La rivolta del verde
Rivista Geografica Italiana, n. 3, settembre 2021La rivolta del verde
C’è un passaggio molto poetico verso la metà del libro di Lucilla Barchetta: ricostruendo le storie che si intrecciano e tratteggiano significati intorno all’area dell’ex zoo di Torino, una signora ottantenne ricorda, con un certo carico emotivo, quando ogni mattina si svegliava accompagnata dall’immagine di una giraffa dalla finestra di casa sua. È un passaggio significativo, perché dietro a quell’incontro a prima vista improbabile si dispiega uno spazio culturale, emozionale e sensoriale che parla della complessità dell’esperienza della natura urbana. Le nature e il verde si configurano spesso come spazi di alterità rispetto al cemento e alla frenesia dell’urbano, alimentando immaginari di pace, armonia, sostenibilità e socialità, ma questa è solo una parte della storia. La natura, soprattutto quando non è addomesticata alle esigenze del consumo – come lo era la giraffa nel recinto di uno zoo – può invece apparire sgradevole, pericolosa, disordinata e decadente; può puzzare di merda, per citare un altro passaggio del libro.
La riflessione sulla costruzione sociale e culturale della natura è ben nota ai geografi. Il lavoro di Lucilla Barchetta offre però ulteriori passaggi, ancorandosi a dibattiti internazionali piuttosto recenti legati all’ecologia politica, alle geografie post-umane (per esempio le animal e plant geographies), ai dibattiti critici sui significati di degrado, decoro e riqualificazione urbana, alle geografie culturali delle rovine, delle atmosfere e del tempo. In altre parole, le pagine del libro contengono molta teoria. Lo stile di scrittura è però piacevolmente leggero: spesso i riferimenti ai dibattiti teorici occupano lo spazio di pochi brevi passaggi, ma nondimeno il lettore è stimolato da una quantità di idee sofisticate, complesse e ben illustrate, arricchite da riferimenti bibliografici ben mirati e aggiornati.
La rivolta del verde è una versione ridotta della tesi di dottorato in studi urbani dell’autrice e si basa su un ampio lavoro sul campo svolto a Torino. Nello specifico, la ricerca si concentra su tre ampi spazi verdi, adiacenti ad aree fluviali, caratterizzati da differenti forme e percezioni di degrado o abbandono. In questi spazi, un tempo investiti da differenti usi, funzioni, sogni e progetti puntualmente disattesi, l’abbandono delle strutture materiali e l’assenza di investimenti economici hanno lasciato spazio a rovine e a differenti forme di riappropriazione dello spazio, spesso apparentemente caotiche o violente, da parte di vegetazione e specie animali. Gli spazi analizzati si configurano quindi come ‘rovine ecologiche’, ma non tanto a causa di problemi o carenze strettamente ecosistemiche, quanto soprattutto perché lo sguardo umano – degli abitanti, degli amministratori, e forse anche degli studiosi – li intende come spazi sprecati, inutilizzati, abbandonati al degrado o addirittura insicuri, “fuori luogo” rispetto alle esigenze e alle estetiche della città. La rivolta del titolo non si riferisce però all’idea di una Natura unica e universale, che precede l’umano e che si riappropria di spazi dimenticati o traditi dalle attività antropiche. In maniera assai più sottile, il titolo fa riferimento alla dimensione indisciplinata e non addomesticabile dei fenomeni e delle categorie ecologiche, che sembrano prendere forma in città solamente nel quadro di tentativi di sottomettere, mercificare e disneyficare la natura.
L’analisi proposta nel testo è fortemente ancorata a Torino, ed è lecito domandarsi fino a che punto possa essere di interesse per un lettore esterno a questa realtà. Mi è difficile rispondere. Senza dubbio, la portata teorica del caso prescinde dalle ristrette dimensioni della mia città e alcune pagine iniziali del lavoro accompagnano comunque il lettore meno familiare alla realtà torinese alle sue dinamiche più o meno note. Devo tuttavia confessare che una parte della fascinazione che ho avuto per questo lavoro ha sicuramente a che fare con la familiarità dei luoghi descritti, delle atmosfere ricostruite e delle memorie disvelate. Ribadisco che il testo è godibilissimo anche per i lettori distanti dalla capitale sabauda, ma probabilmente lo è ancora di più chi ha certa pratica dei suoi luoghi e delle sue atmosfere. D’altro canto, non si può certo addebitare a un libro di geografia di essere chiaramente situate in un caso studio.
