La controrivoluzione di Trump
il manifesto, 16 aprile 2020 Rasmussen, fenomenologia del tardo fascismo
Mikkel Bolt Rasmussen è uno storico dell’arte che ha analizzato le avanguardie, dal Novecento ai nostri giorni, e un attivista politico che fa riferimento alla tradizione della sinistra rivoluzionaria. In La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia (Agenzia X, pp. 150, euro 14) è proprio da questi orizzonti che analizza la presidenza di Trump. Rasmussen riprende l’analisi del «capitalismo come religione» di Walter Benjamin, sostituendo «capitalismo» con «democrazia». La democrazia come mito che abolisce ogni possibilità di realizzare e immaginare forme di organizzazione sociale che permettano maggiori libertà e uguaglianze. Eppure, come scrive Marcello Tarì nell’introduzione al volume: «Non si capisce come ancora oggi sia possibile credere che questa democrazia possa salvare la Terra dalla catastrofe in corso».
Abbiamo intervistato Rasmussen per conoscere l’esito delle sue ricerche.

Dove il movimento di Occupy è stato sconfitto, là ha vinto Trump. Questa la tesi della «controrivoluzione». Trump è una contestazione delle contestazioni?
Sostengo che l’elezione di Trump dovrebbe essere intesa come un modello di tenuta del capitalismo in crisi e come controrivoluzione volta a prevenire la nascita di un nuovo movimento di protesta che nega il capitale. La presidenza di Trump è un bizzarro prolungamento di una non-ripresa dell’economia statunitense che dura da quarant’anni, ora sotto forma di protezionismo e ultra-nazionalismo. Lo slogan è «rendere l’America di nuovo grande», ma come impero i suoi giorni stanno finendo, Trump ne è un sintomo. Uno strano sintomo perché ovviamente vuole disperatamente ricreare l’egemonia degli Usa escludendo gli stranieri, costruendo muri e imponendo tariffe. Ma la sua vittoria ha significato prevenire anche la possibile fusione tra le proteste anti-neoliberiste di Occupy e la critica della violenza della polizia razzista evidenziata dal movimento Black Lives Matter, per impedire una resa dei conti radicale con un impero coloniale e razzista.

Qual è la differenza tra il fascismo storico e quello contemporaneo?
Mentre i movimenti fascisti tra le due guerre hanno presentato la loro rinascita nazionale come una sospensione del sistema parlamentare, i partiti fascisti contemporanei del tardo-capitalismo competono per i voti all’interno del sistema parlamentare nazionale stabilito. Mentre il fascismo dell’epoca era composto da movimenti extraparlamentari, il tardo fascismo è incarnato da partiti che desiderano salvare la nazione non come un’incarnazione di «das Volk» ma come una rappresentazione dell’identità etnica e della democrazia nazionale: tutto ciò potrebbe quindi essere descritto come un fenomeno «fascista senza fascismo», senza paramilitari che marciano per le strade. Ma il progetto è ancora incentrato sull’idea di esclusione etno-nazionalista e sulla crescita economica attraverso investimenti pubblici in infrastrutture e tecnologia militare.

Quello di Trump è un fascismo che non ha bisogno di organizzare roghi di libri e perseguitare l’«arte degenerata», ma assume le forme della «spazzatura» che ci inonda dagli schermi ogni giorno?
Sì, è necessario analizzare il fascismo come regime politico e come soluzione della crisi del capitalismo, ma anche come lingua, cultura ed estetica. Se lo comprendiamo solo come una questione di politici e istituzioni politiche, di chi vince le elezioni o forma i governi, rischiamo di perdere ciò che Benjamin ha descritto nella sua analisi del fascismo come un’estetizzazione della politica. Il fascismo penetra nella vita di tutti i giorni come «un intero modo di vivere», avrebbe detto Raymond William. Il tardo fascismo non appare necessariamente con l’estetica già conosciuta dal fenomeno tra le due guerre – svastiche e uniformi nere -, ma assume nuove forme o oggetti già esistenti e dà loro un nuovo contenuto. Pensiamo al berretto da baseball di Trump, che offre un nuovo significato a un accessorio della cultura sportiva nordamericana, entrando a far parte della comunità ultra-nazionalista, indicando chi appartiene o meno all’AmeriKKKa. Oppure alle cannucce di plastica della sua campagna elettorale: prodotte sfidando le idee sul salvataggio del pianeta. Inoltre, quando il fascismo ha successo, si insinua nel linguaggio e lentamente rende normale la sua ideologia, si sovrappone o usa le opinioni tradizionali conservatrici come veicoli per il suo ultra-nazionalismo, che si trasforma poco a poco in una legittima posizione politica tra le altre. Con questi «cavalli di Troia» il fascismo si insinua nel mainstream politico.

La tesi centrale del suo libro sembra essere però la critica della democrazia liberale. Le idee di rivoluzione – diverse da quelle ottocentesche – sono scomparse nei movimenti alternativi, sia di impronta marxista che libertaria. Da Chomsky a Graeber, da Butler a Sanders, la sinistra americana pensa di sconfiggere Trump invocando la democrazia. Come mai?
La critica di Trump deve includere una critica del sistema che ha prodotto Trump. Molti attivisti e pensatori negli Stati Uniti hanno percepito Trump come un’eccezione razzista e patriarcale che corrompe o dirotta la democrazia. Non è questo il caso, Trump è il culmine di un lungo sviluppo storico in cui parti della classe lavoratrice bianca si sono alleate con la classe capitalista che domina e sfrutta i nativi americani, i neri e altri segmenti della popolazione. La democrazia negli Stati Uniti è sempre stata una «democrazia bianca». Ciò che chiamo democrazia nazionale non è necessariamente contraria al controllo totalitario. Quindi la critica del fascismo contemporaneo non può essere fatta a favore della democrazia esistente, ma in nome di una rottura con la modernità capitalista e il nesso tra lo Stato e l’economia delle merci.

