Blow Up, marzo 2026Ballare nella catastrofe di Dj Henry
Stefano Isidoro Bianchi
Rumore, marzo 2026Ballare nella catastrofe di Dj Henry
Non c’è una sola chiacchierata fugace o prolungata con Dj Henry che non mi abbia lasciato qualcosa: che fosse un quesito socioculturale; uno spunto musicale da approfondire; un pensiero sul calcio del passato. Perché Enrico Lazzeri (questo il vero nome e cognome) è un entusiasta di natura e uno dei massimi cultori delle sottoculture (perdonate il gioco dei parole). Per chi lo conosce un po’ di più oltre i piatti e i vinili, non c’è solo la musica: le sue passioni svariano dal calcio jugoslavo all’F.C. Chiasso, dall’architettura romanica alle grandi opere idrauliche italiane fino ai treni d’epoca. Ma questo libro è un racconto di esperienze di vita: dal nonno materno stalinista, alla mamma appassionata di reggae, un’amica di famiglia attivista del Black Panther Party, i giri nei negozi di dischi, il giornalismo musicale, i viaggi in macchina per l’Italia tra un dj set Britpop, una serata northern soul, un raduno modo o un festival. Tutto costellato di personaggio e incontri formativi. L’autobiografia di un dj non è solo le canzoni che mette o come capisce la pista; è importante, certo (e qui dentro si va dal garage rock svedese, al doom metal passando per Britpop, Paisley Underground, proto punk e psichedelia), ma è soprattutto capire l’intorno, il contesto e utilizzare la cultura in cui siamo immersi per elaborarla con spirito critico e diffonderla. A questo si aggiunge una “malsana” passione per la beat generation e la poesia: c’è addirittura una sezione specifica nel libro che a sua volta di suddivide in “Poesie metropolitane” e “Poesie filosofiche” con brani di accompagnamento. Se qualcuno vi chiedesse chi è Enrico Lazzeri, converreste con me che il termine “dj” è quanto meno riduttivo o, al contrario, ne vanno ridefiniti i confini. Senza Dj Henry forse non avremmo saputo superare piccole e grandi catastrofi perché, citandolo: !Milano è un catino dove le anime si urtano ma non si sfiorano”.
di Nicholas David Altea
freezonemagazine.com , 23 febbraio 2026 Dj Henry – Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall
Il libro di Enrico non è un memoir musicale, né un semplice saggio sulla cultura del djing, né una raccolta poetica travestita da manuale. È piuttosto un oggetto ibrido che tiene insieme teoria della selezione musicale, autobiografia politica e formazione subculturale, scrittura lirica urbana e riflessione quasi antropologica sul rituale della festa.
L’espressione “ballare nella catastrofe” non è uno slogan: è la tesi implicita che attraversa il volume. La catastrofe è storica (la fine delle grandi narrazioni ideologiche, l’erosione delle subculture, la precarizzazione), è urbana (Milano come luogo amato e distante), è esistenziale (la solitudine del dj, la perdita, l’eroina, la deriva), ma non viene affrontata frontalmente in chiave militante. Viene attraversata con il corpo, attraverso il ballo.
Il capitolo Il lavoro culturale del dj è il cuore teorico del libro. Henry compie un’operazione precisa: sottrae il dj alla retorica spettacolare e lo restituisce alla dimensione di mediatore culturale. Il nodo centrale è la distinzione tra groove (energia ritmica che innesca il movimento) e sound (appartenenza a una scena, a un’attitudine, a un sistema simbolico).
Qui emerge una consapevolezza sociologica non superficiale: il groove attiva il corpo, il sound attiva l’identità. Una dancehall funziona quando le due dimensioni si intrecciano e generano reciprocità tra consolle e pista.
Molto efficace è la sua riflessione sul vinile come limite formativo. La scelta materiale – cento, duecento dischi – diventa dispositivo etico. La chiavetta digitale, potenzialmente infinita, rischia di dissolvere la personalità in una disponibilità algoritmica. Il box di vinili, invece, è un’autobiografia portatile.
