Dalla parte del torto
www.ilprimoamore.com, 13 gennaio 2021«Dalla parte del torto»: quarant’anni di peripezie underground nel libro di Dome la Muerte
Mai sentito parlare di un italiano che ha suonato insieme a Iggy Pop, è stato amico di Nico dei Velvet Underground, è diventato una star nelle riserve Cheyenne e alla fine si è ritrovato settantenne, leggermente stonato e completamente disoccupato, ma ancora combattivo? Be’, allora non conosci Dome la Muerte. Nato Domenico Petrosino, ha passato vent’anni a imbracciare la chitarra elettrica con band di culto assoluto come CCM e Not Moving. Un’accidentata carriera solista lo ha poi portato a diventare anche un apprezzato dj electro-trance nel passaggio tra anni ’90 e 2000. In mezzo, naturalmente, è successo di tutto: arresti, scazzottate con i manager dei locali, concerti scalcinati e non, tatuaggi, motociclette, eccessi di droghe (ma niente eroina), dischi, un paio di matrimoni, due figli, una nipotina e tantissime canzoni. Tutto questo Dome la Muerte lo ha messo in pagina - con l’aiuto di Pablito el Drito (al secolo Pablo Pistolesi, già autore di Once were ravers) - in un coraggioso libro autobiografico intitolato Dalla parte del torto (Agenzia X, pp 238, 15 euro). La storia di Dome la Muerte prende le mosse dalla provincia pisana alla fine degli anni ’60. Un luogo che da subito sta stretto al giovanissimo hippy e chitarrista in erba, anche per via dei conflitti con il padre carabiniere. Cominciano allora i viaggi (fisici e non), gli spostamenti per i concerti, le esperienze nelle comuni dell’epoca in cui dibattiti politici e libero amore sono all’ordine del giorno. È l’era dei grandi raduni giovanili, delle utopie rivoluzionarie. Tutta rock, naturalmente, la colonna sonora: Led Zeppelin, Who e via schitarrando. Alla fine degli anni ’70 è folgorante l’incontro con il punk dopo il classico viaggio a Londra. Tornato a casa, insieme a una ghenga di amici scatenati, Dome mette su i Cheetah Chrome Motherfuckers, più brevemente CCM. Prime movers della scena hardcore italiana, si autoproducono il 45 giri 400 fascists. È l’inizio di una grande epopea, che porterà i CCM a una serie di concerti infuocati in Italia e in Europa. Tra questi, il formidabile show al Leoncavallo di Milano nel 1984. Il muro del suono targato CCM però alla lunga si rivela eccessivo per l’eccentrico Dome, e allora è tempo di puntare tutto sui Not Moving, con i quali aveva già cominciato a suonare da po’. Il gruppo ha base a Piacenza però, è così Dome ogni due settimane, qualche volta in sella alla motocicletta con la chitarra a tracolla, lascia Pisa per le prove. I Not Moving hanno una cantante donna, usano l’organo e suonano un rock’n’roll imparentato con X, Avengers e Gun Club. Il loro suono è più accessibile rispetto a quello dei CCM. Non a caso i Not Moving trovano un certo successo di pubblico e si esibiscono con artisti di primo piano come i Clash e il dolente Johnny Thunders, al quale Dome dedica uno dei ritratti più sentiti del libro: "Al di là dello stile chitarristico che mi piaceva, Johnny mi faceva un sacco di tenerezza a livello personale. Era un tossicomane che scriveva canzoni romantiche (...) Avevo letto una sua intervista che mi aveva fatto stringere il cuore. Mi appariva fragile e disilluso. Alla domanda dell’intervistatore che gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare se non fosse diventato una rockstar aveva risposto “il clown triste”. Forse lì ho intuito la sua vera natura, immaginandomelo con il cerone bianco e la lacrima nera." È questo il periodo in cui Dome, da sempre attratto dalla cultura dei nativi americani, diventa un militante della loro causa. Stringe amicizia con il poeta e attivista politico Lance Henson, che lo sceglie come fratello. Il sodalizio tra i due si rivela indistruttibile. Le canzoni di Dome dedicate ai patimenti dei nativi americani trovano un imprevedibile airplay nelle radio delle riserve. Sono probabilmente questi gli anni migliori della carriera di Dome. Da sempre costretto a barcamenarsi tra un lavoro e l’altro, gli incassi dei Not Moving garantiscono al nostro eroe una certa tranquillità economica. Arrivano persino un paio di ospitate in Tv. Poi però, un po’ per la pervicacia indipendente della band, un po’ per il mancato sfondamento presso il grande pubblico (impossibile per un gruppo rock italiano che canta in inglese), i Not Moving litigano, deragliano, si dividono. È tempo per Dome di gettarsi in altre peripezie insieme al delirante techno rock cabaret di MGZ e le Signore e ai Diggers, con i quali dividerà il palco dell’idolo Iggy Pop. Dopo è ora, complice un ingaggio al leggendario Baraonda di Massa, di dare il via a una carriera di dj trance nella sua versione più psichedelica. Un percorso artistico ricco di momenti memorabili se mai ce n’è stato uno, insomma. Tra questi, l’incontro con la celebre Nico. A Pisa per un concerto al Victor Charlie, ospite di Dome alcuni giorni, la mitica voce dei Velvet Underground canticchia baritonale nel suo bagno. Una valanga di soddisfazioni, quindi, ma anche tanti momenti difficili dovuti alla mancanza di denaro. E alla fine di questa cavalcata in quarant’anni di cultura underground, ritmata da un’affabile voce toscaneggiante ben restituita da Pablito el Drito – ci “garba” il suo lavoro –, tocca allo stesso Dome tirare le conclusioni. “Pur essendo entrato nella settima decade della mia vita resto la pecora nera della famiglia. Sono ancora, sempre e comunque, dalla parte del torto. I miei figli, essendo di un’altra generazione, sicuramente mi vedono come un babbo un po’ naïf, fuori dal tempo, che non è mai riuscito ad adattarsi alle regole e agli standard di un mondo senza utopia come questo. Io al domani non ho mai pensato, ho sempre vissuto in un eterno presente, con una tensione diretta alla realizzazione dei miei sogni e alla ricerca di un senso di giustizia, equilibrio e bellezza che ho sviluppato nella mia adolescenza turbolenta e ribelle.” Ecco, se ancora non avevi sentito parlare di Dome la Muerte, questo libro è un buon modo per scoprire tutto di lui e della sua vita da rocker; tutta giocata provocatoriamente, come dice il titolo, dalla parte del torto.
