Salta al contenuto principale
Il primo maranza al governo

www.culturefuture.net, 6 luglio 2026 Nati selvaggi

Il primo maranza al governo” di Mosa One, e il gesto di scrivere il proprio nome perché altri possano scrivere il proprio 

“Nati selvaggi in una giungla di cemento, ci hanno legato le ali all’asfalto per farci credere di non saper volare. Ma noi ci innalziamo”. Questa è la promessa che apre Il primo maranza al governo, il libro dell’artista Mosa One pubblicato dalla casa editrice indipendente Agenzia X: un titolo che da solo dice già quanto basta della trama. 
Mosa One, classe 1997, costruisce da anni la propria pratica attraverso medium diversi: tra muri, tessuti cuciti a mano e installazioni, si muove con la stessa naturalezza tra lo spazio pubblico e quello istituzionale. Nato da genitori egiziani e cresciuto nelle periferie romane, ha cominciato tramite i graffiti a tredici anni, prima ancora di chiamarla arte; nel tempo ha avuto modo di interfacciarsi anche con gli spazi più canonici dell’arte, dal MACRO di Roma a Fondazione Merz e Spazio Serra a Milano. La doppia appartenenza a due terre, due culture, due modi di stare al mondo spesso percepiti come incompatibili, è il nodo che la sua ricerca artistica continua a sciogliere e a riannodare, in ogni linguaggio diverso che ha provato a usare. 
Il primo maranza al governo è, in questo percorso fatto di iniziative e attività diverse, il primo libro. Il primo maranza al governo è semplicemente, e con grande forza, un libro veloce, accattivante, senza nessuna pretesa di adeguare la propria forma alle norme che la cultura pretende da un oggetto culturale, ma consapevolissimo dell’aura che il libro ha come oggetto fisico e dell’importanza di mettere per iscritto, per portare nella storia e nella cultura, un punto di vista sottorappresentato. Parla con onestà, in un linguaggio che chiunque, un ragazzo qualsiasi a Milano come altrove, può prendere in mano e godersi senza sentirsi escluso da una soglia alta ed estranea. Questa accessibilità è costruita con la stessa cura con cui si costruisce qualunque altra scelta stilistica, con lo stesso dettaglio nella prosa. Da figlia della stessa generazione ho sempre amato i capitoli corti, veloci eppure densi e profondi come in questo caso: molti bei libri, in fondo, non hanno bisogno di spiegarsi troppo. 
Questo libro è un manifesto, ma non quello di una generazione, di una categoria, di un’astrazione sociologica che si potrebbe riassumere in una formula. Parla attraverso un ragazzo, Sami, e attraverso le sue giornate: i pranzi in famiglia, i pomeriggi passati a scrollare in camera, le ore in piazza con gli amici, lo stesso tempo morto che vivono tanti ragazzi. Dentro quella quotidianità, però, scorre il sogno incredibile e rivoluzionario che Sami condivide con l’amico Andy, il peso di un lutto che si sente fin dalle prime pagine, un’ingiustizia subita dal loro amico Karim prima dell’inizio del racconto, di cui il libro dice il necessario e non di più. In questo intreccio tra quotidiano e grave il racconto arriva a toccare qualcosa di più largo. I dubbi, le fatiche, la tristezza, la rabbia, il senso di incomprensione sono sentimenti profondamente umani, trasferibili a chiunque li legga; ma perché si veda oltre la sola immedesimazione, il libro deve parlare di una realtà specifica, nominata, mai sciolta in generico. Ci ricorda così una cosa semplice e facile da perdere: le emozioni ci accomunano, ma per riconoscersi e supportarsi davvero abbiamo bisogno di conoscere da vicino l’individualità altrui, senza darla per scontata. 
La voce dell’autore affianca la prosa immediata, quasi parlata, a improvvisi affondi nella poesia, propria o di altri: citando anche direttamente Il Folle di Khalil Gibran (1883-1931), dove la parabola in prosa si apre di continuo al verso senza preavviso. Nell’ultimo capitolo quella stessa voce, tenuta singolare fino a lì, si apre ad altre: estratti, riflessioni di amici, pezzi rap si intrecciano nelle pagine finali, come se l’urgenza personalissima che ha messo in moto tutto, una volta detta fino in fondo, avesse bisogno di confrontarsi con altre voci per completarsi davvero. È qui che si riassume il cuore di ciò che sta facendo Mosa: si scrive il proprio nome perché altri possano, a loro volta, scrivere il proprio. 