Henry insiste anche su un punto cruciale: il dj non “suona”, ma “mette i dischi”. È una distinzione ontologica che difende il lavoro dei musicisti e colloca il selecter come costruttore di percorsi, non autore di suono.
Interessante e non banale è la definizione di subcultura. Henry la distingue dalla controcultura antagonista: la subcultura lavora negli interstizi, deride, si infiltra, sfrutta il sistema senza dichiarargli guerra frontale.
È una posizione che richiama, implicitamente, la tradizione situazionista (il riferimento a Debord non è casuale) ma la riporta dentro una pratica concreta: la serata danzante. La festa diventa rituale arcaico, spazio di sospensione, atto collettivo di libertà temporanea. Qui il libro assume un tono quasi antropologico: la dancehall come medicina, come lenitivo, come rito tribale urbano.
La parte autobiografica è forse la più potente. L’infanzia nel Pci togliattiano, il nonno stalinista, il funerale sovietico, l’inno dell’Urss, la figura dell’attivista afroamericana legata al Black Panther Party: tutto questo non è folklore generazionale, ma matrice simbolica.
Il concetto chiave è quello di “deviazione”. Henry costruisce la propria identità attraverso la metafora del film noir Detour di Edgar G. Ulmer: la deviazione come destino, come imprevisto che cambia la traiettoria. Il passaggio al rock, al progressive italiano, al blues pre-war, alle subculture mod e heavy, non è una fuga dalla formazione politica, ma una sua torsione.
Molto forte la genealogia musicale che attraversa il libro: dal soul Motown al Northern Soul, dal Garage Punk all’heavy psychedelia, dai Black Sabbath ai Pentagram, dagli Stooges alla scena mod. L’elenco non è collezionismo: è mappa esistenziale.
Ma, nell’economia del libro, un ruolo davvero importante lo ricopre la parte dedicata alla poesia.
Le sezioni poetiche – metropolitane e filosofiche – consolidano il titolo. La scrittura è ruvida, volutamente non levigata, con echi bukowskiani ma filtrati attraverso un immaginario subculturale milanese. Ci sono versi che colpiscono in tutta la loro crudezza, come nella mia poesia preferita (insieme a Cercare un cuore a Milano):
Anche quando il vento tace
Anche quando il vento tace / nessun germoglio adorna la mia coscienza / instabile forse malata / ma figlia di questa misera progenie / che invano protende il passo dove il fiume è guadabile / per imprimere vestigia che durano / il tempo di una raffica di mitra.
Sappi che il tuo sguardo è l’ultimo baluardo di ciò che è / intellettivamente nitido / come le tue parole / che sono timbro / che sono te stessa perché tu le possiedi / mentre le mie non sono che risuono / di ferraglia arrugginita destinata / a perdersi nel buio dinamico dei secoli / perché sono solo suoni rumori / di un’ontologica malattia.
Questi versi mi suonano molto coerenti con la dimensione teorica del libro. Non c’è compiacimento nostalgico. C’è una tensione tra perdita e resistenza.
Insomma, Ballare nella catastrofe sostiene che la festa non è evasione, ma forma di resistenza dolce. Il dj non è intrattenitore ma cerimoniere. La subcultura non è nostalgia ma pratica viva. La tesi ultima sembra essere questa: quando le ideologie crollano e le strutture sociali si sfaldano, resta il corpo che danza. E quel corpo, collettivo, produce ancora senso. Ballare, allora, non è evasione. È un modo per restare dentro la frattura, senza negarla.
In ultima analisi, posso affermare che questo libro, piccolo ma compendioso, è un manuale di sopravvivenza urbana che deve essere letto, e perché no?! magari “spacciato nelle scuole” perché muove delle domande e orienta, in questo mondo soffocato dai disvalori, chi pensa di NON poter trovare nella musica, nel ballo e nella poesia una ragione di vita e Henry, nonostante i tumulti interiori e i temporali della vita, penso l’abbia trovata; il suo entusiasmo e la profondità dei concetti ivi espressi lo dimostrano.
