenziale e dalle controculture. Onironauta si definisce l’autore e sogni e visioni si fondono tra sonno e veglia. Le visioni diventano utopie e viceversa. “Non riesco a identificare l’arte con il bello, con il buono, con il gesto creatore, benefico e simmetrico. Non riesco a identificarla con la virtù o con la destrezza, e meno che mai con la ricerca della perfezione. L’arte mi appare come un’infiorescenza demoniaca, un’indagine ossessiva sul dolore causato dalla perdita della vita e dell’amore. L’arte è una malattia, e l’artista è un suicida con gli occhi incendiati e le budella esposte al freddo del mondo. E così sia. Chi non la pensa così non ha conosciuto artisti, ha conosciuto piccoli imprenditori”. “[…] Non possono bastare il sogno e la visione, non possono bastare la poesia e la prefigurazione. La letteratura potrà anche essere la tua vita, ma per quanto io la adori e ne senta in ogni istante il potente richiamo, sarei disposto a barattarla immediatamente per la giustizia sociale e la fine del capitalismo. So che non ti fidi più della lotta politica, e ti capisco: la sconfitta che avete subito e la disillusione che ne è seguita sono ferite ancora aperte, e sono quel tipo di lacerazioni che non guariranno mai del tutto. Ma dovete lasciare provare noi e quelli che verranno dopo di noi […] noi non vogliamo esordire: noi vogliamo smettere di lavorare. Noi vogliamo smettere di essere sfruttati, umiliati, divisi, parcellizzati […] Noi saremo sulle barricate a fianco di tutti i perdenti, con i migranti, i soggetti trans e queer, i cyborg, i carcerati, gli psichiatrizzati, gli animali non umani. Porteremo anche le piante, su quelle cazzo di barricate […] Dobbiamo generare parentele che vadano al di là della mera riproduzione biologica […] dobbiamo inglobare, dobbiamo attraversarci, dobbiamo migrare uno nell’amore dell’altro. Perché siamo solo una cosa, una e una soltanto: gli altri”. Verso la fine, il testo riprendi anche alcuni toni da manifesto politico/estetico. Ricordate certi passaggi del Manifesto del surrealismo e di altre opere di Breton? “Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni”, “La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà”, “La poesia e l’arte avranno sempre una predilezione per tutto ciò che trasfigura l’uomo in questa ingiunzione disperata, irriducibile, che di tanto in tanto, come una sfida derisoria, egli rivolge alla vita. Perché al di sopra dell’arte e della poesia, lo si voglia o no, sventola di volta in volta una bandiera rossa e nera”. t_w_i_g urla: “il futuro sarà queer, o non sarà affatto. Il futuro vedrà la fine del patriarcato e il capillare sfaccettarsi dei sessi e delle etnie, o sarà un futuro in cui non varrà la pena vivere”.
Nitrito è scritto in forma di lunga lettera “disperata, poetica e insurrezionale – è come un grido che sale dalle fogne delle nostre città, della vita e del mondo. Una lettera commovente, aliena, scritta da un giovane uomo con le lacrime agli occhi e la furia nel cuore”, scrive Antonio Moresco di questo libro, che merita una attenta lettura anche perché inaugura la collana “Fulmicotone” di Agenzia X, dedicata ai giovani scrittori in cerca di “scritture esplosive, impetuose, luminose”.
di Marc Tibaldi
Lettura - Corriere della Sera, 9 gennaio 2022 Lettera di rabbia e di altri amori
L’opera dell’esordiente _t_w_i_g_ è la lunga mmissiva di un alternativo Peter Pan

Una lunga lettera d’amore e rabbia a un’amica è l’occasione per il racconto di una vita fatta di crisi e opposizione al sistema del presente. Scorre tra il nervoso e l’idealistico, il grottesco e l’estremo, la scrittura di _t_w_i_g_, nome d’arte e acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini, nel suo esordio Nitrito, primo titolo di Fulmicotone, nuova collana di narrativa italiana di Agenzia X curata nella scelta e nell’editing da un collettivo di giovani.