L’autrice della ricerca ha un background nel campo dell’antropologia: le pagine sono ricche di voci, testimonianze, modi di vivere, intendere e plasmare lo spazio urbano. Al contempo, vi è chiaramente molta geografia, e non a caso Lucilla Barchetta lavora attualmente in questo settore: l’analisi si snoda attraversando categorie come luogo, paesaggio e marginalità. In molti casi, le distinzioni disciplinari appaiono poi del tutto impraticabili: l’enfasi sul camminare come metodo di ricerca e pratica sociale – in questo caso specifico, “camminare con le piante” – è per esempio ben radicata nella geografia, ma non è sicuramente una prospettiva esclusiva della nostra disciplina (il celebre antropologo Tim Ingold ha scritto molto sull’argomento). Ma al di là del formalismo dei confini disciplinari e della collocazione dei concetti teorici utilizzati nel testo, vi è una prospettiva che trovo profondamente geografica, e cioè il tentativo di unire saperi e prospettive delle scienze sociali con quelli delle scienze naturali. Il libro è ricco di nomi di specie vegetali e animali, e anche senza addentrarsi mai in discorsi tecnici dell’ecologia, quel tipo di competenze occupa chiaramente un ruolo importante nell’analisi. Così, le storie tratteggiate nel libro mi hanno consentito di apprendere che il bambù è una pianta particolarmente infestante e amata dai topi, o che le nutrie, spesso erroneamente scambiate per ratti, sono arrivate dal Sud America per colpa del commercio delle pellicce (e non a caso sono spesso ribattezzate ‘castorini’ una volta trasformate in oggetti di moda). Simili informazioni non offrono soltanto aneddoti curiosi: le caratteristiche diffusive delle piante o i comportamenti animali sono parte integrante del dispiegarsi dei fenomeni sociali e geografici, dando forma a idee, estetiche, spazialità e temporalità relative a decadenza, sporcizia o rovina. Questo tipo di approccio allo studio delle nature urbane mi ha fatto in qualche modo tornare alla mente che, in un passato glorioso e affascinante della nostra disciplina, i geografi erano spesso anche naturalisti.
Un simile approccio non è tuttavia retaggio di un passato distante, quando piuttosto una tendenza ben radicata in dibattiti e filoni assai più recenti, e in particolare in quelli legati all’ecologia politica urbana. Com’è noto, questo filone di studi intreccia l’analisi dei flussi materiali ed energetici con la disanima delle logiche e dei movimenti del capitale, dei processi politici e delle trasformazioni culturali, contribuendo a colmare il divario fra ecologia e scienze sociali che ha caratterizzato una certa tradizione degli studi urbani. Non è pertanto un caso che la prefazione del libro porti la prestigiosa firma di Matthew Gandy, geografo di spicco in questo campo e autore di un celebre libro sulle aree verdi, sull’acqua e sullo stigma della sporcizia a New York (Concrete and Clay: Reworking Nature in New York City, Mit Press, 2003). Al libro di Lucilla Barchetta va quindi anche il merito di contribuire al dialogo fra la tradizione geografica italiana (il primo capitolo del libro si apre con una citazione di Dino Gribaudi) e alcuni filoni piuttosto recenti del dibattito internazionale. Ma, a prescindere da questo, mi sento di raccomandare La rivolta del verde perché è semplicemente un piccolo ma piacevolissimo saggio sulla pluralità e complessità dei modi di intendere la natura in città.
Alberto Vanolo
slowrevolutionitalia.wordpress.com, 27 maggio 2021La rivolta del verde
Il luogo abbandonato dall’uomo e riappropriato dalla natura più noto al mondo è Chernobyl, sede del più grande disastro nucleare della storia e destinato a rimanere ancora spopolato per millenni. Ma di aree a ricordare il passaggio dell’umanità sono ovunque, in ogni città, comprese le nostrane. A esplorare quelle di Torino è Lucilla Barchetta con il libro La rivolta del verde edito da Agenzia X. L’antropologa sceglie la via del camminare per esplorare territori degradati lungo i corsi d’acqua della città, in particolare lungo i margini dello Stura e tra le rovine dell’ex zoo Michelotti affacciato sul Po. Un vagabondare capace di “leggere” l’evoluzione di una città un tempo pilastro del triangolo industriale dell’Italia del boom economico, poi mutata con la transizione al terziario, l’arrivo delle Olimpiadi invernali del 2006 e la successiva crisi finanziaria. Mutamenti che, insieme alle politiche dei governati, hanno inciso sulle aree percorse a passo lento lasciando tracce storiche percepibili a uno sguardo attento. Ad averlo è di certo la Barchetta, poco interessata alla “rivolta” vegetale della flora, ma piuttosto a rilevare i significati più profondi di quelli che chiama “giardini pieni di merda”. L’interesse è ricostruire le dinamiche umane e sociali di luoghi abbandonati, “insicuri”, degradati e in rovina. Ma pure evidenziarne i segnali ambientali con l’osservazione di una biodiversità vegetale e faunistica insospettata, ma anche rilevatrice di una crisi ecologica globale. Un cammino, dunque, nel profondo della nostra umanità passata e odierna che diviene, come afferma l’autrice, “un invito a riflettere sul significato politico della rovina per costruire una consapevolezza delle relazioni sociali ed ecologiche presenti nell’ambiente che attraversiamo quotidianamente”.
Lucilla Barchetta è antropologa e dottoressa di ricerca in Studi urbani e si occupa della relazione tra spazi verdi, paesaggi selvatici e immaginari del declino nelle città. È assegnista di ricerca presso l’Università IUAV di Venezia, dove svolge uno studio sull’evoluzione dell’immaginario futurologico riguardante l’ecosistema lagunare.

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