Da ultimo mi corre l’obbligo di citare: Claudio Sorge che, nella prefazione, “scolpisce” magnificamente il profilo umano di Enrico, e Massimo Pirotta scontorna, con parole preziose, l’essere artista della consolle dell’autore. Dolce la dedica alla amata Mamma – La forza della canna di bambù – e a Maria Cecilia Peters – attivista del Black panther Party, definita la forza intellettuale.
Di Gianni Zuretti
www.coolmag.it, 13 febbraio 2026Ballare nella catastrofe firmato Dj Henry
Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall (Agenzia X, 150 pagine, € 15) è un libro a 360° che lo inquadra in qualità di Ministro della Consolle, ma soprattutto di quel Northern soul che lui stesso definisce «la mia più grande scimmia musicale», dando vita a una never ending story che dura da oltre 40 anni all’insegna del groove. Fra le pagine troverete anche attente analisi sui gruppi sconosciuti alla scena mainstream e sui generi musicali più disparati e contrastanti fra loro. Un impasto sonoro che delinea la personalità musicale dell’autore.
Anzitutto il nome. Dj Henry non ha alcuna attinenza col nome di battesimo, Enrico. Si fosse chiamato in altro modo, il nome di battaglia non sarebbe cambiato poiché è mutuato da Henry Rollins, frontman dei Black Flag e successivamente della Rollins Band, con il quale Enrico condivide l’amore per la musica e, tenetevi forte, per la poesia: in Ballare nella catastrofe troverete infatti numerose composizioni poetiche partorite dalla sua penna con i riferimenti musicali che le hanno ispirate. Direi che un dj poeta ci mancava, ora ce l’abbiamo ed è una fortuna dal momento che sono poesie di notevole spessore.
Punto di riferimento della scena Mod del Nord Italia, Dj Henry ci delizia con una lista di 11 brani da lui particolarmente amati; ed è nella descrizione di una di queste meravigliose composizioni, Thick As Thieves dei The Jam (1979) che analizza cosa significa aderire al culto modernista di un pezzo «che identifica lo spirito Mod, il suo modo di entrare furtivo e sottile nelle pieghe della società borghese e bigotta, mettendola in scacco con l’eleganza inedita capace di tagliare le convenzioni come una lama affilata». Un altro esame approfondito della cultura Mod, ci viene offerto analizzando la differenza fra la controcultura «che affronta la società a muso duro» e la subcultura (mod, per l’esattezza) «che entra negli interstizi deridendola, sovente sfruttandola, ed è questo il suo modo di apparire alternativa».
Da sempre Dj Henry non suona i dischi ma li mette: perché diffonde musica composta, prodotta e suonata da altri definendosi «un selezionatore, categoria di disc jockey che non produce musica ma l’assembla in un percorso sonoro, durante un evento o una performance».
Vivete di musica? Curate la vostra anima con le 7 note? Vi sentite rappresentati da un certo tipo di sound ? Nessun dubbio: Ballare nella catastrofe è il libro che fa per voi.
di Cosimo Calogiuri
tonyface.blogspot.com, 13 febbraio 2026 Dj Henry - Ballare nella catastrofe. La poetica delle dancehall
Definisce, con sicurezza e lucidità, un termine spesso abusato, quello del groove: “Il groove è sempre stata la parola chiave per un divulgatore di musica delle serate danzanti. Tecnicamente si potrebbe definire come una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa”.
Puntualizza l’approccio a un mondo non facile da capire e in cui è difficile entrare appieno: “Un box che contiene vinile è la storia irripetibile e non clonabile nella formazione musicale di una persona che decide di fare il dj, perché appunto è un limite che stabilisce sempre la personalità, quindi il connotato unico di un individuo che sta divulgando arte.