Trasformazioni del capitalismo, comunicazione, estetica, arte… la sua impostazione ricorda quelle di Franco Berardi Bifo e di Mario Perniola che, pur diverse tra loro, hanno in comune l’attenzione a questi elementi.
Ho scritto dei situazionisti, considero molto importante la loro analisi dello spettacolo e della colonizzazione della vita quotidiana. Riprendere alcuni assunti del movimento anti-artista d’avanguardia, che era parte integrante della tradizione rivoluzionaria, è un buon modo per iniziare a costruire un nuovo immaginario rivoluzionario. Perniola proveniva da quell’ambiente e apprezzo molto alcuni dei suoi primi libri. L’ala creativa del movimento del ’77 è un altro mio importante riferimento storico.

I movimenti degli ultimi anni – da «Non una di meno» a «Extintion rebellion», fino ai gruppi neo-ecologisti e ai «Gilets jaunes» – riusciranno a portare una proposta radicale contro la catastrofe in corso?
Lo spero. Ma è difficile perché le proteste hanno luogo dopo decenni di dispersione in cui un precedente vocabolario di opposizione è stato frantumato. Le proteste si svolgono tra le rovine delle lotte precedenti. Questo è anche il motivo per cui sono così frammentati. Ma vediamo emergere un nuovo movimento che ha lasciato alle spalle la vecchia dicotomia Sinistra-Destra e sa che la rivoluzione non può essere la socializzazione della produzione ma deve essere qualcosa di diverso, forse ciò che Giorgio Agamben e il Comitato invisibile chiamano «destituzione».

In merito alla gestione dell’epidemia del coronavirus, Agamben ha sostenuto che «lo stato di paura che in questi anni si è diffuso nelle coscienze degli individui si traduce in un bisogno di stati di panico collettivo». Così, ha aggiunto, «la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo». Che ne pensa?
Credo che ciò che sostiene Agamben non sia sbagliato. Il coronavirus è utilizzato per imporre uno stato di emergenza e si adatta a un modello (che ha inizio nel 2001) in cui vediamo la nascita di un regime preventivo anti-ribellione volto a reprimere le proteste e militarizzare la sfera pubblica. Inizialmente ciò è avvenuto sotto la bandiera dell’antiterrorismo, poi della crisi economica, poi degli immigrati e ora del virus. Presto toccherà al clima e alle lotte di chi si mobilita su questo argomento. Gli Stati stanno rafforzando il controllo e si stanno preparando per il caos in arrivo. di Marc Tibaldi
www.carmillaonline.com, 10 febbraio 2020 Il battito profondo dell’epoca
È possibile definire fascisti personaggi, quali Trump e Salvini, che tengono banco nell’opinione pubblica con un repertorio di aberrazioni xenofobe e volgari e bufale spacciate per dati certi? E se davvero sono fascisti, siamo di fronte ad un “ritorno” del fascismo?
Ancora più a fondo, che cos’è oggi fascismo? Sono temi resi ormai noiosi da un dibattito mainstream assurdamente sterile e pedante, nonché da una sinistra pronta a dare del fascista a chiunque, salvo poi scendere a patti con le peggiori figure del tempo, salvo agire dispositivi legali degni di una zelante camicia bruna. Eppure all’alba di questi tesi anni Venti è d’obbligo una riflessione seria e fuori da schemi stantii, non solo su quali siano le forme del fascismo contemporaneo, ma anche sulle traiettorie che esso disegna nella grande politica grazie all’azione di personaggi politici che, evidentemente, deviano dal solito registro a cui è abituata l’assise delle democrazie rappresentative. Un’assise che oggi, come non mai, rivela tutta la sua ipocrisia e fragilità. L’analisi che Rasmussen, docente di Arte e studi culturali presso l’Università di Copenaghen e autore anche di Hegel after Occupy (2018), fa del fenomeno Trump cade allora nel momento opportuno, fornendo un’agile quanto complessa prospettiva sul nemico di oggi, quello che sta generando le nuove forme dello Stato e della politica.
Attorno al grottesco presidente degli Stati Uniti, si condensano alcuni dei nodi che si possono cogliere, mutatis mutandis, in tutti gli esponenti e i movimenti del cosiddetto sovranismo contemporaneo di ogni latitudine.
Trump non è Mussolini, né Hitler, non è un fascista classico con la divisa che saluta marzialmente le truppe armate del suo partito, eppure è un fascista; un protofascista, o un fascista Pop, se vogliamo. Le forme e i contesti sono cambiati radicalmente dagli ultimi anni Venti, ma alcuni elementi cardine permangono nella loro invariabile sostanza. Anzitutto siamo davanti alla contestazione della contestazione, ovvero la messa in forma di quel bisogno securitario che innerva la vita della classe media in decadimento e che, incapace di vedere il suo carnefice nel capitalismo, che stesso l’ha generata, si rivolge rabbiosamente verso chi quel capitalismo lo ha attaccato, ad esempio con l’imponente ondata di proteste del biennio 2010-2011: i contestatori dell’ordine, al pari delle minoranze, dei devianti, sono la minaccia da cui difendersi, i nemici della Nazione, esattamente come lo sono le banche e i politici corrotti. È una visione paradossale e contraddittoria questa della middle class al collasso, preda di una crisi della presenza che solo un grande taumaturgo è in grado di curare. Ed è qui che emerge, dal fondo delle narrazioni democratiche, l’uomo forte, il salvatore, il riparatore dei torti.
Così si è presentato Trump al popolo: come il vincente, l’uomo di successo in grado di fare soldi a palate e tenere in riga dipendenti e famiglia, l’inviato della provvidenza giunto a fare pulizia dentro casa, giunto da fuori delle stanze dell’enstablishment e quindi pulito, non ancora corrotto dalle meschinità di palazzo.