Silvio Bernelli
La Repubblica, 6 gennaio 2021Dome La Muerte il video appello di una generazione
Chi rompe, paga. E Dome La Muerte gli schemi li ha rotti tutti. A sciabolate di chitarra. Nel nome della creatività libera dalle leggi del mercato e della moda. Il risultato è una vita ai bordi della musica e dell’esistenza: una leggenda, lo definiscono Motta, Appino degli Zen Circus, Cristiano Godano dei Marlene Kuntz, Bobo Rondelli, Marco Rovelli, Gipi, Ghigo Renzulli, artisti che hanno firmato l’appello (su change.org) e lo promuovono in un video, affinché al musicista pisano, già nei mitici Not Moving, venga concessa la Legge Bacchelli. Un vitalizio che assicurerebbe una vita dignitosa a un pezzo di storia del rock. L’iniziativa è partita dal direttore di Punto Radio Luca Doni e Dome, al secolo Domenico Petrosino, classe 1958, si sente in imbarazzo: «Non sono abituato ai complimenti. Me la sono sempre cavata da solo, il mio percorso è una linea retta che dichiara assoluta fedeltà alla scena indipendente perché necessaria. Ho accettato di espormi con la legge Bacchelli anche perché sarebbe un riconoscimento per il rock. E si aprirebbe uno spiraglio per i musicisti destinati a non godere di una pensione».
Chi rompe, paga. E Dome la Muerte ha fatto a pezzi le grandi svolte, quando spegnevano il fuoco sacro. «Faccio parte di quei perdenti che, mossi da una curiosità vorace per tutto ciò che è nuovo, sono sempre in anticipo rispetto alle mode. E, quando queste esplodono, sono altrove. Ma non ho rimpianti. Mollai i Cheetah Chrome Motherfuckers – racconta – proprio quando stavamo per andare in America. Perché l’hardcore era diventato il fenomeno del momento. Senza rendercene conto, con i Not Moving incarnammo per l’Italia quello che gli X, Gun Club e Cramps erano per l’America: portatori delle radici garage, rockabilly, blues e punk. Fummo outsider anche nella scena indipendente più radicale. E le conseguenze non tardarono». Certo, il destino ci ha messo del suo. Come quando lo ha fatto arrivare a un pelo da Vasco Rossi, risucchiandolo subito via: «Mi contattò Massimo Riva perché cercava un chitarrista ritmico, ed era rimasto colpito dal mio suono granitico. Ma la cosa non andò in porto, i manager cercavano altro: virtuosi inespressivi. Ma va bene così».
Immaginiamocelo allora, Domenico ragazzino, costretto per una scoliosi a portare il busto e per questo denigrato al limite del bullismo dai suoi coetanei. Domenico anima inquieta nella stretta Navacchio, mentre a pochi chilometri, a Pisa, ribolle prima la cultura hippie, poi la sinistra extraparlamentare. Immaginiamocelo mentre trova l’educazione sentimentale e non nella città che, fin dalla fine degli anni Settanta, è un laboratorio controculturale («ancora oggi, con buonapace dell’amministrazione di centrodestra, cova qualcosa»). Anzi, non c’è bisogno di immaginarlo. Perché c’è un libro a raccontarci la vita, gli incontro (memorabile quello con Nico dei Velvet Underground, che a casa sua divorò spaghetti al pomodoro accompagnati da Amaretto di Saronno), le gesta belle, quelle storte, quelle alcolico-psichedeliche. Dalla parte del torto, edito da Agenzia X, scritto con Pablo Pistolesi, alias Pablito el Drito, in oltre 200 pagine traccia l’itinerario di Petrosino nel movimento hippie, nel punk, nei rave, a fianco dei nativi americani: «Già da ragazzino ero refrattario all’autorità. Forse perché mio padre era carabiniere e garante dell’ordine costituito, ma io non ho mai avuto paura del nuovo. E, oggi, non sono nostalgico. Se c’è una generazione che si sente rappresentata dalla trap, perché biasimarla? Poniamoci in ascolto, senza cadere nello stesso errore degli adulti che ci infamavano quando dalla nostre camerette usciva il frastuono punk».