Ecco perché chiamare un dj con il vinile, ristretto nei suoi piccoli contenitori, significa ascoltarlo nel suo percorso con quei dischi specifici e non con altri a richiesta da parte del pubblico.
Precisa particolari spesso dibattuti: “Soprattutto per rispetto dei musicisti che suonano e si applicano su un vero strumento, noi dj di musica già pubblicata, che sia vintage o meno, non possiamo usare il verbo suonare, semmai la locuzione ‘mettere i dischi’ perché stiamo solo diffondendo musica composta, prodotta e suonata da altri e immortalata tra i solchi di un disco.”
Noi siamo dunque dei selezionatori, dei selecter, una categoria di disc jockey che non produce musica ma che l’assembla in percorso sonoro durante un evento o una performance. Un selecter quindi viene valutato per i dischi che possiede, che scopre, che ricerca e per come li concatena a seconda delle circostanze.
In poche parole chiarisce un altro aspetto intorno a cui ci si è da sempre avviluppati: “L’underground non è una cittadella di purezza, come del resto il mainstream non è sempre un contenitore di spazzatura. Queste categorie sono figlie del pregiudizio.”
Una testimonianza dalla "prima linea", vera e sincera, netta e diretta. Attraverso la sua esperienza, i brani preferiti, una vita spesa al servizio della musica e dell'attitudine amata, che è stata la spina dorsale dell'esistenza vissuta. Chiude il libro una lunga serie di poesie, crude, Bukowskyane, dalla strada, non di rado disturbanti.
Prefazione di Claudio Sorge, postfazione di Massimo Pirotta.
tonyface
Zona Nove, febbraio 2026«Ballare nella catastrofe»: musica e poesia nel libro di Dj Henry
Henry, ogni settimana hai sempre 3-4 serate impegnate. Hai mai suonato in locali della nostra zona?
Tra le mie prime esperienze ho mixato vinili allo Sporting Pub di viale Suzzani, proprio sotto casa mia. Adesso mi capita di suonare qualche volta al Maga Furla di via Cozzi o al Pan Cafè di via Pirelli. Mi piacerebbe suonare una volta alla Casa di Alex, ex Ancòra, nel cuore della mia Pratocentenaro. Come considerazione generale posso però dire che la nostra zona è abbastanza scarsa di locali che fanno musica.
Ballare nella catastrofe, perché questo titolo?
Mi riferisco alla situazione post covid di guerre e violenze che tutti abbiamo ben presente. Il “ballare” assume un aspetto di salvezza, l’ultima frontiera possibile in un mondo sull’orlo dell’abisso e nel quale le decisioni più importanti vengono prese da poche persone.
Il tuo libro è diviso in due parti: una raccoglie le tue esperienze alla console mentre l’altra mostra il tuto lato poetico.
In realtà il volume nasce solo come raccolta di poesie costruita in numerosi reading negli anni ’80-’90. Dopo quel periodo l’ispirazione poetica è andata calando anche causa dei numerosi impegni, la musica era diventata nel frattempo definitivamente la mia professione. Nel 2025 ho pensato di dare un ordine al lavoro di quegli anni. Marco Philopat (fondatore di Agenzia X e nome storico del punk milanese n.d.r.) mi ha suggerito di aggiungere ai testi poetici una sezione riguardo la mia attività di dj e la mia gioventù, anche per far capire come si fosse arrivati a elaborare questo mio stile poetico. Fondamentalmente, nel volume, è anche la biografia che permette di comprendere l’ambiente culturale in cui mi sono mosso in anni per me formativi.
Henry, abbiamo assistito a gruppi di persone letteralmente scatenate sulla pista durante alcune tue serate. Ci spieghi qual è il tuo segreto?