L’autore, situato da «qualche parte e in qualche momento del 2019», si rivolge alla «Dolce Lucrezia» per spiegarle come si trova nella nuova città in cui è arrivato da non molto insieme al compagno d’avventure Merendino, entrambi inquilini abusivi a casa di una coppia di amici, Elisa e Matteo. Trentasette anni, lavora in un’enoteca di cui odia i clienti finto-colti di sinistra e per la prima volta è costretto a una vita sana perché ha un quadro clinico simile a «una cattedrale in rovina» che va da una grave esofagite a un insopportabile acufene ribattezzato Cherosene.
La situazione è il frutto di quindi anni di abuso di alcol e droghe e di una vita insonne, ma ricca di passioni politiche e incontri, passata ne «La Casa dei Pirati», palazzo occupato ricordato come un paradiso perduto caotico in cui Lucrezia, la destinataria della missiva, era la Wendy del gruppo di «bimbi speduti» composto di alternativi Peter Pan. I fatti sono pochi ma fanno da trampolino alle molte divagazioni, alcune ricorrenti, dai temi e toni diversi. L’ossessione letteraria è frequente, all’ombra di un autore contemporaneo estremo come Antonio Moresco, nominato spesso nelle pagine come amico e maestro, ma risolta in modo ambiguo. Si va da un politico «i libri sono contropotere. E la rivoluzione e la poesia sono germogli dello stesso stelo», a un ombelicale «sempre più spesso mi trovo a pensare di essere proprio io, il mio più grande romanzo».
In altri momenti, entra un risentimento che non è semplicemente per un futuro precario, ma più complesso e articolato, arrivando a utopie come: «Il futuro sarà queer o non sarà affatto»; seguito da sogni di rivolta. Anche se altrove, comunque, si sente schiavo della pornografia, della masturbazione e del sesso come lo viveva con la sua ex, Miriam.
Gli ideali e la quotidianità fanno spesso a pugni tra loro e il divincolarsi sta in una via di mezzo che sembra fatta di sogni, come nello sperare che Lucrezia torni per vivere insieme come un tempo almeno per qualche giorno, in attesa di azioni che cambino il mondo. Per queste ultime, bisogna tornare a essere uniti, ma la dispersione degli amici in rivolta e l’instradamento nei canali classici della società capitalistica ha il sopravvento.
Il risultato del testo è discontinuo, ma l’autore stesso definisce «un libello sghembo» quanto va scrivendo con un cuore «colmo di pece» perché: «Non mi è chiaro se siano i sogni infranti a generare il dolore, o se invece è il dolore stesso a consumarli dall’interno». La domanda è senza risposta e crea un andamento denso e altalenante, bello nel suo disordine, in bilico tra luce e fallimento generazionale
di Alessadro Beretta
neutopiablog.org, 10 dicembre 2021 Tu non sei un cavallo | Due parole su «Nitrito» di t_w_i_g
La vita è una serie di porte chiuse, non è vero?
(BoJack Horseman, episodio 9, prima stagione)

Una sera di qualche anno fa, un noto esponente della scena punk hardcore milanese mi disse, a proposito di un gruppo in cui suonavo: “Non sempre capisco o apprezzo tutto quello che fate, eppure siete fra le poche band che riescono a parlare del presente”.
Lo presi come un complimento, e da allora, quando devo dare un’opinione su un qualsiasi prodotto culturale, una delle domande che mi pongo è: quanto riesce a raccontare il mondo in cui viviamo?
Fra le poche realtà editoriali che rispondono a questo prerequisito c’è Agenzia X, il – a detta loro – “laboratorio editoriale che pubblica libri, organizza corsi di scrittura e iniziative pubbliche di promozione culturale”.
Intendiamoci, molto spesso alcune loro uscite mi sono sembrate incomprensibili, ma nell’asfittico ambiente letterario sono fra i pochissimi che riescono a tenere un piede ben saldo sul presente anche quando guardano al passato; impossibile a tal proposito non citare la loro ultima uscita Schiavi nella città più libera del mondo, la storia dei RAF Punk e della scena anarchopunk bolognese anni ’80 raccontata da Laura Carroli.