E del punk è considerato uno dei grandi padri in Italia, onorato come una star quando arrivava al Macchia Nera – storico centro sociale autogestito pisano, oggi non esiste più – con famiglia al seguito, fedele al suo look tra dandy e pelle strappata, a dispetto dell’età over. Punk uguale understatement: «Io con Jello Biafra dei Dead Kennedys andavo al bar». E, quando a Milano i Not Moving furono chiamati a fare da gruppo di spalla ai Clash, «constatammo la stessa umiltà. Ricordo l’attimo in cui salimmo sul palco. I tecnici che illuminavano il percorso con la torcia. Roba mai vista. Abituati al do it yourself dei locali, ci trovammo a suonare per 12 mila persone. Lì, nel backstage, c’erano Joe Strummer e Paul Simonon. Per stringerci la mano. E dirci semplicemente “good luck”».
di Fulvio Paloscia
www.rollingstone.it, 6 gennaio 2021 Dome la Muerte è orgogliosamente «Dalla parte del torto»
Il Keith Richards del punk italiano racconta in un libro la vita sua e di quella che chiama «generazione di scappati da casa». È una storia di palchi e battaglie in nome della ribellione e dell’indipendenza

A Navacchio – frazione di Cascina, provincia di Pisa – quel 18 maggio del 1958 nessuno immaginava neppure lontanamente che era appena nato il Keith Richards del punk made in Italy. In primis perché nessuno al mondo sapeva chi fosse Keith Richards e in secondo luogo perché il nuovo arrivato si chiamava Domenico Petrosino e non era ancora Dome la Muerte, il chitarrista di CCM e Not Moving. Secco, carismatico, con un look che mescola rock, punk e cultura dei nativi americani (di cui è un grande cultore) senza concedere nulla ai facili stereotipi da rivista trendy patinata: Dome è, senza il minimo dubbio, una leggenda dell’underground italiano, oltre che un personaggio di spessore a livello umano e ideale.
Recentemente finito sotto le luci della ribalta per un’iniziativa speciale (la richiesta della famosa Legge Bacchelli, il vitalizio a favore di cittadini con meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport che versino in stato di particolare necessità), ha una storia e un curriculum artistico che abbracciano gli ultimi 50 anni e le maggiori tendenze/movimenti controculturali; il tutto totalmente all’insegna della libertà, della sperimentazione e dell’istinto viscerale all’avversione nei confronti di qualunque genere di catene, imposizioni e status quo. Ironicamente figlio di un papà carabiniere (a cui è legato da un affetto profondo, ma con cui ha profonde e insanabili divergenze di vedute fin dalla preadolescenza), è da sempre un vero ribelle: così lo definisce Pablito el Drito alias Pablo Pistolesi – storico delle controculture, dj e attivista, coautore di una recentissima autobiografia di Dome intitolata Dalla parte del torto uscita per Agenzia X a fine 2020 (suoi sono anche i volumi Once were ravers, Rave in Italy e Diversamente pusher). Domenico dal canto suo, durante una chiacchierata telefonica in un bigio sabato pomeriggio d’inizio anno, si è autodescritto come uno sperimentatore che non si pone limiti e un non allineato. Ribellione e sperimentazione, dunque – sempre, comunque e a ogni costo.
I primi approcci di Dome con la chitarra avvengono intorno ai 12 anni: da quel momento scopre la sua passione più bruciante. Presto inizia a suonare con altri ragazzi più grandi, inserendosi nel circuito dei gruppi rock di base, dediti alle contaminazioni col blues, il jazz e certo prog: musica non facile, né commerciale, pregna di messaggi. Nel frattempo si avvicina alle pendici del movimento hippy, a cui aderisce nella sua espressione più libera e libertaria: va e viene da casa, scappa più volte («La mia è una generazione di scappati da casa. Scappavamo da soli o con la ragazza. […] Scappavamo per andare ai concerti o ai festival») e inizia a frequentare alcune comuni fra Italia e Svizzera. È un periodo di grande vivacità ed esperimenti, sia musicali che in campo di sesso (il famoso amore libero è nella sua golden age) e di approcci con le sostanze.
Della militanza negli Upper Jaw Mask, band molto peculiare, Dome dice: «Scatenavamo reazioni estreme, non c’era via di mezzo: o ci amavano o ci odiavano». Con un singolo solo all’attivo su Cessofonya Records (con quotazioni intorno ai 100 euro, ma in cui Dome non suona), sfocia verso il 1979 nella formazione della punk band CCM, una vera istituzione nota in tutto il globo. Il punk lo folgora, con la sua voglia di novità, di urlare la propria libertà dal sistema e di fare in qualche modo piazza pulita di quanto c’era stato prima.
Con i Cheetah Chrome Motherfuckers (questo il nome per esteso, scelto in onore di Cheetah Chrome, chitarrista dei Dead Boys) incide tre dischi entrati nel gotha del punk hardcore made in Italy – lo split 12” con gli I Refuse It Permanent Scar e i singoli 400 Fascists e Furious Party – suona in tutta Italia (anche nel famoso concerto Last White Christmas) ed Europa. Sono gli anni – quelli fra il 1980 e il 1985 – del fermento hardcore in Italia: il punk muta, si estremizza prendendo anche le strade spesso parallele dell’ultravelocità e/o della pesantezza stralunata (i CCM fanno bene entrambe le cose, coltivando un’identità netta e riconoscibile).
Nel 1983, alla fine di un live dei CCM, Dome viene avvicinato da due ragazzi e due ragazze: sono i piacentini Not Moving che hanno perso il chitarrista e, avendo all’attivo un demo e un 7”, vorrebbero proseguire, ma solo a una condizione: «Mi dissero che avrebbero continuato a suonare insieme solo se avessero incontrato un chitarrista che somigliasse a Keith Richards e che avesse la scritta Cramps sul chiodo. In quel periodo in effetti avevo la pettinata come il chitarrista degli Stones e una giacca di pelle con una scritta rossa e nera dei Cramps».
Da questo incontro, che vede Dome inizialmente piuttosto scettico anche per via della distanza geografica, nasce un’altra miscela esplosiva, ossia il consolidamento di quella che sarà la formazione classica e più blasonata dei Not Moving – eroi dell’underground punk/garage/wave, autori di una manciata di album e singoli di caratura elevatissima, avvicinati da molti fan e addetti ai lavori a gruppi del calibro di X, Gun Club e Cramps.