Tra le macerie della crisi e gli appelli alla calma e all’interesse generale, che poi non fa mai bene a nessuno, si è piazzato al centro del palcoscenico, gambe larghe e petto in fuori, per dire che lui non è il presidente di tutti, che è il presidente solo degli americani buoni, lavoratori, onesti (e bianchi, etero e cristiani ovviamente) e andassero a quel paese i neri, i messicani, gli arabi, le lesbiche, i comunisti! Poche parole chiare, in mezzo a fiumi di delirio, che disegnano una linea invalicabile tra sé e l’altro, l’invariabile nemico, quello da abbattere per ritornare ai fasti d’un tempo. Per rendere l’America great again. Come lo era negli anni ‘50, con le fabbriche in città, gli operai disciplinati, le mogli ubbidienti, i comunisti spezzati e i neri bastonati nelle loro catapecchie. Con la macchina pulita, il mutuo della casa, la TV in salotto, le cimici dell’FBI nel telefono e le guerre sporche in Sud America.
È stato rimesso in gioco l’immaginario rassicurante di una società che o è andata perduta del tutto o, più probabilmente, non è mai esistita se non nelle soap opera. E attorno a quel rassicurante e depresso focolare domestico si è ricostruito il mito fondativo di una società ideale, di un popolo eletto, si sono mobilitate le pulsioni affettive, irrazionali (se proprio vogliamo definire irrazionale la voglia di un cantuccio caldo e comodo) e le si sono elevate a programma politico. Trump, ma non solo lui, ha compreso che un sogno forte è un’arma ben più potente di qualsiasi pacato e complesso programma elettorale.
Attorno al sogno, al mito, ha saputo ricreare la sua comunità nazionale, la cosiddetta comunità di destino, quella che trascende la popolazione anagraficamente data ed i territori stabiliti di diritto. Una comunità che si pone sul piano epico e metastorico: non gli Stati Uniti delle istituzioni, ma l’America dei grandi racconti, la terra del latte e del miele, la potenza che incute terrore ai suoi nemici; non gli statunitensi stretti nella morsa della crisi sistemica, ma gli americani delle réclame della Coca Cola, i Padri Pellegrini, John Wayne e Humphrey Bogart.
Terra, Popolo, Nazione, Comunità, Destino, questi sono gli ingredienti della ricetta di Trump, quella per essere grandi, per dominare il mondo, per schiacciare i nemici. E non servono tanti a argomenti razionali a confutare o sostenere il piano; d’altronde è talmente evidente! Talmente forte! Chi, se non un nemico malvagio e perverso, può essere contro la Nazione e il suo destino di tornare essere grande?
Non c’è dubbio, siamo di fronte ad una operazione politica di primissimo ordine, gli elementi chiave del fascismo poi ci sono tutti: l’uomo forte, la comunità (il trittico terra/popolo/nazione), il nemico da abbattere e l’antico ordine da restaurare. Eppure c’è un problema: abituati, come si è, a pensare il fascismo nelle sue forme solenni, storiche ed inquietanti, si perde la misura della sostanza e si finisce per guardare con una miope e ottusa sufficienza soltanto alle forme di questo nuovo fascismo in salsa pop.
Perché anziché sgorgare dalle caserme, dalla guerra, dai proclami solenni, questo nuovo fascismo è giustamente figlio del suo tempo, sgorga dalla realtà che lo circonda (come potrebbe essere altrimenti, d’altronde?) e assume le forme della televisione trash, dei talk show imbarazzanti, dei tweet, dei post fb, dei meme e della merda delirante, contraddittoria e no sense che ci inonda dagli schermi a ogni ora del giorno e della notte. È molto più facile e al passo coi tempi blaterare in continuazione sui social network piuttosto che arringare una folla inquadrata, dire che gli arabi sono ladri violenti e vengono da “paesi di merda” è più attuale che parlare del complotto giudaico. Eppure il senso ultimo rimane lo stesso, gli effetti i medesimi.
That’s the show now! E che vi aspettavate voi, i plotoni di SS che fanno il passo dell’oca in centro città? Un’idea un po’ poco originale, diciamocelo.
Sia quel che sia, ma ciò che è certo è che Trump (o qualunque altro sovranista al suo posto, ricordiamolo) con la sua ricetta di etnonazionalismo xenofobo, securitarismo violento, protezionismo economico e deregulation ha trovato la sua soluzione alla crisi. Le formule ci sono, la narrazione pure, i simboli e i registri funzionano e vengono urlati a piena voce in un teatro che ha perso qualsiasi altra attrattiva, dove le voci degli altri attori sono fioche, sbiadite e noiose repliche di uno spettacolo già fallito.
Questo è il volto della nuova politica, l’unica che appare vincente d’altronde, cosa vogliamo fare per abbattere questo nemico allora? Chiamare alla difesa della democrazia? Diffondere la cultura della tolleranza? Cantare inni per la pace o firmare petizioni on-line per approvare misure contro l’odio?1 Ottimo. Tanto quanto spararsi nelle ginocchia prima di competere alla maratona di New York. Svegliamoci da quest’illusione della democrazia buona minacciata dal fascista cattivo!
È questa democrazia che produce i suoi mostri. O, per caso, questi sovranisti vincono le elezioni a forza di colpi di stato? La democrazia rappresentativa, i suoi registri, le sue funzioni, di fronte all’incedere del mercato onnipotente, si fanno sempre più obsoleti, serve un Leviatano adesso, un sovrano che sappia tenere ordine col pugno di ferro nel guanto di velluto. La cultura della tolleranza e dei diritti umani non è stata, per due decenni, l’ipocrita scusa della socialdemocrazia per legittimare quella globalizzazione mortifera di cui oggi vediamo gli effetti? Non è possibile prendere un vecchio e liso canovaccio e pensare di utilizzarlo come bandiera solo perché il nemico ne usa uno diametralmente opposto. E si può chiedere allo Stato di approntare dispositivi verso il nostro nemico pretendendo che essi non colpiscano, di riflesso, pure noi? Se proprio si vuole demandare il conflitto, allora ci si ricordi della lezione del vecchio Hobbes: a parità di diritto vince la forza.