Le mie parole d’ordine sono groove e sound. Il groove è una scansione ritmica ripetuta, una good vibration, un flusso che trasporta l’ascoltatore in una dimensione di benessere, come tuffarsi in un fiume di acqua fresca e cristallina in una giornata afosa. Non a caso quando si balla si suda e ci si ritrova bagnati fradici. Il sound invece è un suono appartenente a un genere musicale specifico capace di creare una scena controculturale come è successo per esempio con il northern soul. Il sound produce le condizioni ideali per comprendere le proprie attitudini quando si scende in pista, condividendole in momenti magici che possono cambiare per sempre la nostra percezione dl mondo.
Il libro sarà presentato il prossimo 24 febbraio al Maga Furla di via Cozzi, ore 19,00.
Lorenzo Meyer
Il Giorno , 27 gennaio 2026 Dj Henry, una vita dietro i giradischi: «La Milano delle feste è ancora vivace, ma non c’è ricambio generazionale»
Milano, 27 gennaio 2026 – Se negli ultimi 30 anni avete girato un po’ la Milano delle “feste”, più inclusiva e meno fighetta della Milano del clubbing, difficilmente il nome di Dj Henry vi è nuovo. Selezionatore di 45 giri sempre in viaggio fra i generi, un passato da giornalista e talent scout, soprattutto profondo conoscitore della musica e suo divulgatore entusiasta, Enrico Lazzeri - questo il nome sulla carta d’identità (il soprannome che si è scelto viene da Henry Rollins, storico cantante di Black Flag e Rollins Band) - ha racchiuso in un libro uscito per i tipi di Agenzia X la sua esperienza dietro i giradischi. Non solo. In “Ballare nella catastrofe” ci apre la porta sulla sua formazione da innamorato della musica e delle culture underground e ci svela la sua attività di poeta degli interstizi e delle piccole (grandi) cose di gusto irriverente.
Perché un libro e perché proprio a questo punto della tua carriera?
Il volume nasce, in realtà, come repertorio orale di poesie, costruito nel corso di numerosi reading organizzati fra gli anni ‘80 e ‘90. Successivamente, dato lo sfarinamento del collettivo con cui lavoravo per questi eventi e l’affermarsi della musica come mia professione a ritmi serratissimi, l’ispirazione poetica è andata calando. Nel 2025 ho pensato di dare una veste definitiva agli sforzi profusi in quegli anni. Marco Philopat (fondatore di Agenzia X e nome storico del punk milanese, ndr) mi ha suggerito di aggiungere ai testi poetici una sezione riguardo la mia attività di dj e la mia gioventù, anche per far capire come si fosse arrivati a elaborare questo mio stile poetico. Fondamentale, nel volume, è anche la biografia che permette di comprendere l’ambiente culturale in cui mi sono mosso in anni per me formativi.
Perché hai scelto di fare il dj e non il musicista o altre professioni più “sicure” e remunerative in questo campo?
Quando ero ragazzo mi divertivo moltissimo a compilare cassette che, in nuce, erano già ipotetiche scalette di un dj. Ho sempre sentito naturale questa attitudine ad assemblare pezzi che potessero essere coerenti fra loro. Così come mi è sempre parsa una forzatura, per quanto mi riguarda, la scelta di impugnare uno strumento musicale, che deve quasi diventare un arto o comunque un suo prolungamento. Poi ho iniziato a fare radio, in primis nell’allora Radio Lombardia che aveva la sede sotto il cinema Splendor in viale Gran Sasso, sviluppando ulteriormente la mia attitudine a creare cut-up musicali (taglia e cuci di pezzi che, assemblati insieme, si presentano come una nuova composizione, ndr).
Quale locale e quale situazione ricordi con maggior piacere nella tua esperienza di dj?
I locali in cui mi sono sentito a casa sono parecchi. Di sicuro il Container in zona via Feltre, primo banco di prova davanti a un pubblico competente e folto. Poi il Bloom di Mezzago, pionieristico spazio di connessione con il territorio e realtà solidali di accoglienza e socialità. Infine il Bitte e il Biko, ritrovi che hanno ospitato Shanty Town, la serata da me organizzata a base di musica black (giamaicana e soul, ndr), consolidata a tal punto da uscire da Milano.