Proprio per questo ho subito drizzato le antenne quando mi fu detto che stava per uscire il primo libro di una collana dedicata ad autori e autrici italiane “esordienti” (qualsiasi cosa voglia dire, dato che oggi a meno che non sei Baricco pare che esordiente sei per sempre) chiamata Fulmicotone, il nome “volgare” della trinitrocellulosa, un esplosivo usato per armi da fuoco e per il flash delle prime macchine fotografiche.
La prima uscita è il romanzo d’esordio di t_w_i_g, acronimo di Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini, scrittore che si è fatto conoscere con innumerevoli racconti, molti dei quali pubblicati sulla rivista «Il primo amore».
Due parole sul titolo, Nitrito: inizialmente l’avevo interpretato come “nitrito di amile”, il vasodilatatore più conosciuto come popper che viene spesso inalato per divertimento dagli adolescenti (N.B. funziona meglio per fare sesso), forse associandolo al nome della casa editrice (il fulmicotone si ottiene dal nitrato di ammonio, però, non dal nitrito).
Invece, durante la lettura del libro, mi sono accorto che il titolo rimanda al verso del cavallo, ed effettivamente il termine è ben più calzante: c’è qualcosa di cacofonico, di isterico e soprattutto di spazientito in questo suono acuto che emettono gli equini soprattutto in situazioni di profondo stress o eccitazione.
Il romanzo è una lunga lettera di un trentenne in lotta con una vita che lo schiaccia, che passa da dichiarazioni d’amore a momenti di rabbia sorda a sguardi sulle proprie infinite idiosincrasie, ed è effettivamente il nitrito di un cavallo sfiancato: c’è tutta la storia di una generazione, la mia fra parentesi, che deve fare i conti con dei fallimenti quasi esistenziali, che producono un incessante rancore verso il mondo.
Una lettera che contiene in sé una serie di “romanzi condensati”, per dirla alla Ballard, che vanno a formare un mosaico triste ma affatto passivo.
Il libro non fa sconti a niente: l’amore è una casa che non reca conforto, la malattia (o l’idea di tale) un pensiero fisso, la noia uno stato dell’animo perenne, e mentre leggiamo ci rendiamo conto non solo di quanto ci ritroviamo nell’autore di questa lettera, ma anche di quanto noi “millennials” e contigui siamo la generazione più punk di tutte senza neanche essere riusciti a produrre musica più decente dell’orribile indie che abbiamo suonato (non io, a dirla tutta, ma infatti non sono famoso come musicista). Del resto Stewart Home nel suo saggio Marci, sporchi e imbecilli diceva che il punk più genuino è quello che fa del fallimento la sua raison d’etre.
Ma non c’è solo marcescenza e nichilismo, nel libro di t_w_i_g: c’è una passione politica che ribolle nell’abisso e che esce fuori in alcune pagine che, personalmente, ho trovato le più deboli dell’opera (ma del resto non ho mai visto un autore italiano che riuscisse a parlare di politica senza fare retorica), e c’è soprattutto quello che pare salvare noi sommersi, ovvero l’affetto e l’amicizia.
Non è un caso che uno dei pamphlet politici più importanti, nonché pieno di strafalcioni terrificanti, degli anni ‘10 si chiamasse A nos amis, ai nostri amici.
Sembra che in questi tempi quello che tante persone vogliono salvare sono le amicizie, gli amori, gli affetti, ed effettivamente anche dal libro pare trasparire questo.
Del resto una delle evoluzioni del primissimo punk inglese fu dettata dal gruppo Sham 69 che gridava “If the kids are united, they will never be divided”.
Ed è forse non un caso che questo libro esca a poche settimane dall’exploit di Strappare lungo i bordi, la serie Netflix scritta da Zerocalcare, un’altra storia di un trentenne che si sente perso in questo mondo, e dall’uscita di Noi, loro, gli altri, l’ultimo album di Marracash che in tantissime canzoni fa un po’ il punto sui successi e soprattutto sui fallimenti di questi anni.
Forse la generazione dei trenta/quarantenni sta incominciando a sentire la necessità di trovare una voce collettiva che ruggisca (anzi, nitrisca) i propri disagi.
Una cosa è certa, la nuova collana Fulmicotone parte col botto con un libro non perfetto, ma che ha l’immenso pregio di rispondere alla mia domanda affermativamente: parla del presente, per quanto cupo possa essere.
di Luca Gringeri

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