C’è un paradosso che attraversa silenziosamente tutto il lavoro di Mosa, ed è anche la condizione di partenza di questo libro: quella di una gioventù rinchiusa nei propri quartieri, esclusa dai circuiti del consumo e rinnegata da fuori, fatta di ragazzi annoiati a cui nessuno ha mai chiesto cosa pensano, costretti da una condizione di stasi (imposta, non scelta) a confrontarsi di continuo con la propria identità e con lo sguardo di chi guarda da fuori, a doversi difendere, capire, posizionare. Eppure è proprio nella noia, in quel tempo vuoto che la periferia impone senza chiederlo, che si può trovare la meditazione; ed è nella meditazione che si trova, a sorpresa, la pace e l’incontro. Non essere ‘in potenza’, in attesa di diventare qualcosa altrove, ma trovare già, nella fermezza di chi fa fatica ad immaginarsi altrove, una forma incredibile della creatività che è essa stessa meditazione, una spiritualità della connessione con il tutto o che dal sé si apre verso gli altri. Leggendo le parole di Mosa si scopre un’urgenza personalissima, quella di dire, di esistere, di non lasciare che la noia diventi rassegnazione, che trova il proprio senso pieno solo nello scambio con gli altri, perché è lì, nello scambio, che si piantano i germogli. In questo, Il primo maranza al governo non è solo un racconto concreto: nella sua brevità, parla anche meravigliosamente di Dio. Le ali, il volo, i confini, le colombe che tornano nei suoi dipinti (dal cortile dell’Abbazia di San Paolo d’Argon ai tessuti cuciti a mano di Sky isn’t blue for everyone) sono lo stesso immaginario del libro, declinato in un materiale diverso. 
Non si vive sempre vicini per scelta. A volte si condivide uno spazio attraversato da centinaia di punti di vista. È da qui che parte Nati selvaggi, la mostra che dal 28 giugno al 12 luglio porta il lavoro di Mosa One dentro ES-POSIZIONI (terza settimana, COESISTERE), la rassegna di Spazio Margine al NAMA Summer Festival 2026 (Nuovo Anfiteatro Martesana, Milano). La città nel libro è raccontata come una giungla di cemento dove alcuni destini sembrano già scritti, e dove eppure nella periferia nasce la stessa spinta, selvaggia e istintiva, a innalzarsi comunque. Nei giorni di attivazione l’artista proporrà un gesto collettivo aperto alla partecipazione del pubblico: disegnare non è solo guardare, è prendere posizione rispetto a ciò che si vede. Coesistere, in questo spazio, significa lasciare un segno selvaggio vicino a quello di un altro, perché lasciare un segno insieme è già una maniera di innalzarsi. 
Quando un linguaggio nato nelle strade arriva a occupare, senza diluirsi, gli spazi che di solito gli vengono concessi solo a condizione di farsi più rispettabile, succede qualcosa di preciso: Stefano Harney e Fred Moten, nel loro The Undercommons, parlano della possibilità di abitare le istituzioni di frodo, di starci dentro prendendo ciò che serve senza diventarne mai pienamente parte, restando in fuga anche da fermi. La loro proposta è esattamente la postura di questo libro, ed è la stessa postura che da anni regge il percorso di Mosa One: lo stesso segno nato sui muri di periferia si è poi ritrovato dentro un museo, e da lì dentro fondazioni, marchi internazionali, gallerie, senza che la logica del segno cambiasse: resta un atto di rivendicazione che semplicemente cambia la superficie su cui si scrive. 
Lo stesso gesto di sottrazione, lo stesso prendere senza appartenere, attraversa anche uno dei momenti più tesi del libro, quando tutto sta per partire: “Le monde ou rien, pensa in grande dai!”. Lo riprendo qui, è anche così, del resto, che si abitano di frodo le narrazioni degli altri, per mettere le basi a narrazioni nuove e più inclusive. L’unico esito possibile per questo lavoro è l’urlo “il mondo intero o niente”, per tutti e da ovunque. Viva la pirateria.

di Beatrice Cevasco

outsidersweb.it , 4 giugno 2026 Il primo maranza al governo: la recensione del libro di Mosa One

Identità in transito tra realismo sociale e magico: periferie, potere e immaginazione nel romanzo di Mosa One. 