Con loro, abbandonati i CCM nel 1985, Dome – oltre a esibirsi sui palchi di tutta Italia ed Europa, aprendo anche per gente come Clash, X e Johnny Thunders – arriva alle soglie del salto verso il mainstream, con passaggi in RAI, un’agenzia professionale che gestisce il comparto dei live, tour e guadagni interessanti. Ma la natura ribelle e indipendente ha ancora una volta la meglio. Dome ricorda: «Quando hai fra i 20 e i 30 anni, hai degli ideali, ci credi tantissimo e non ti interessa se ti offrono magari 30 milioni di lire per un contratto, che negli anni ’80 erano soldi. Piuttosto che piegarti al sistema dici: “No, io vado per la mia strada, intanto l’unica cosa importante è stare sul palco”. E io sul palco c’ero sempre, per cui non me ne fregava niente».
Questa incarnazione quasi magica dei Not Moving lascia un 7”, due 12” e due LP (i fondamentali Sinnermen e Flash On You), prima di sfaldarsi. Sono il solo Dome e la tastierista Maria Severine a tenere in vita fino a metà anni ‘90 la ragione sociale Not Moving, riuscendo comunque a regalare ancora due notevoli LP (Song Of Myself e Homecomings) e un 12”, spostandosi a fine corsa verso una sorta di stoner/space rock dal sapore Seventies.
Ma Mr. La Muerte non si ferma mai e, oltre a collaborare con altre realtà (su tutti il folle e geniale MGZ, ma anche gli stoner rocker Hush) si trova a lavorare a progetti legati alle colonne sonore di spettacoli teatrali e perfino alle musiche di Nirvana, il film sci-fi blockbuster di Gabriele Salvatores (del 1997). Sue sono le partiture di chitarra (scritte e suonate), sebbene non sia accreditato ufficialmente nei titoli di coda, né nel CD con la soundtrack per via di quella che lui definisce una leggerezza: un altro retaggio dell’animo punk ultraindipendente che lo muove da sempre. A riprova della purezza dei suoi intenti e dell’incrollabile fedeltà alla causa dell’indipendenza, Dome ha ceduto e si è iscritto alla SIAE appena una decina d’anni fa. E ridendo mi dice: «Alla fine mi sono lasciato convincere, ma pensa che io sono sempre stato uno degli organizzatori della “Giornata contro la SIAE”: portavamo gli amplificatori in piazza e suonavamo tutto il giorno per contestare quell’organizzazione». Negli anni Zero non arretra di un centimetro: torna protagonista con una band di punk rock/garage battezzata Dome La Muerte & The Diggers (tre album e altrettanti singoli fra il 2007 e il 2013, oltre a innumerevoli live), un disco solista (Poems For Renegades, del 2010), collaborazioni (con Avvoltoi e Spina Nel Fianco), una prima reunion dei Not Moving (2005-2006) e una seconda con il nome mutato in Not Moving LTD – ancora in corso, norme anti-Covid permettendo.
In tutto questo trova spazio un avvicinamento alla rave culture e al genere trance goa in veste di dj e di musicista: una contraddizione solo apparente, in quanto la cultura dell’elettronica underground e dei rave, spiega Dome, gli ha da subito ricordato da vicino l’ambito punk. Anzi, a ben vedere – continua, citando anche il volume Radical Gardening di George McKay (in Italia pubblicato da Edizioni Nautilus) – c’è un fil rouge che lega la maggior parte dei movimenti controculturali, a partire dalle comuni/comunità utopiche dell’Ottocento, fino ad arrivare al movimento hippy, al punk e alla cultura rave. «A parole il punk ha sempre rifiutato qualsiasi cosa ci fosse stata prima a livello musicale. […] Io, invece, nel tempo ci ho visto un sacco di riferimenti al passato», afferma Dome, «[e il libro di McKay] mostra come le idee e le pratiche inaugurate nelle comuni hippie siano proseguite anche nelle comuni punk». E aggiunge: «Nella scena rave ho trovato una continuità con il punk anche nell’etica radicatissima del do it yourself: con un computer e poco altro si possono registrare dischi e pezzi in totale autonomia e indipendenza, poi ci si organizzano le cose da soli». Dome a 62 anni è inossidabile nella sua missione di artista fuori dagli schemi. I pochi compromessi a cui è sceso riguardano semplicemente la possibilità di raccogliere i frutti dovuti di quanto fatto negli anni (SIAE, edizioni, diritti…), ma continua il suo percorso in cui musica e ideali si intrecciano. La sua autobiografia – senza spoilerare troppo – contempla incontri con personaggi come Joe Strummer, Lance Hanson, Nico e Allen Ginsberg… ma il presente è sempre tutto da vivere, senza fare concessioni al reducismo e all’amarcord. Perché stare dalla parte del torto è un lavoro difficile, ma importante. E qualcuno deve pur farlo.
Andrea Valentini
Premio Macchina da scrivere 2020, 31 dicembre 2020 Dalla parte del torto di Dome la Muerte e Pablito el Drito
Vincitore del Premio Macchina da scrivere nella categoria “Biografie” per aver ricordato e descritto una complessa vita r’n'r.
www.versacrum.com, 28 dicembre 2020Dome la Muerte – Dalla parte del torto
Se il nome Dome La Muerte non è conosciuto al grande pubblico in Italia, di contro qui a Pisa, sua “zona di nascita”, lui è giustamente considerato un mito.