Tagliamo la questione senza ulteriori tentennamenti. Fascismo e democrazia non sono che forme politiche, contingenti e mutevoli, volte al medesimo scopo: la conservazione dell’esistente, la garanzia del soggetto dominante di continuare il suo processo di accumulazione, sfruttamento e dominio senza tanti intoppi. Il contrario di fascismo non è democrazia, ma Rivoluzione.
E se c’è da imparare qualcosa, oltre che le forme del nemico ovviamente, è che se si vuole vincere non basta l’analisi fine, il calcolo millesimale delle possibilità della fase e certo non serve la grande piazza, né la grande alleanza. È l’universo simbolico che dobbiamo interrogare, dobbiamo scomodare il mito affinché ci assista nel produrre la narrazione soggettivante che crea il popolo, quello degli oppressi sul piede di guerra, che taglia il mondo in due tra chi è amico e chi no. Non possiamo limitarci alla pura estetica del conflitto ma nemmeno accontentarci di una fredda scienza che parla solo agli addetti ai lavori e che, per di più, spesso nemmeno conosciamo. È nei simboli e nel linguaggio che un grande progetto può fiorire, replicarsi e generare la forza comune che permette di muovere l’assalto.
Offrire un mondo a chi ha perso ogni certezza, costruire soggettività dove ora vi è il deserto. Elaborare un piano e trovare le forme più deflagranti con cui farlo salire sul palco della storia. Questo è il battito profondo dell’epoca, per chi sa ascoltare.

1. Magari attraverso la proposta, degna della peggior censura totalitaria, di un’identità digitale obbligatoria per chi frequenta social e web e relativo provvedimento di espulsione (DASPO) “per chi non rispetta le regole della convivenza civile in rete” come proposto dal leader della nuova maggioranza silenziosa Mattia Sartori. https://www.repubblica.it/politica/2020/01/18/news/sardine_daspo_social…
di Jack Orlando
www.carmillaonline.com, 1° febbraio 2020 Tardocapitalismo fascista e democrazia
Mikkel Bolt Rasmussen è un teorico politico che ha scritto vari saggi, tra cui Hegel after Occupy e After the Great Refusal, ma è anche uno storico dell’arte, che ha analizzato le avanguardie estetico-politiche del ‘900 e dei nostri giorni, e un attivista politico che fa riferimento alla tradizione rivoluzionaria della sinistra comunista, dei situazionisti e di diversi filosofi marxisti o postmarxisti. In La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia è proprio da questi punti di vista che analizza l’elezione e la presidenza di Trump, che definisce una controrivoluzione preventiva il cui scopo è stato impedire la formazione di un movimento di protesta anticapitalista negli Stati Uniti. Occupy and Black Lives Matter, ma anche, più ambiguamente, #MeToo, nonché Shooting Generation e We Believe Survivors, hanno rappresentato una potenziale sfida per la classe dirigente americana. Trump è una protesta contro le proteste. Un tentativo contraddittorio di nazionalizzare e razzializzare una crisi iniziata 40 anni fa, durante la quale l’economia americana ha continuato a ridursi. Trump – sostiene Rasmussen – è una soluzione di crisi che con una nuova politica dell’immagine sostituisce una nascente coscienza di classe al disprezzo e al razzismo. La differenza tra Trump e Reagan è che Trump non è un attore che diventa politico. C’è una vera e propria continuità tra la sua rappresentazione massmediatica e quella politica.
L’analisi di Rasmussen si appoggia al pensiero di Benjamin e a quello Debord, ma non si accontenta di trovare delle legittimazioni, vivifica le teorie dei due pensatori analizzando il capitalismo contemporaneo con la stessa attenzione con cui Benjamin analizzò la riproducibilità tecnica e Debord la società dello spettacolo. L’originalità di questo libro non è data solo dall’analisi della “politica dell’immagine” e del “tardocapitalismo fascista” di Trump (e di politici a lui simili per tattiche e strategie comunicative: Salvini, Orban, Bolsonaro…), ma anche dalla proposta di rimettere in questione la democrazia liberale. Rasmussen scrive che “la democrazia nazionale sta lentamente trasformandosi in fascismo, la crisi capitalistica necessita di questo cambiamento. Sotto la pressione di una crisi sistemica come quella che viviamo oggi, la forma politica del capitalismo può dunque facilmente scivolare dalla democrazia al fascismo, poiché la cosa più importante diviene salvaguardare la proprietà privata, rinforzare gli interessi del grande capitale” e continua “in questo modo la democrazia liberale e il fascismo non sono l’una l’opposto dell’altro: i loro tratti comuni sono più importanti dei loro punti di divergenza”, è quindi importante “stabilire la possibilità di una doppia critica, sia del fascismo sia della democrazia nazionale, a favore di una diversa organizzazione post-capitalista del mondo. Se è ancora difficile prevedere la forma che prenderà questa alternativa, dovrà comunque passare per l’abolizione della democrazia nazionale e della sua intrinseca possibilità fascista”. Marcello Tarì – che ha tradotto questo libro – nella interessante prefazione ci ricorda che “d’altra parte Giorgio Agamben aveva notato già alcuni anni fa che le leggi d’eccezione promulgate dalle democrazie a noi contemporanee siano anche più liberticide di quelle del fascismo storico”, e giustamente aggiunge: “non si capisce come ancora oggi sia possibile credere che questa democrazia in cui viviamo da settanta anni possa salvare la Terra dalla catastrofe in corso”. In alcuni capitoli sembra che Rasmussen riprenda e trasformi l’analisi del “capitalismo come religione” di Benjamin, sostituendo il capitalismo con democrazia. La democrazia (“la migliore idea del mondo”, come è stata definita in un referendum televisivo) come pura religione cultuale; durata permanente del culto; culto che genera colpa. Insomma la democrazia come mito, come superstizione inestirpabile che abolisce ogni possibilità non solo di realizzare ma anche di immaginare forme di organizzazione sociale che permettano maggiori e più concrete libertà e uguaglianze. Questo obiettivo ovviamente non si può raggiungere con un semplice atto di volontà ma intessendo le relazioni di movimenti diversi. La critica strutturale al razzismo avanzata da Black Lives Matter deve incontrarsi con quella al capitalismo americano e al modo di produzione capitalistico in generale. Così come la rivolta dei Gilets Jaunes deve incrociarsi con quella dei movimenti sul clima. Marcello Tarì sottolinea – a proposito del Gilets Jaunes – che “la regola del politico vuole che se non si porta l’attacco in profondità, con ogni probabilità potrebbe essere il fascismo a usare la forza accumulata da quel movimento, che, rammentiamo, non è ‘puro’, tanto ideologicamente quanto a composizione sociale (ed è con questo genere di movimenti che ci troveremo sempre più ad avere a che fare nell’immediato futuro). Se, come scrive Rasmussen, il fascismo non è l’opposto della democrazia ma nasce, cresce e trionfa nel suo stesso seno quando una crisi esige di restaurare l’ordine e prevenire l’emergere di vere alternative, è necessaria un “rivoluzione” che “accadrà quando la critica della democrazia – il processo di destituzione – sarà combinata con quella del capitalismo”. Se è vero che c’è bisogno di proposte che non si limitino a una semplice e democratica risposta antifascista all’ondata nera neurocapitalista (direbbe Bifo), questo libro ce le mostra, in maniera intelligente, disincantata, radicale.
