Domani urbani
effimera.org, 1 dicembre 2022 Domani urbani
Si può parlare di futuro come di quanto non è ancora accaduto”? L’affermazione, qui modificata in interrogazione, è di Alberto (Abo) Di Monte in apertura al volume collettaneo Domani urbani (Agenzia X, 2022) da lui curato assieme a Giulio D’Errico. L’interrogativo viene spontaneo a seguito della premessa che “da qualche tempo l’avvenire si è guastato e, persino alle più confortevoli latitudini sociali, non gode affatto di buona salute.” La vecchia fantascienza ci aveva abituato all’idea di uno spazio carente, tutto era già esplorato, conosciuto, e la pressione demografica ne accentuava il bisogno in termini di sopravvivenza; oggi, qualunque visione futuribile non può non sentirsi oppressa da questa nuova sensazione di privazione del tempo, di tempo mancante e di quello ancora a nostra disposizione come guasto, in cattive condizioni di salute.
A prima vista questa antologia che i curatori definiscono, più prosaicamente, piccolo manuale di futurologia urbana, potrebbe sembrare l’ennesima raccolta, una delle tante che si possono trovare nella sterminata produzione del genere fantascientifico, di racconti intervallati da brevi saggi sul futuro delle nostre città e del nostro vivere urbano. Nella realtà l’appassionato del genere rimarrebbe alquanto deluso e probabilmente anche irritato da questo miscuglio di narrativa e saggistica che si confonde e ibrida continuamente rendendo difficile la nostra consolidata esigenza di partizione tra il serio e il faceto, l’evasione e l’impegno, tra il lasciarsi andare ai sogni ad occhi aperti e la raziocinante indagine del reale.
Siamo qui di fronte a quella FS, cioè a quell’acronimo che “sta per fantascienza, femminismo speculativo, fabula speculativa e fatto scientifico, [che] evoca un grande gioco della matassa. Partecipare al gioco della matassa equivale a trasmettere e a ricevere degli schemi, lasciando pendere dei fili, preparandosi a sbagliare, ma riuscendo di tanto in tanto a scovare qualcosa che funziona, qualcosa di congruo e magari bellissimo che prima non c’era; equivale a trasmettersi connessioni ricche di significato, storie rivelatorie che passano di mano in mano, dito per dito, luogo di attaccamento dopo luogo di attaccamento, fino a creare le condizioni per una prosperità possibile sulla Terra. Il gioco della matassa può essere svolto da tanti soggetti allo stesso momento, soggetti che mettono in gioco qualsiasi tipo di arto, basta mantenere il ritmo del ricevere e del dare”. (1)
E allora l’idea di Abo e Giulio: l’aver “composto un manuale di futurologia urbana” andrebbe sostituita con quella di aver composto un misto di materiali organici capaci (in condizioni particolari) di trasformarsi in altro, dove “composto” diventa la parola chiave per capire il senso di questa “sfida immaginativa” che poco, o nulla, ha da vedere con le tentazioni resilienti di un immaginario mortifero distopico piuttosto che, nei suo rovesci ottimistici, col cosiddetto “solarpunk” o le sempiterne conquiste dello spazio.
“Occupare l’immaginario” come nel suggerimento di Antonio Caronia ricordato da Emanuele Braga nel capitolo “Milano utopia” è oggi il compito più urgente, per quanto disperato visto le forze in campo dalla parte avversa, quella di un potere che ha saputo far suo il compito di portare l’immaginazione al potere. E oggi, l’immaginazione del potere guida e determina il nostro desiderante, anche quando pensiamo di essere riusciti a declinarlo in modo sovversivo. Questo manuale forse più che di sovversione potrebbe parlarci di una sorta di perversione, di una sua intima capacità di pervertire argomenti seri: la pedagogia (Andrea Perin, Città bambina), la viabilità ecosostenibile (Askapen, Sarà una bicicletta a salvare il mondo), l’abitabilità (Stefano Portelli, Sic transit real estate), la medicina (Asantewaa Boykin, Medicina, ribellione e ricostruzione, e Hakan Geijer, Un futuro per la sanità urbana), e così via, in potenziali figure del divenire mostri.
E a poco serve la pudica suddivisione in Premessa, Introduzione, capitoli e appendici, che non può salvare il tutto dall’essere, di fatto, un groviglio di figli, fili della stessa matassa del fare fantascientifico “nell’epoca della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale”. (2)
Manuale di futurologia? Per orientarsi? Nonostante l’intervento di un vero futurologo (Roberto Paura, La città e le stelle) diciamo piuttosto un manuale per perdersi! Allora un manuale per “mondeggiare” (per rimanere sempre nell’ambito di Donna Haraway precedentemente evocata). Cioè per credere nel rapporto con questo mondo, per quanto possa sembrare impossibile. “Qualunque cosa si faccia è dentro questo mondo” nella consapevolezza “che non c’è un fuori” (E. Braga). E quindi se “un altro mondo è possibile” può esserlo solo al di fuori, fuori da ogni possibile mondeggiare.