Come tutti quelli che “nella costa est” toscana si sono appassionati alla musica e alla scena alternativa, anche io ho una marea di aneddoti su di lui. Come quando verso la fine degli anni ’80 lo vedevo entrare al Centro Sociale Macchia Nera di Pisa, vestito di pelle e fichissimo come una vera rockstar (e infatti con i miei amici dicevamo che era un “sorco della Madonna”!). Arrivava con la bellissima moglie al seguito e con la simpaticissima figlioletta che… si addormentava sulle casse, nel bel mezzo di rumorosissimi concerti! Oppure quando anni dopo facevo con lui il DJ alle serate di Ver Sacrum al Baraonda, uno storico locale in Versilia: una volta aumentò così tanto il volume delle casse spia che persi temporaneamente l’udito e l’indomani dovetti andare al pronto soccorso!
Le cosa che fa rabbia è che Dome La Muerte – per l’appunto – è un nome conosciuto da troppe poche persone. Il suo talento, la sua storia musicale, la sua simpatia e umanità meriterebbero un’ampia visibilità a livello nazionale se non mondiale. Eppure l’importanza di Dome nelle scena alternativa italiana è innegabile: è stato tra i fondatori dei grandissimi Cheetah Chrome Motherfuckers, sicuramente il più importante (e forse anche il primo) gruppo hard-core italiano. Li lasciò all’apice della fama mondiale per unirsi ai Not Moving, una band unica nella pur eclettica scena eighties italiana, con il loro eccitante e brillante mix di garage-rock, punk e dark. La carriera musicale di Dome non si è mai fermata, prima con le infinite formazioni dei Not Moving, poi con MGZ, con i suoi tantissimi progetti in gruppi o da solista fino all’inaspettata semi-reunion con i suoi antichi sodali Lilith e Tony Face nei Not Moving LTD, per chi scrive uno dei migliori gruppi italiani di oggi.
In Dalla parte del torto c’è tutto questo e molto molto altro. Il libro è costruito come una conversazione in presa diretta tra Dome e Pablito el Drito (Pablo Pistolesi), con tutti i pregi e gli inevitabili limiti del caso (il linguaggio leggero e colorito che fa scappare risate spesso e volentieri da un lato, lo stile un po’ piatto e qualche refuso di troppo dall’altro).
Il lettore è così accompagnato in un viaggio nella controcultura italiana dagli anni ’70 ad oggi. Mille sono gli episodi memorabili, da quando i Not Moving aprirono per i Clash o quando fecero il tour con Johnny Thunders, al mitico concerto hard-core con i CCM e tanti altri gruppi punk toscani nella chiesa sconsacrata di San Zeno a Pisa, dalla collaborazione con il poeta Cheyenne Lance Henson ai rave illegali, fino all’incontro con la divina Nico, che fu ospite in casa di Dome pasteggiando a pasta al pomodoro e Amaretto di Saronno.
Va bene l’etica e l’estetica del “no regrets”, ma l’amaro in bocca – se non si vuole parlare di rimpianti – per le occasioni perdute da Dome monta di frequente leggendo queste pagine. Dall’ostracismo dei Not Moving da parte dei funzionari Rai, all’occasione mancata di diventa¬re il chitarrista di Vasco Rossi, la vita di Dome e di tutti i suoi straordinari compagni di viaggio è stata spesso sul punto di cambiare radicalmente verso il successo vero.
Va dato atto a Dome di non essersi mai arreso e soprattutto di non vivere ricordando i bei tempi andati. L’arte e l’esistenza tutta di Dome La Muerte sono proiettate nel presente, se non addirittura nel domani. Onore a questo libro per aver restituito fedelmente il ritratto di una vera leggenda alternativa. Qualcuno diceva “it’s only Rock ‘n’ Roll…but I like it!”.
Info: https://www.facebook.com/dallapartedeltorto.unastoriahippiepunkrave
di Christian Dex
Libertà, 27 dicembre 2020Per sempre dalla «parte del torto». Cadute e risalite di Dome il ribelle
Con Domenico, in arte Dome la Muerte, ho condiviso tante esperienze, non solo musicali, a suoi fianco nei Not Moving ma anche a livello umano. Dome è l’epitome di quello che sta accadendo a migliaia di musicisti, artisti, attori, operatori dello spettacolo in tutta Italia e in tutto il mondo. Ne abbiamo ripetutamente parlato in queste pagine di quanto la pandemia sia stata letale per certe categorie.
Dome ha sempre lavorato nella musica e con la musica e ovviamente ora, da una decina di mesi, si trova completamente appiedato. Una cordata di amici ha fatto appello alla Legge Bacchelli, un sussidio riservato agli artisti in difficoltà, ma è cosa ardua per chi ha sempre navigato nei flutti del rock’n’roll, materia raramente riconosciuta a livello istituzionale. In tanti gli stanno dando una mano. Ebbene, per chi vuole saperne di più sulla sua particolare storia artistica e umana c’è ora un’autobiografia, Dalla parte del torto edita da Agenzia X e scritta in coppia con Pablito el Drito. La chiusura del libro dice tutto «Io al domani non ho mai pensato, ho sempre vissuto in un eterno presente, con una tensione diretta alla realizzazione dei miei sogni e alla ricerca di un senso di giustizia, equilibrio e bellezza che ho sviluppato nella mia adolescenza turbolenta e ribelle. […] Posso dire di avere sempre vissuto le cose fino in fondo, senza compromessi, rifuggendo la notorietà, e non ho nulla da rimpiangere, anche se ora ne pago le conseguenze. […] Ogni iniziativa che va in direzione della sostenibilità e della giustizia sociale va sostenuta con anima e corpo per far sì che questo mondo non sia un parco giochi per pochi ricchi sempre più ricchi, ma un luogo dove tutti quanti abbiano lo spazio per vivere con dignità, nel rispetto delle differenze, della libertà e dei desideri dei singoli.»