di Marc Tibaldi
commonware.org, 28 gennaio 2020 Riprendiamoci la critica radicale della democrazia
È da leggere il libro di Mikkel Bolt Rasmussen, La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia (Agenzia X, 2019), fin dalla bella introduzione di Marcello Tarì. Innanzitutto perché è utile: l’autore traccia un profilo approfondito dell’attuale presidente americano, lo contestualizza nella lunga fase di crisi globale, ne analizza movenze e linguaggi. Da questa angolazione, Trump è “un sintomo dei fondamentali problemi della crisi dell’economia capitalista ormai incapace di integrare il suo proletariato”. Nulla o quasi sembra essere affidato al caso, neanche quelle che dall’opinione pubblica vengono interpretate come gaffe esilaranti o drammatiche dovute all’eccessività del personaggio: “l’immagine non è più solo un medium, ma è divenuta la materia stessa della politica”. La politica dell’immagine, attraverso twitter o i media tradizionali, va dunque accuratamente preparata, studiata, costruita. A farlo non può che essere un’industria, dell’immagine e dunque della politica, che secondo Rasmussen ricorre ai codici dell’industria pop.
In secondo luogo, cosa forse ancora più importante, è produttiva e condivisibile una delle tesi di fondo del libro: Trump è una contestazione delle contestazioni. Il ciclo di lotte nella crisi, quello che negli Stati Uniti ha il nome Occupy, “è stato lo stesso contesto in cui si è sviluppata l’elezione vittoriosa di Trump”. Potremmo sintetizzare così: dove è stato sconfitto Occupy, là ha vinto Trump. Se ciò è vero, come pensiamo che sia, significa che il cosiddetto “sovranismo”, oppure “populismo” (termini secondo noi inadeguati o addirittura fuorvianti), riesce a mobilitare almeno un pezzo importante di quella composizione che ha determinato o può determinare un processo di segno politico opposto. La controcontestazione di Trump – definizione che, per ragioni che spiegheremo, ci sembra più appropriata di controrivoluzione – è cioè la “risposta nazional-capitalista” all’impoverimento del ceto medio e alla disperata solitudine della ex working class, a chi ha subito in modo più diretto e brutale le conseguenze sociali di austerity, globalizzazione e deregolamentazione. Ciò blocca la potenziale ricomposizione dei soggetti che non vogliono più pagare i costi della crisi, alimentando la contrapposizione razziale e favorendo l’alleanza tra la middle class bianca e il capitalismo protezionista.
Coerente con questa impostazione sono condivisibili, in terzo luogo, le critiche che Rasmussen muove ai pensatori della sinistra americana, i quali credono sia possibile superare il declino neoliberale con il ritorno ai fasti di una classe operaia ormai politicamente residuale. Viene così rispolverato tutto l’armamentario nostalgico delle politiche riformiste, dall’invocazione del “New Deal” a un rinnovato orgoglio nel definirsi socialisti. Dimenticando, o forse al contrario avendo ben presente che – almeno dalla prima guerra mondiale e come risposta alla minaccia dell’ottobre bolscevico – il socialismo è diventato una forma di soccorso e gestione di un capitalismo in crisi.
Sviluppando questa critica alla sinistra, si arriva al quarto punto importante del libro: il rapporto tra Trump e la democrazia. Leggiamo: “Trump non è un colpo di stato contro la democrazia e se lo si riduce a questo, cioè a un uso antidemocratico della democrazia, si tende a confermare la sua stessa retorica, cioè quella che vuole che lui sia qualcuno di totalmente diverso dai politici corrotti”. E ancora: “Trump non è un populista che ha compiuto un colpo di stato democratico, facendo un uso antidemocratico della democrazia. Egli è coestensivo al regime democratico”. In fondo la democrazia – come si evince dal libro – è una religione monoteistica contemporanea, che “promuove lo stesso senso di comunità e compie le stesse operazioni che le religioni hanno sempre portato avanti: creano il significato da dare alla vita individuale e, lungo questa strada, scatenano la barbarie e il terrore”. In quanto credenza religiosa, la democrazia è assoluta e indiscutibile. Nessuno può dire di essere anti-democratico se vuole continuare a essere riconosciuto all’interno dei confini della dialettica politica istituzionale. E tutto sommato, anche le forze extra- o anti-istituzionali faticano enormemente a sottrarsi a questa professione di fede. A dire il vero, quasi nessuno lo fa: è sempre il nemico a essere anti-democratico, questa è la peggiore accusa che possa essere pubblicamente mossa. La democrazia, dunque, “appare oggi come fosse un dato naturale ed essere contro la democrazia equivale a essere contronatura”. Si potrebbe allora concludere con Rasmussen: “in realtà democrazia significa sospensione del politico e non la sua implementazione”. La democrazia è cioè la forma sovrana di neutralizzazione e depoliticizzazione del conflitto.