È duro far morire vecchi slogan, quando difficile uscire dagli schemi abituali di poter interrogare solo le risposte e mai le domande come invece tenta di fare Carlotta Cossutta (Città transfemministe, senza centri) nella pratica della cura in cui ripensare radicalmente gli interrogativi è indispensabile per capire “chi può e deve essere soggetto di cura e su chi può e deve offrirla.” Ecco due fili da passare “di mano in mano, dito per dito”: se non c’è un fuori a cui rimandare, le domande ci interrogano sul nostro vivere qui, e a noi sta chiedere a loro da quale mondo (astratto o concreto, dentro o fuori) si sentono in diritto di potersi porre a noi.
Che cosa fareste voi se foste al potere, a dover decidere di…? “Niente polizia, niente carcere, NESSUN FOTTUTO TEMPO LINEARE!” il graffito riportato da Amanda Priebe (Immaginare la fine della polizia è immaginare la fine del mondo) è la non lineare risposta. Se parliamo di abolire ciò che riteniamo ingiusto e sbagliato dobbiamo sapere che: “Abolizione non è un punto nello spazio-tempo a cui si può arrivare, perché abolizione non è un risultato, è una relazione. Concepire l’abolizione come una prassi relazionale significa perciò farla finita con alcune delle nostre credenze più profonde e interiorizzate: la nostra attenzione costante verso obiettivi e risultati; l’alto valore che diamo alle figure eroiche, ai traguardi e all’indipendenza personale a spese della collettività.”
E ancora Annina Torre (Rete miceliare): “Decostruire è parte della costruzione (…) Quando sottraggo un pensiero a una categoria divento libero di costruire. Divento un costruttore, non un’entità che ripete schemi, ma un animale umano.” Animali umani, cioè cyborg! Che altro voleva dirci Donna Haraway se non che il diventare cyborg significava diventare ciò che già si è. Da quando il buon Dio innestò nelle menti di Adamo ed Eva (come riporta Cartesio) i ricordi di un’infanzia in realtà mai vissuta. Animali, e in quanto cyborg, umani.
Ma se ora vogliamo costruire dalla decostruzione, tornando a restringere l’ottica all’aspirazione di questo manuale, di guida (per quanto modesta) per le città di domani, “occorre tenere presente che l’immagine della futura geografia urbana dovrà essere in grado di sostenere e comprendere tutti quei fantasmi, illusioni, scarti, insomma, tutto quel vero e proprio kipple che il dispositivo fantascientifico novecentesco ha depositato lungo tutta la storia delle nostre ‘mirabili sorti e progressive’ della civiltà del capitalismo maturo” (Giuliano Spagnul, Città, fantascienza, futuro). Potremmo chiamare questi scarti, o kipple nel lessico dickiano, anche cliché, cioè tutti quei luoghi comuni, quel ciarpame immaginativo impossibile da debellare mediante qualsivoglia critica, pur feroce, o con la più maliziosa parodia, perché saranno sempre pronti a rinascere dalle proprie ceneri. “Lo stereotipo è indistruttibile” (3). Occorrerà invece liberarli, farli emergere in piena evidenza per poterli riconoscere come tali e poter così saper resistere per tracciare le possibili vie di fuga che le nuove forme del mondeggiare ci offrono. Sfilare, sottrarre un pensiero a una categoria; quel filo che avevamo tirato da Annina Torre… Questo credo sia il gioco che questo libro ha tentato di fare e che offre ora a tutti quelli che vogliano continuare a giocarlo.

NOTE
(1) Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019, p. 24.
(2) Antonio Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica, in Millepiani n. 14, Mimesis, Milano, 1999. https://www.academia.edu/314713/Linsostenibile_naturalit%C3%A0_della_te…
(3) Jun Fujita Hirose, Il cine-capitale, Ombre corte, Verona, 2020.
di Giuliano Spagnul
Pulp, 22 novembre 2022 Domani urbani
Da diverso tempo il futuro si è guastato e non gode affatto di buona salute: il carattere rassicurante del domani, la promessa di emancipazione, la perfettibilità che deriva da esperienza, relazione e conoscenza hanno perso molto del loro fascino. La nostra ipotesi di lavoro è che il momento sia propizio per riprendere la sfida immaginativa e con essa la prassi di un futuro incredibile e conviviale, incredibile perché conviviale.