“Maranza” è stata una delle parole più googlate del 2023, tanto da sembrare un fenomeno linguistico nato sui social negli ultimi anni. In realtà, la sua storia è molto più lunga. L’Accademia della Crusca ne registra già un uso nel 1988, nel brano Il capo della banda di Jovanotti, dove indicava il “tamarro”, il “coatto”, il ragazzo percepito come volgare o eccessivo. Anche l’etimologia racconta molto delle tensioni sociali che la parola si porta dietro: sembra infatti nascere dalla sovrapposizione tra “maranza” – voce regionale meridionale per “melanzana” – e “Marocco” o “Marrakech”, termini usati nel Nord Italia con accezione dispregiativa verso i meridionali. 
Più che cambiare significato, negli anni “maranza” ha cambiato bersaglio. Oggi il termine viene associato soprattutto ai giovani italiani di seconda generazione o a giovani immigrati che arrivano senza famiglia, spesso di origine araba o nordafricana: i nuovi “scomodi”, i nuovi corpi percepiti come fuori posto nello spazio pubblico, sui mezzi, nelle scuole, nei quartieri delle città. La figura del maranza finisce così per condensare paure sociali, stereotipi classisti e islamofobia. 
Uno degli aspetti più interessanti del libro lo si nota ancora prima di iniziare a leggerlo, dal titolo: la volontà di riappropriarsi di un termine nato come etichetta discriminatoria. 
“Maranza” viene sottratto allo sguardo stigmatizzante di chi lo usa per marginalizzare e trasformato in un’identità rivendicata, quasi in una dichiarazione di appartenenza culturale e generazionale. Un processo che ricorda da vicino quello avvenuto con parole come “troia” all’interno del femminismo: termini originariamente offensivi che, una volta reclamati dai soggetti colpiti, perdono parte della loro forza denigratoria e diventano strumenti di resistenza e riconoscimento collettivo. 
La storia di questo Maranza intellettuale, Sami, è ambientata in una periferia dimenticata di questa giungla di cemento abitata da “persone [che] marciano tutte indifferenti come prodotti al supermercato, anzi scorrono…”. Il microcosmo in cui il protagonista ci trascina è pervaso dalla noia e dall’assenza tra scenografie quasi brutaliste – ex scuole abbandonate, garage arrugginiti, cantieri immobili, palazzi consumati dal tempo – eppure non rinuncia mai a una dimensione sospesa, animata da una serie di dettagli dai toni proustiani e da un vago realismo magico che, intrecciandosi con il realismo sociale, offrire ai personaggi brevi vie di fuga dal peso del disagio. 
Sami, a causa di un trauma, decide di scendere in politica, stanco della situazione, e insieme al suo amico Andy fonda la LDG (=lontano dalla giungla). 
Proprio grazie alla sua costruzione fortemente cinematografica, il romanzo riesce a mantenere costante quella sensazione dolceamara sospesa tra speranza e frustrazione. Le scene si susseguono alternando costantemente malinconia e slanci vitali, con cambi di atmosfera improvvisi: a momenti di durezza estrema seguono episodi teneri, ironici o carichi di energia collettiva. 
Il trauma resta il motore invisibile dell’intera narrazione, ma l’autore evita di trasformarlo in pura estetica del dolore; preferisce invece spezzarne il peso attraverso dialoghi vivi, amicizie, sogni e piccoli gesti di resistenza quotidiana, fino alla decisione di candidarsi in politica. Il risultato è una sensazione costante di oscillare tra il desiderio di salvezza e la consapevolezza che quella salvezza potrebbe durare solo per un istante. 