Una vita vissuta a 200 all’ora, senza freni, con scelte difficili e definitive, dalle quali non si torna indietro. Dome le ha fatte da metà degli anni ’70, abbracciando l’etica e l’estetica hippie, saltando nel punk, virando verso l’hard rock, tornando al rock’n’roll, senza dimenticare la techno e i rave. In mezzo impegno politico, sociale, in prima linea, sempre, ovviamente, dalla parte del torto. Non ci risparmia nulla: botte, droghe, sesso, disastri, cadute, risalite, Aneddoti incredibili. Per una storia incredibile.
Antonio Bacciocchi
www.satisfiction.eu, dicembre 2020Dome La Muerte e Pablito el Drito. Dalla parte del torto
Nel corso di questi ultimi anni, abbiamo assistito ad un moltiplicarsi considerevole delle monografie dedicate ai cosiddetti cult hero della scena Rock, le quali, non di rado, hanno contribuito alla riscoperta, se non alla scoperta tout court da parte delle nuove generazioni, di artisti che, seppur rimanendo confinati in una nicchia di popolarità underground, sono stati comunque in grado di scrivere pagine indimenticabili nella storia e nel costume del genere. Questo fenomeno, fortunatamente, ha interessato anche l’Italia, dove alcuni coraggiosi pionieri dell’elettricità più selvaggia, dopo una militanza umana e artistica durata decenni, sono finalmente protagonisti di pubblicazioni che rendono il giusto omaggio a meriti acquisiti sul campo in un contesto umano e di possibilità, diciamolo, molto più complicato rispetto ai “soliti” Stati Uniti o alle terre d’Albione. In Dalla parte del torto (Agenzia X, 2020, pp. 238, € 15), Domenico Petrosino, meglio conosciuto come Dome La Muerte, ci racconta insieme a Pablito el Drito la sua lunga avventura sopra e sotto un palco, ma, soprattutto, ci consegna una picara perla di storia su una scena, quella appunto del rock italiano non mainstream, che non si finisce mai di conoscere e apprezzare. La Muerte, noto soprattutto come chitarrista e cofondatore dei seminali Cheeta Chrome Motherfukers nella seconda metà degli anni Settanta e poi come la sei corde degli altrettanto storici Not Moving (oggi Not Moving LTD) nel decennio successivo, ci guida nei meandri di un’esistenza funambolica che ha come quinta scenografica non certo le luccicanti colline di Los Angeles o i cieli grigi e densi di Londra, ma, quasi sempre, i colori un po’ anonimi (ma molto più caldi per molti di noi) della provincia italiana. A partire da quelli che coloravano i dintorni di Pisa quasi mezzo secolo fa, quando già il semplice passeggiare per strada con lunghi capelli a lambire la schiena o indossare un certo tipo di giacca di pelle potevano metterti nei guai. A maggior ragione se eri figlio di un divisato e i taciti “costumi” dell’epoca ti avrebbero imposto ben altro contegno per non recare disdoro all’onore paterno. Ma certe vocazioni, si sa, riescono a vincere qualsiasi temperanza e magari si manifestano attraverso l’imperscrutabilità di un banale accidente, nella fattispecie una fastidiosissima scoliosi che, a causa di una necessaria ingessatura per essere curata, impedisce ad un aspirante trombettista di accumulare abbastanza aria nei polmoni e lo spinge a gettarsi sulla chitarra. E poi la scoperta di Hendrix, dei GranFunk Railroad e soprattutto del punk, che nella Piazza Garibaldi del capoluogo toscano ha il potere di accomunare in un risicato quadratino di spazio un drappello di ragazzi per i quali ogni giorno si trasforma in un’occasione per conoscere qualcosa di nuovo di sé e per sperimentare sulla propria pelle la difficoltà di allargare gli orizzonti, per immaginare un futuro diverso da quello sempre tristemente prospettato in classe o a casa. Ecco allora aprirsi davanti agli occhi spazi completamente inaspettati e, soprattutto, comparire un’esigenza di esprimersi in un modo personale, non allineato. Magari dentro pollai trasformati in sale prove o in scalcinati cine-teatri dove, non di rado, sei costretto a smettere di suonare perché lo sparuto pubblico presente non capisce cosa stai suonando o qualcuno arriva a staccare la corrente. Il racconto di La Muerte è per buona parte della prima metà del libro il racconto di un’Italia che oggi si farebbe fatica anche solo a immaginare. Un’Italia in qualche modo segreta ma davvero “in rete”, fatta di passaparola che senza un briciolo della potenza mediatica di cui si dispone nell’anno di grazia 2020, era in grado mettere insieme in tante piccole realtà sotterranee centinaia di giovani affamati di forme altre di contatto, di vita. Senza dubbio più genuine, senza dubbio meno irreggimentate. Da plasmare con le tasche vuote, ma con i cuori pieni e sempre, sempre pulsanti. Come quello del protagonista, che unisce al desiderio di diventare un rocker professionista quello di liberarsi dai retaggi imposti senza spiegazione, affrontando ogni singola occasione di socialità come un evento da non dover mai banalizzare. E, scorrendo le pagine di “Dalla parte del torto”, troverete tanti esempi di questa attitudine, non soltanto quando il nostro avrà la fortuna di incrociare la propria strada con quella di personaggi che hanno marchiato a fuoco il mondo dell’arte e della cultura del Novecento, ma anche quando, perso in qualche landa della sua regione o in giro per l’Europa, si troverà a confrontare la propria ricerca di senso e significato con quella di uomini