Di seguito l’introduzione a «Domani urbani», antologia del futuribile metropolitano (e non) a cura di Alberto ‘Abo’ Di Monte e Giulio D’Errico. Il volume nasce come sforzo immaginativo e riflessione collettiva dal basso tra attivisti, futurologi e progettisti davanti a un futuro – di città, società, opzioni umane – che appare oggi sempre più malaticcio e restio a fornire alcuna nuova idea di se stesso. Ringraziamo Agenzia X per la pubblicazione. Si può parlare del futuro come di quanto non è ancora accaduto o, su una scala relativa, come di quanto accadrà successivamente al presente continuo in cui siamo immersi come in un fluido viscoso. Nonostante l’imbroglio del titolo, questa collettanea non si occupa tanto di futuro quanto di futuribile: un set di opzioni, se non plausibili, a tutti gli effetti (almeno nel nostro presente-passato) ancora possibili e, perché no, desiderabili!

Quando guardiamo al “nostro” futuro, al futuro che ci appartiene, è bene dichiarare sin d’ora un sospetto di incombenza. Da qualche tempo infatti l’avvenire si è guastato e, persino alle più confortevoli latitudini sociali, non gode affatto di buona salute: il carattere rassicurante del domani, la promessa di emancipazione, la perfettibilità che deriva da esperienza, relazione e conoscenza, hanno perso molto del loro fascino.
La possibilità stessa di un’alterità spazio-temporale pare sbiadita, inesorabilmente soffocata da socialismi deludenti e truci, dall’ineluttabilità della mega-macchina capitalista, dall’ansia generalizzata di un pianeta in crisi da clima alterato e scarsa ossigenazione cerebrale, oltre che oceanica. In questa cornice di senso il soluzionismo solipsista e prestazionale, prima di quello tecnologico e geoingegneristico, non è che un epifenomeno della rinuncia a un piano di azione globale. In assenza di un progetto corale ciascuna e ciascuno è solo, condannato a tentativi di riscatto dal sentore di familismo amorale, microfama, o ancora evasione individualista dal fatto sociale.
Occorre a questo punto una precisazione: invocare un piano d’area vasta non significa, perlomeno in queste righe, rincorrere uno schema omnicomprensivo e univoco di civiltà utopica. Non siamo in alcun modo alla ricerca del modello messianico cui demandare le risposte alle grandi questioni della convivenza umana nel rapporto con il pianeta che ospita la nostra specie (non senza segnali di ribellione) da uno o più centinaia di migliaia di anni. La domanda di ricerca da cui muove questa piccola (per umiltà e paginazione) antologia (per essenzialità e modalità di fruizione) di futurologia urbana, è perimetrata come suggerito dal titolo all’interno di uno spazio conosciuto e prossimo a quello del nostro quotidiano, benché proiettato… in là.
Nello sviluppo del testo non incontrerete tardigradi a cavalcioni dei raggi laser preconizzati dal Project Starlight per liberare dal propellente fossile l’esplorazione spaziale. Nemmeno ci addentriamo tra i suggestivi meandri dello sfruttamento energetico dell’acqua supercritica per mezzo di tunnel vetrificati a colpi di onde millimetriche. E se rinunciamo alla produzione di pensiero critico su queste e altre linee di fuga non è certo per spocchia, piuttosto per ignoranza. Tiriamo dunque la matassa a partire da altre e a noi più prossime domande di ricerca. Quando la performance si fa custodia di un’espiazione non condivisa, che senso ha coltivare interesse per un futuro a misura di comunità?
La nostra ipotesi di lavoro è che il momento sia propizio per riprendere la sfida immaginativa, e con essa la prassi, di un futuro incredibile e conviviale, incredibile perché conviviale. Un esercizio di stile dunque? Non solo. Ci hanno insegnato che non si può parlare di cosa avverrà dopo l’insurrezione anarchica, il comunismo di guerra o l’accensione dei fuochi di Gondor, perché sarà il processo (mai l’evento!) a determinare i modi di vita all’indomani dell’esito rivoluzionario. Parlare di cosa accade dopo una rivoluzione è tabù sin dai tempi remoti, una ritrosia che non può che confermarsi in una fase tellurica di scossette sociali, piuttosto che dalla magnitudo catastrofica. Alle nostre orecchie tutto ciò suona più casto che razionale, e più dettato dalla nota paura di distrarre energie da ciò che si ritiene impellente, che dall’urgenza di liberarne di nuove. L’attitudine all’esplorazione non è peraltro antitetica a un’adeguata preparazione al cosiddetto worst scenario. Non vi è alcuna tentazione solarpunk nell’illustrare un domani che, pur aperto all’improbabile, non può essere scevro dal conflitto, da interessi incompatibili, dall’incontro-scontro che germina dal libero arbitrio. Iscrivetevi dunque con noi all’accademia del disastro del rettore Virilio, senza mettere da parte la curiosità di sapere quali buone idee ci sono in circolo e liberi dall’immanenza del cataclisma che produce solo ansia, passività e frustrazione.