A questo punto, concordando in pieno con questa linea di ragionamento, si apre una tesi per noi contraddittoria e problematica: l’identificazione di Trump e del “sovranismo” con il fascismo. Cerchiamo di spiegare. Tale tesi ci sembra contraddittoria per un insieme di ragioni analitiche che si potrebbero riassumere in termini semplificati: quando si deve continuamente precisare che per le questioni sostanziali le figure di cui si parla sono completamente diverse dal fascismo storico, non si farebbe prima a individuare una categoria differente? Mostrando di conoscerne bene genealogia e sviluppo, Rasmussen afferma che il fascismo si è fondato, tra altri, su almeno tre elementi: il rapporto tra legalità e illegalità (che Mussolini e ancor più Hitler agirono con grande efficacia, si veda in particolare Imperium di Carl Schmitt), l’evocazione rivoluzionaria (non di classe ma di popolo, o meglio in un ambiguo miscuglio tra i due: Mussolini il rivoluzionario di De Felice resta secondo noi un testo di studio importante), lo spirito anti-borghese (in una direzione comunitaria che mescolava il potente uso della modernità a un’altrettanto potente mitologia anti-moderna). Nessuno di questi elementi, come rimarca lo stesso autore, appartiene a Trump e agli altri casi citati. Scrive: “A differenza del vecchio fascismo, la rinascita nazionale non è più concepita come una sospensione del sistema parlamentare nazionale. Il postfascismo differisce dal fascismo storico, ma anche dai vari gruppuscoli neofascisti, poiché non si concepisce come un movimento extraparlamentare, bensì come partiti e politici che combattono per avere il voto all’interno del sistema politico esistente, mentre lo sfidano aumentando sempre più la loro dimensione nazionalista e discriminatoria. Quindi il postfascismo è un tentativo, da parte dell’ideologia fascista, di rendersi presentabile in quanto alternativa tanto all’interno che all’esterno del sistema”.
Dunque, non c’è un uso dell’illegalità né spirito anti-borghese: “se Mussolini e Hitler furono leader di movimenti politici, Trump lo è del reality show e del business”. L’attuale presidente americano inventa il popolo e la comunità nazionale, come ben illustra Rasmussen scandagliando i suoi discorsi: e tuttavia, in qualche modo popolo e comunità nazionale vengono sempre inventati. Insomma, dipingere giustamente Trump come un razzista, un insopportabile arrogante, un pezzo di merda, è sufficiente a farlo considerare un fascista? Gli altri presidenti non erano razzisti, arroganti, pezzi di merda? Certo, Trump ci aggiunge una demagogia volutamente sfacciata, perché vuole eccitare gli spiriti animali della sua parte potenziale, avendo capito che in tempi di polarizzazione dovuta alla crisi solo mobilitando la parte estrema si può vincere, ma sempre nel quadro delle istituzioni democratiche. Tant’è che, all’atto pratico, l’aggressiva politica-immagine di Trump non produce sostanziali cambiamenti e rotture rispetto al quadro precedente, e lo stesso si può dire dei suoi corrispettivi nei paesi europei – che, non a caso, vogliono governare ma sono impauriti nel farlo (do you remember la crisi del Papeete?). Nei fatti, non agendo effettivamente l’illegalità, questi cosiddetti “sovranisti” non riescono nemmeno a trasformare radicalmente la legalità, come invece fecero i fascisti.
In un passaggio del testo, Rasmussen coglie bene la questione: “il punto è che essendo divenuto così difficile immaginare un mondo non capitalista, il fascismo non ha alcun bisogno di presentarsi in quanto rivoluzionario”. È esattamente per questo che, dicevamo, non ci convince il suggestivo termine “controrivoluzione”: perché presuppone una rivoluzione contro cui andare, o meglio da fare al contrario. Nello snodo decisivo della prima guerra mondiale la richiamata sequenza catastrofe economica, crisi politica, perdita di fiducia nel sistema istituzionale e nei partiti tradizionali, prese due direzioni rivoluzionarie e anti-democratiche opposte. Di queste due, la tensione rivoluzionaria del fascismo era subalterna, ovvero dipendente, alla minaccia rivoluzionaria comunista. Senza la seconda, non si dà la prima. Trump è semplicemente la risposta a Occupy, una contro-protesta che recupera in direzione opposta una protesta, entrambe al di qua e non al di là delle rottura della legalità democratica. Tanto non ha saputo divenire una minaccia Occupy, tanto non è fascista Trump. E ancora: come quella minaccia non può oggi ripresentarsi sic et simpliciter nella forma bolscevica, quanto la risposta contraria non può oggi ripresentarsi sic et simpliciter nella forma fascista.