Stranieri in che senso? 
Un romanzo che profuma di “spezie orientali e basilico” indaga nel profondo i temi dell’Identità, della migrazione e della cittadinanza. Elementi centrali dell’analisi sono pluristilismo (punteggiatura assente, autocorrezioni esplicite) e plurilinguismo: l’italiano perfetto di Sami, che odia la scuola, ma legge un sacco, quasi contrapposto all’italiano “degli immigrati” di Mahmoud e Faouzia (i genitori di Sami nel romanzo, ndr) – el esbesa, caboccia, basta al sugo. 
Il risultato è un pastiche gaddiano, rappresentazione di una “generazione invisibile, una generazione che ha voluto piantare un seme lontano dal deserto, finendo a piantarlo in un’altra terra arida e prosciugata”. Lo si percepisce nella loro stanchezza cronica, figlia dell’alienazione da lavoro e della rassegnazione, da una paura affrontata con i piccoli rituali quotidiani e dalla speranza riposta nei propri figli. 
«Il romanzo di Mosa One rivendica la complessità, il diritto alla contraddizione e alla trasformazione. Perché, in fondo, essere uno stereotipo quando puoi essere chi cazzo ti pare?» 

Un prosimetro multimediale
Un altro elemento interpretativo chiave del romanzo è la sua natura multigenere e multimedia: prosimetro che alterna narrazione prosastica a traduzioni poetiche, slam poetry, testi rap, aforismi e preghiere, restituendo una fotografia introspettiva dell’anima del protagonista, forse dell’autore, o forse di ognuno di noi, oltre a rappresentare un bellissimo omaggio alle arti, non a caso, proveniente da un artista poliedrico (poeta, artista figurativo, autore, ecc.) come Mosa One. 
I media giocano anche un ruolo fondamentale nella storia di Sami: la campagna elettorale si svolge infatti principalmente tra Instagram e un talk show televisivo che ricorda vagamente qualche programma di Rete4 con un certo signore dagli urli acuti. Nel capitolo, chiamato emblematicamente WWE – il gusto per il citazionismo postmoderno non muore mai – Sami adatta infatti il proprio approccio a seconda del “palcoscenico” su cui si svolge il dibattito politico, marcando una spia generazionale e rivendicando l’abilità e la consapevolezza di saper parlare la lingua della generazione a cui si rivolge, al contrario dei propri avversari, ancorati a modalità obsolete e anacronistiche. Strategie che si rivelano vincenti, ottenendo viralità, una delle forme di espressione del potere contemporaneo. 

SPPT=Sindrome del potere post traumatico
Il tema della politica si intreccia inevitabilmente con quello del potere, capace di esercitare insieme fascino e repulsione. Se il potere può essere uno strumento necessario per perseguire la giustizia, il rischio è che la giustizia stessa finisca oscurata dalle dinamiche di privilegio e dalle seduzioni che il potere comporta. Chi occupa determinate posizioni, infatti, raramente vi arriva soltanto per merito: spesso dispone già del tempo, delle risorse e degli strumenti necessari per potersi dedicare alla competizione politica e culturale che quelle posizioni richiedono. 
È una contraddizione che Sami sperimenta continuamente sulla propria pelle. A un certo punto del romanzo si trova diviso tra le proprie aspirazioni politiche e il peso delle necessità quotidiane, quelle che assorbono energie, tempo e possibilità fino a rendere il futuro un lusso difficile persino da immaginare. La sua non è soltanto una lotta interiore: è il sistema stesso a ricordargli costantemente quale sarebbe il suo posto, imponendogli di “sognare alla sua altezza”. 
Alla fine, Il primo maranza al governo non è soltanto un romanzo sulla periferia, sull’immigrazione o sulla politica: è soprattutto un romanzo sul diritto di immaginarsi altrove rispetto all’identità che gli altri ti assegnano. Sami prova continuamente a fuggire dalle categorie dentro cui la società vorrebbe rinchiuderlo – il figlio degli immigrati, il ragazzo di quartiere, il maranza, il fenomeno nello zoo della giungla di cemento – e nel farlo trasforma la propria esistenza in un gesto politico ancora prima che elettorale. La vera rivoluzione del libro non sta tanto nella conquista del potere, quanto nella possibilità di ridefinire il proprio linguaggio, il proprio immaginario. In un presente che sembra voler ridurre tutto a slogan, stereotipi e identità monolitiche, il romanzo di Mosa One rivendica invece la complessità, il diritto alla contraddizione e alla trasformazione. Perché, in fondo, essere uno stereotipo quando puoi essere chi cazzo ti pare?

Elisa Palumbo

Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza. Cliccando su qualsiasi link in questa pagina, dai il tuo consenso al loro utilizzo.

Non usiamo analitici... Clicca per più informazioni