Altra intuizione che muove le pagine che verranno è quella di armare le lotte sociali e le scelte di ciascun* di capacità letteraria e letterale di ideare nuovi modi e nuovi mondi, la sua prassi esagerata (e talvolta contraddittoria) è quella di spingere oltre l’orizzonte dell’adeguato, del fattibile, del consono, l’offerta di visioni e scenari sottratti alla capacità di cattura dell’azienda-famiglia de Il cuore esploso. Abbiamo condiviso questo sforzo di anticipazione con una manciata di sognatrici e futurologi, dissipatori di traiettorie certe, funamboli della progettazione dal basso di comunità e degli strumenti per abitarle. Nessuno spazio per utopie razionali e predeterminate. Niente suggestioni bushcraft, trucchi per prepper bunkerizzati né stratagemmi survivalisti: abbiamo in bisaccia poco più di una dozzina di proposte disorganiche per la città di domani. Sì, perché è questo il perimetro di attenzione in cui muove la nostra ricerca: che forma può avere lo spazio urbano che viene? Un campo di azione sterminato, eppure inadeguato a riprogettare tante altre domande che sono insite nello sguardo intersezionale, ma che proprio questa tensione lega in una fila di vagoncini liberi da binari lucidi, paralleli e rassicuranti. L’ibridazione uomo-macchina che tanta importanza ha avuto nella letteratura science-fiction prima, e che sempre più permea di innesti il nostro quotidiano, non precipita esclusivamente nei vagheggiamenti di un metaverso più o meno orientato da perniciose piattaforme digitali. Lo stesso ambito urbano si fa cyborg, interfaccia e interprete di una condizione non solo postumana ma, nel corso di una nostra lettura, posturbana. Tuttavia se tecnologia, big data e cryptocurrency non costituiscono il nerbo del testo, è perché è la città “organismo plurale” (la città agita dunque dal protagonismo della comunità piuttosto che la città framework in cui agisce una governance più o meno “digital”) a offrire la rappresentazione più icastica del presente-futuro qui affrescato a più voci.
Ordine e legalità, giustizia e democrazia, diritti e doveri o piuttosto libertà nell’uguaglianza? Le società immaginarie che affollano la tua mente privata esprimono razionalità e abnegazione o creatività e propensione al cambiamento? La desiderabilità è, a nostro modo di vedere, il grimaldello della critica radicale e l’anticamera della messa in discussione di ogni modello di vita proposto e storicamente dato in porzioni crescenti del globo terracqueo. Non solo una proiezione, quanto un mosaico di narrative plurali, in grado di qualificare il margine di azione delle nostre scelte e del nostro sforzo immaginativo. C’è un’arma più potente della minaccia termonucleare nell’arsenale dell’ordine neoliberale e delle relazioni internazionali: l’averci persuaso che l’emersione da questa normalità è del tutto improbabile. Il successo planetario del lemma resilienza ne è un indicatore cristallino: è tempo di abituarsi e adattarsi alla catastrofe ecologica, alla prossima guerra, alla crisi che incombe, ai sacrifici necessari, alle responsabilità dell’adultità, alla necessità di lavorare quaranta se non cinquanta ore a settimana, a ritagliare un tempo liminare per gli affetti e le passioni.
Che aspetto avrebbe una settimana in cui si lavora trentadue ore? O venti ore? Un giorno in più per sbloccare i condizionamenti, uno per gli affetti, l’esplorazione, l’ozio, le passioni. Lavorare tre, quattro giorni a settimana non è solo possibile, è un’opzione politica necessaria a disarticolare la reperibilità, liberare le proprietà inutilizzate, chiudere le città al trasporto inquinante, combattere la mefitica estetica del puccioso, del virtuoso e pure del tenebroso. Eppure persino a una scala ben modesta, quella metropolitana (che sovente ci appare regimare e agire l’intera sfera del possibile mentre non è che una macchia sulla tovaglia del pianeta) occorre ripensare radicalmente i modi di vita, e prima di questi aggiustare le focali a partire da una sana abitudine al plurale. Siamo abituati a pensare “Come ti vedi tra trent’anni?”. Mai a come “Ci vorresti vedere”? Anche questa flessione sulla forma singolare offre una rappresentazione icastica della difficoltà a disegnare un tempo fondato sul protagonismo di libertà e uguaglianza (e per questo necessariamente plurale) piuttosto che sulla messa al lavoro perpetua, e per questo dissennata.
Non c’è bisogno (o forse sì?) di sottolineare che i curatori del volume non necessariamente condividono le visioni che palpitano tra le righe di ciascun contributo, né che potreste smarrirvi nel perpetuo oscillare di registro e lessico, narrativa e saggistica, metropolizzazione e fuga tra gli astri. Indossate le vostre tute distillanti, dal canto mio vi auguro un viaggio confortevole tra futuri prossimi e mondi lontanissimi.
di Alberto “Abo” Di Monte

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