La tesi dell’autore è per noi, dicevamo, anche problematica. Non ci convince infatti la sua traduzione politica, ossia il semplice antifascismo – se per antifascismo non intendiamo solo essere contro i fascisti, cosa che diamo per scontata, ma gli attribuiamo un’identità costituente e strategica dell’antagonismo di classe. È esistito, per un breve e intenso periodo storico, un antifascismo di classe e rivoluzionario, che è stato sconfitto: da allora, vi è un’egemonia e ipoteca democratica e frontista sull’antifascismo. Tanto è vero che, come sottolinea Rasmussen, il termine “fascista” ha innanzitutto una funzione delegittimante: “ridurre il fascismo al male incarnato è solo una manovra ideologica che serve a mantenere l’ordine esistente, legittimandolo come la continuazione della lotta contro il fascismo”. Sei fascista, dunque anti-democratico. Così, l’antifascismo si presenta come una richiesta di ritorno alla normalità contro la barbarie, lasciando nelle mani dei reazionari quei soggetti di classe che nella normalità vedono il loro principale nemico. Nel libro, ad esempio, si richiamano i toni dei continui attacchi di Trump contro politici, imprese globali, media, giudici, amministrazione statale: in una fase di crisi, in cui vi è polarizzazione dello scontro, fare appello all’antifascismo rischia di significare, nei fatti, difendere ciò che i supposti fascisti attaccano, per quanto queste non siano certo le intenzioni dell’autore e di molti antifascisti. Per chi non sa o non vuole leggere, chiariamo e ribadiamo: i fascisti, sedicenti tali o etichettati come tali, vanno bastonati, sempre e ovunque ce ne sia l’occasione, ça va sans dire; però, fare dell’antifascismo un asse politico centrale porta inevitabilmente a immaginare che le figure sociali che potenzialmente possono costituire la nostra parte appartengano per una sorta di natura divina alla sinistra, mentre lo stesso libro dimostra che così non è. Per fortuna, aggiungiamo: perché finché restiamo prigionieri di quella dialettica borghese tra destra e sinistra che ereditiamo dalla disposizione nel parlamento francese, non usciremo mai dalla scelta tra la paura di un apocalittico “peggio” futuro e la certezza di un concretissimo “meno peggio” presente (e poi, “peggio” e “meno peggio” per chi e da che punto di vista?). In altri termini, predicare l’iterazione della catastrofe futura serve per far ingoiare la normalizzazione della catastrofe presente. Chiariamo ulteriormente: dire che Trump, o Salvini, o Le Pen, o metteteci chi volete voi, non sono fascisti, non significa ritenerli meno nemici. È proprio il contrario: sono nemici e mistificatori perché fingono di incarnare una trasformazione che non vogliono, in quanto sono i prodotti dell’industria politica della normalizzazione democratica. Scrive Rasmussen: “il berretto da baseball di Trump prova che lui è uno del popolo, come te e me, solo che ha avuto più successo”. Questo è il sogno democratico americano, centrato sull’individuo e sul lavoro, tutti ce la possono fare: il popolo che viene creato è quello dei consumatori, la folla solitaria felice e accettante.
Allora, a partire da questo bel libro serve ancora uno sforzo, contro la sinistra e contro la democrazia. Non abbiamo bisogno di alcuna giustificazione per andare all’attacco: in questa società basta viverci per odiarla. La catastrofe non è quella che può avvenire se vincono i fascisti, la catastrofe è quella che avviene quotidianamente nella riproduzione della normalità. Ed è ulteriormente catastrofico rischiare di finire in un fronte con una parte dei nostri nemici, avendo permesso all’altra parte di appropriarsi del desiderio di trasformazione. Insomma, aver lasciato la critica radicale della democrazia nelle mani di quelli che vengono chiamati “fascisti”, ecco il grande problema da cui dobbiamo ricominciare.
di Gigi Roggero
Pulplibri.it, 8 gennaio 2020 Terreno fertile per un Salvatore
Alle 3.32 italiane della notte tra il 2 e 3 gennaio 2020 Trump ha twittato una bandiera statunitense senza nessun commento, seguita, 14 minuti dopo, dalla conferma dell’uccisione in Iraq di Qasem Soleimani il potente generale numero due del governo Iraniano. Si è trattato dell’atto finora più proditorio della sua carriera da Presidente. Dove porterà il mondo questo atto di terrorismo? Difficile saperlo con esattezza ma, mentre tutti gli esperti di geopolitica, di Medioriente e di sovranismo avanzano ipotesi, l’unica cosa certa è che esso è contro le migliaia e migliaia di persone che in questi ultimi mesi sono scese in piazza Tahrir a Baghdad e nelle altre piazze in rivolta nel paese e che sono state duramente represse proprio dalle milizie fondamentaliste filo-iraniane con la regia occulta di Soleimani. Se un generale è sostituibile, sicuramente non lo sono questi germi e fermenti che dal basso chiedono un cambiamento. Ebbene, è questa gente ora che rischia seriamente di essere messa a tacere per sempre, soffocata dai soliti nazionalismi e dai giochi di potere tra i tanti attori in campo: locali, regionali e internazionali. E a maggior ragione, perché questa nuova generazione che protesta in Iraq è disarmata come disarmati erano i loro fratelli nell’omonima piazza del Cairo e nelle altre piazze dell’area durante le rivolte del 2011 e ancora oggi in Algeria e in Libano. È quanto in questa situazione di estrema confusione dovrebbe essere chiaro a tutti come chiaro è l’intento di Trump di non voler tenere in nessun conto né le loro ragioni né la loro sorte. Kobane docet!
Questi fatti non sono ovviamente descritti da Mikkel Bolt Rasmussen, ma il suo saggio ci offre alcuni strumenti per decifrarli anche nella loro apparente contraddittorietà. Sembra infatti che questo atto estremo di Trump sia l’ennesimo colpo di testa di chi ha criticato aspramente le guerre infinite dei suoi predecessori in Afghanistan. In realtà, spiega bene Rasmussen, l’essere contradditorio, dire una cosa e farne un’altra, fa parte della politica del tweet e della stessa immagine di Trump che preferisce il caos in quanto “terreno fertile per […] apparire come un salvatore”.
L’autore interpreta l’elezione di Trump come una risposta ultranazionalista “all’emergere di un rifiuto non solo dell’attuale regime di accumulazione, ma anche del capitalismo come modo di produzione”. Sono il ciclo delle “rivoluzioni arabe, i movimenti di occupazione delle piazze e Black Lives Matter” che “hanno dato forma a un nuovo movimento di contestazione planetaria” a cui Trump risponde con una soluzione controrivoluzionaria che sposta la contestazione contro le ingiustizie della mondializzazione, l’austerity e il dominio delle banche “in una direzione fascista che riattiva l’idea di un popolo eletto guidato da un leader forte”. Alla crisi palese del neoliberalismo e degli istituti della democrazia si offre una soluzione – necessariamente precaria – fatta di un misto di razzismo e protezionismo che si combinano in una forma di fascismo postmoderno; si recupera in parte la rabbia contro Washington e Wall Street (di cui paradossalmente Trump è un eminente esponente) e si cerca una sorta di patto con gli operai e i ceti impoveriti bianchi agiti contro i nemici esterni e interni.