e donne qualunque. Sarebbe naturalmente un delitto rivelare anche solo qualche nome o qualche particolare di questi incontri, come pure è doveroso tacere sulla celebrazione del rock and roll way of life che La Muerte ha sempre santificato. Basterà sapere che quella del chitarrista toscano è stata e continua ad essere una cavalcata nel wild side della vita che non potrà deludere in alcun modo coloro che si aspettano da un libro rock un “tributo” a certi canovacci esistenziali. Con la differenza però sostanziale di non creare mai una frattura tra eroe e lettore, ma di edificare un ponte empatico sul quale camminare insieme e dall’alto del quale, magari, riconoscere certi splendidi precipizi o respirare certa pulitissima aria buona. Ispirando la quale, forse, alcuni ricordi personali potranno cambiare sapore e diventare assai più dolci. Fosse anche per il sopraggiungere del rimpianto o dell’agnizione della propria innocenza perduta in un’Italia che troppo spesso ci è sembrata un po’ un ghetto senza avergli mai dato una vera possibilità. Per il lettore giovane e appassionato del genere, questa storia viscerale e priva di gonfiature da hype narrativo sarà l’occasione per scoprire che anche dietro casa, nel buco di culo della provincia più estrema, ci sono certe meravigliose strade serpentinate da percorrere a tutta birra, senza che il mondo dei talent e della musica usa e getta possa guastarne la magnificenza. Per il lettore più anziano e magari un po’ fiaccato dalle costrizioni dei tanti conti da far quadrare con lo scorrere del tempo, sarà un invito a prendere un bel respiro, chiudere gli occhi e guardarsi dentro. Non per scudisciarsi con la frusta spesso impietosa della memoria, ma per tornare a vivere anche solo un istante quei fantastici giorni “del vino e delle rose” (come direbbero i The Dream Syndacate) e sentirsi felici di esserci in qualche modo stati.
di Domenico Paris
giornaledellospettacolo.globalist.it, 15 dicembre 2020L’appello in rete: dare la “Legge Bacchelli” al rocker Dome la Muerte
È in corso una raccolta di firme per assegnare al musicista e dj il sostegno per artisti in difficoltà economiche. E un libro di Pablito el Drito racconta la sua vita, il punk e le controculture in Italia

Quando si parla di Dome la Muerte, gli appellativi di eroe, leggenda e icona del rock’n’roll in Italia si sprecano. E se si sprecano, un motivo c’è. Il primo è che il nome di Dome la Muerte è sconosciuto ai più. Perché l’anima più profonda del rock’n’roll, quella che è sperimentazione di forme di vita, che è vita assolutamente libera, senza vincoli né garanzie, è per sua natura ctonia, underground. Si svolge sottoterra, nei cunicoli della notte, nelle nicchie che sfuggono alla visibilità assoluta dello Spettacolo. L’anima più profonda del rock’n’roll non si fa catturare, e soprattutto non si mette in vendita. Si arrischia nell’indipendenza, e accetta il rischio fino in fondo.
Quegli appellativi di eroe e leggenda si sprecano perché Dome ha traversato i territori delle controculture e dell’underground italiano dagli anni settanta a oggi rimanendo fedele a se stesso. Dalla cultura hippie dei primi anni settanta alla rivolta del punk, di cui è stato uno dei personaggi simbolo, fino alla neopsichedelia, all’elettronica e alla cultura rave. Ci sarebbe da spendere anche una parola sull’appellativo di icona, perché la sua figura è inconfondibile, con i suoi lunghi capelli neri, i suoi vestiti di pelle nera, i tatuaggi, il fisico asciutto, la statura alta.
Un gruppo di persone che lo stimano per quanto abbiamo appena detto hanno organizzato una campagna di raccolta firme per chiedere l’applicazione dei benefici della legge Bacchelli, ovvero la concessione di un vitalizio per artisti in difficoltà economica. Dopo una vita libera, Dome ha pochi introiti (nessuno in fase di pandemia), e il vitalizio sarebbe una forma di riconoscenza per uno che, appunto, ha mantenuto una forma di verità esistenziale e artistica senza compromessi. Le firme stanno arrivando a pioggia, per vincere una battaglia che sarebbe storica, visto che mai un musicista rock ha potuto avere un vitalizio. Sarebbe importante anche al di là della figura del Dome, riconoscere la pari dignità degli artisti underground rispetto a quelli della cosiddetta “alta cultura”.
Chi voglia sapere di più sull’itinerario di Dome non ha che da leggere il libro con la storia della sua vita appena uscito per Agenzia X, Dalla parte del torto, nata dai racconti fatti su Skype durante il lockdown a Pablito el Drito, che ha steso la narrazione. Dalla parte del torto (pp. 240, euro 15) non è solo la storia della vita di Dome, ma anche un attraversamento delle controculture underground in Italia dagli anni settanta a oggi. Si inizia con la vita quotidiana di chi si sentiva attratto, in una provincia come Pisa, dall’onda lunga della rivoluzione hippie, dalle pratiche libertarie alla liberazione sessuale all’uso delle droghe, sulla scia dei grandi maestri della beat generation, da Burroughs a Ginsberg. E poi la musica: Dome comincia a suonare la chitarra elettrica, di cui sarà uno dei più importanti nel punk-rock italiano. Poi arriva il punk, e Dome, tra un viaggio londinese e l’altro, mette in piedi un gruppo che farà la storia del punk italiano: i Cheetah Chrome Motherfuckers, meglio conosciuti come CCM.