Dal tuo osservatorio com'è cambiata la Milano delle "feste", come le chiami tu nel libro, da quando hai iniziato?
Allora il mondo del divertimento giovanile era più legato alle sottoculture. Era sicuramente più definito, ma spesso ci si trovava di fronte a scene rigidamente compartimentate. Impensabile che ci fossero ‘scambi’ fra i vari culti giovanili o che persone ‘regolari’ potessero sentirsi incuriositi da certi eventi. Oggi non c’è più quel purismo, anche ingenuamente adolescenziale, e la coperta è diventata corta sul fronte del ricambio generazionale, con un aumento dell’età media fra chi partecipa a serate come quelle in cui mi trovo a mettere i dischi.
Per quale motivo?
In parte per il boom, qualche anno fa, dell’elettronica. E poi per l’affermarsi della trap, che ha portato i giovani a godere della musica in solitaria o in contesti di micro gang di quartiere, piuttosto che in club o locali.
Puoi darmi un giudizio sul giro di vite seguito alla tragedia di Crans Montana, visto anche che la tua attività potrebbe subire contraccolpi?
Sono un pochino preoccupato, anche perché in Italia esiste già un sistema di controlli e normative assolutamente e legittimamente rigido. Spero che questo rinnovato rigore rappresenti un incentivo per i locali pubblici a migliorare cura e condotta ma non si palesi come un impulso repressivo. In altri termini, non vorrei che fosse utilizzato strumentalmente dall’apparato politico. La musica è un modo di pensare libero e, nel corso dei decenni, si è visto come alle istituzioni e al potere convenga in qualche modo soffocarne l’energia.
Nel libro sono presenti numerose tue poesie, una “parte nascosta” della tua indole a chi ti segue come dj. Come spieghi la contraddizione fra i temi e il linguaggio crudo delle tue liriche e la tua personalità che appare, invece, mite e gioviale?
Nelle mie poesie riconosco un’ispirazione visionaria e onirica, da attribuire all’influenza di Dylan Thomas e della linea gallese. E poi questo aspetto crudo e irriverente che mi viene non da letture della beat generation, come pensano in molti, ma dalla mia passione per il blues pre-elettrificazione e il suo modo di scrivere del tutto afroamericano, improntato anche dall’utilizzo del “double talking”, ovvero le acrobazie verbali utilizzate per dire una cosa affermandone un’altra.
Domanda conclusiva d’obbligo (e risposta senza pensarci troppo): i tuoi tre lp preferiti e i tuoi tre pezzi preferiti da mettere in un dj-set.
Per gli lp cito Younger than yesterday dei Byrds, Setting sons dei Jam e Revolver dei Beatles. I brani che inserisco più volentieri in un dj set, dovendo limitare la mia scelta a tre, sono Jeanette di Wade Flemons, Somebody’s always trying di Ted Taylor e Seven days too long di Chuck Wood.
Il libro e le presentazioni Ballare nella catastrofe uscirà per i tipi di Agenzia X nelle librerie venerdì 13 febbraio. Sono stati organizzati alcuni incontri per la sua presentazione, queste le prime date: giovedì 5 febbraio nella trasmissione Linea Rock Radio Lombardia (conduttore Mox Cristadoro) dalle 20 alle 22; mercoledì 11 febbraio al The Rabbit di Milano, ore 19 (moderatore Massimo Pirotta - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri); sabato 21 febbraio a Backdoor dischi di Torino, ore 12, moderatore Maurizio Blatto (Rumore); domenica 22 febbraio al Bloom di Mezzago ore 18 (moderatore Massimo Pirotta - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri), martedì 24 febbraio al Maga Furla di Milano, ore 19 (moderatore Marco Philopat Agenzia X - letture Stefano Tessadri - chitarra acustica Vittorio Tessadri), mercoledì 4 marzo alla Feltrinelli di corso Genova a Milano, ore 18.30.
Enrico Camanzi