Nel suo saggio Rasmussen analizza a fondo il discorso di investitura di Trump del 20 gennaio 2017. Esso poggia sui tre pilastri del Popolo, del leader forte “che non fa parte del sistema politico”, della rinascita americana che seguirà per forza di cose quando il leader avrà ricreato la comunità perduta e verranno sconfitti i nemici interni ed esterni della nazione. Questi tre topoi a loro volta poggiano sulla narrazione del declino e del tradimento perpetrato fino a ieri contro il popolo americano dalle élite di Washington, che “hanno permesso alle compagnie straniere di rubare il lavoro americano svuotando in questo modo la società della sua economia”. La nozione di popolo diventa centrale, “una sorta di figura mistica che non include tutta la gente che vive negli USA” ma qualcosa di meno e di più nello stesso tempo perché esclude gli immigrati, gli indigeni, gli afroamericani e “tutti i gruppi che Trump ha insultato e ridicolizzato fin dall’inizio della campagna elettorale”. Ne esce un “Popolo” con la P maiuscola, nella veste di soggetto unitario che si riconosce nella propria “bianchità” in una sorta di patto che secondo Rasmussen riattualizza quello fra la classe operaia bianca e la classe capitalistica durante il New Deal, allorquando F.D. Roosevelt rese visibili e incluse i “dimenticati”, per l’appunto l’“indispensabile uomo della classe operaia USA, nell’economia del paese”, escludendo gli “afroamericani che rimasero in gran parte non solo dimenticati ma invisibili”. “Invece di unirsi agli schiavi affrancati e agli altri poveri di colore, l’operaio bianco unì le sue forze a quelle della borghesia bianca, sabotando così effettivamente la potenzialità rivoluzionaria negli Usa”. Una lettura stimolante quella di Rasmussen sul New Deal la cui conclusione però appare discutibile, certamente retrodatata. Se le cose sono andate come sono andate, se oggi quanto resta negli USA di quella classe operaia vota il fascista Trump che vuole alla Casa Bianca, non credo sia per fedeltà a quel vecchio patto. Se così fosse, dovremmo metterci il cuore in pace e porgere le nostre scuse al vecchio Hegel perché in questo caso avrebbe mille e mille ragioni per pretenderle da noi, convinti materialisti. No, la storia della classe operaia è la storia delle sue lotte che provvedono a trasformarla finché durano; quando vengono a mancare, non parli più di classe ma di individui avviliti e fiacchi, alla mercé di una storia che non è la loro. È questo tema che mi pare manchi nel saggio perché la storia sociale e politica degli americani non è stata mai lineare. Non lo è stata alle origini – diciamo tra il 1750 e il 1804 – e non lo è stata nel Novecento, certamente non quella dei suoi operai. Idem per la supposta linearità entro cui viene letto lo slogan “American first” col suo corredo razzista di cui il suprematismo bianco è l’espressione più genuina. Anche in questo caso, non c’è il rischio di attutire gli urti e le spinte del presente in nome di una tradizione che tutto comprende? Altro tema centrale nel saggio è se il fascismo è l’opposto della democrazia. Ha ragione la filosofa femminista Judith Butler quando insiste a leggere il fenomeno Trump “come una lotta tra la destra nazionalista e la democrazia”? Moltissimi altri commentatori l’hanno seguita, anche istericamente, come ha sottolineato, seppur con tutt’altri intenti, lo scrittore Breat Eston Ellis nel suo saggio/romanzo White appena uscito. Rasmussen in proposito è chiarissimo e risponde con un sonoro no affrontando la questione da due lati. Da una parte il fascismo di Trump – ma anche quello di Marine Le Pen e di Matteo Salvini – non si è generato con un colpo di stato (Hitler e Mussolini hanno provveduto a ciò una volta eletti con “libere” elezioni) quanto piuttosto un uso “coestensivo al regime democratico”. Precisamente Trump “è un’espressione della crisi della democrazia, di quel momento in cui diviene una necessità approfondire le esclusioni già esistenti nei regimi nazionali delle democrazie parlamentari”. Come dargli torto?
Che la democrazia funzioni in questo modo è evidente anche in Italia allorquando, finito il governo gialloverde e buttato fuori il trucissimo Ministro dell’Interno, i suoi decreti sicurezza sono rimasti in vigore nella loro integrità e se mai verranno ritoccati, lo saranno nelle parti più palesemente incostituzionali; la stessa politica dei porti chiusi continua come prima mentre per l’accoglienza diffusa dei richiedenti asilo l’unica discontinuità è che non se ne parla più perché è finita in fondo all’agenda perché troppo scottante ai fini elettorali. Lo stesso vale per la democratica Europa che la sua politica dei confini ce l’ha, esternalizzando a paesi terzi come la Libia, la Turchia, la Croazia e la Slovenia il lavoro sporco di trattenere i migranti fuori dai coglioni (espressione salviniana!).
Allora? Come uscire da questo marasma, da questo presente ingiusto e mortifero, senza essere schiacciati fra due supposte contrapposizioni “naturali”, quella di “una comunità simbolica e spirituale”, ovviamente ripulita da tutti gli elementi estranei che minacciano la sua purezza e l’altra, una anodina democrazia che è solo difesa dello status quo, dei privilegi e delle enormi ingiustizie che il neoliberalismo produce. Potranno mai essere questi il luogo di una politica di liberazione?
La risposta la troviamo fuori, nelle piazze dove si intrecciano i desideri di rivolta e le concrete forme di vita. Come scrive Marcello Tarì che firma l’introduzione al libro: “Uscire, uscire e ancora uscire!”. È la nostra sola parola d’ordine.
di Elisabetta Michielin

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