Ma Dome non è uno uno che si contenta, quando non sente più il thrill, il senso e il piacere nel fare una cosa, molla tutto e se ne va: così, abbandona i CCM prima del tour americano, e si unisce ai Not Moving, sperimentando ancora nuovi territori, in questo caso contaminazioni musicali che esondavano dall’hardcore punk ormai in via di codificazione. E i Not Moving segnano la storia musicale italiana degli anni ottanta. Molti dei musicisti rock dei decenni successivi gli devono moltissimo. Li conoscono negli Usa: Jello Biafra dei Dead Kennedys, per esempio, ha tutti i loro dischi. Aprono il concerto dei Clash al Vigorelli dei Milano, chiamati da Eddie King, grafico dei Clash, che disegna anche il logo dei Not Moving. I Not Moving, però, non faranno mai il “salto”: ancora una volta, per mantenere la propria libertà, per non vendere l’anima, rifiutano il contratto che gli era stato proposta da una major dell’industria musicale.
Parallelo a tutto questo, l’impegno di Dome nella causa dei nativi americani, sterminati dai bianchi e tuttora oppressi da una forma clamorosa di negazione storica. Poi arrivano gli anni novanta, Dome comincia la sua attività come dj, per anni al Baraonda di Massa, dove chi scrive era un habitué, e ha perso ettolitri di sudore ballando ai ritmi del Dome. In quegli anni Dome incontra la musica grunge prima, e poi, soprattutto, l’elettronica, la neopsichedelia, e comincia la sua attività di dj nel vasto mondo dei rave. E poi, la reunion dei Not Moving, con Tony Bacciocchi e Lilith.
Oltre a tutto questo, nel libro ci sono una quantità di storie e di aneddoti potenti, talvolta picareschi e divertentissimi, che meritano una lettura, per percepire la vibrazione di quel mondo che sfugge ai più. Di questo mondo Dome è l’icona che merita, senza dubbio, un riconoscimento adeguato.

Clicca qui per la petizione per la Legge Bacchelli a Dome la Muerte
di Marco Rovelli
tonyface.blogspot.com, 10 dicembre 2020Dome la Muerte / Pablito el Drito - Dalla parte del torto
«Io al domani non ho mai pensato, ho sempre vissuto in un eterno presente, con una tensione diretta alla realizzazione dei miei sogni e alla ricerca di un senso di giustizia, equilibrio e bellezza che ho sviluppato nella mia adolescenza turbolenta e ribelle.... posso dire di avere vissuto le cose fino in fondo, senza compromessi, rifuggendo la notorietà, e non ho nulla da rimpiangere, anche se ora ne pago le conseguenze... ogni iniziativa che va in direzione della sostenibilità e della giustizia sociale va sostenuta con anima e corpo per far si che questo mondo non sia un parco giochi per pochi ricchi sempre più ricchi, ma un luogo dove tutti quanti abbiano lo spazio per vivere con dignità, nel rispetto delle differenze, della libertà e dei desideri dei singoli.»
Basterebbero queste parole che chiudono l'appassionante autobiografia di Dome la Muerte per innamorarsi di questo libro. Una corsa ai 200 all'ora, senza freni, nella vita. Quella che vale la pena di vivere, costi quel che costi. Sono scelte difficili e definitive, da cui non si torna indietro.
Dome le ha fatte da metà degli anni 70, abbracciando l'etica ed estetica hippie, saltando nel punk e nell'hardcore, virando verso lo space hard rock, tornando al rock 'n' roll, senza dimenticare la techno, i rave, il djing estremo. In mezzo impegno politico, sociale, in prima linea, sempre, ovviamente, dalla parte del torto.
Non ci risparmia nulla: botte, droghe, sesso, disastri, cadute, risalite, aneddoti incredibili. Felice, orgoglioso, appagato, di aver condiviso (e di continuare a farlo) tante strade con Dome.
tonyface
Il Tirreno, 24 novembre 2020 Un libro che rende onore e gloria all’anima punk di Dome la Muerte
Un libro per rendere onore e gloria a Dome la Muerte, l’anima più punk che aggira nancora insonne per Pisa.
È uscito per le edizioni Agenzia X il volume dal titolo Dalla parte del torto, scritto dallo storico ed erudito delle controculture Pablito el Drito (Paolo Pistolesi).
“Il Tirreno” ha più volte incontrato Dome la Muerte nella sia casa-studio ed entrando si sbatte subito contro la sua leggenda di carne e di tante ossa con le su foto dileggianti Iggy Pop o in compagnia di Nico, musa di Andy Wharol e dei Velvet Underground.
Ma torniamo al libro che ripercorre con l’ausilio dello stesso Dome un profilo umano e musicale fatto di lotte che trattasse di sane scazzottate pre o post concerto oppure per le battaglie in difesa dei diritti dei nativi d’America. Dome (all’anagrafe Domenico Petrosino) è un leggendario chitarrista che appartiene a quel minuscolo commando di ribelli senza una vera causa. La narrazione è irriverente e corre sul filo del rasoio delle controculture, dalla radiosa stagione hippie alle nichiliste visioni del punk, dai distopici scenari del rave agli ultimi spartiti extrasensoriali del presente. Dome da sempre si è schierato sul fronte dei palchi infuocati e ha più volte afferrato il manico della sua chitarra colpendo in faccia chi voleva inquinare tutto con il business. Migliaia di concerti sudati fino alla disidratazione, estenuanti registrazioni in studio, sostanze psicoattive al limite della sopportazione umana, feste notturne concluse dall’arrivo della polizia, risse, arresti e deliri comunitari, sesso libero, amori stratosferici e incontri cruciali con Allen Ginsberg, Joe Strummer e il poeta militante cheyenne Lance Henson. Pablito el Drito, grande fan e amico di Dome, si affianca a lui per un’opera letteraria che rispetti il selvatico flusso di coscienza e il linguaggio tagliente di Dome.
di Carlo Venturini

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