Global Project, 23 aprile 2026 Nel saggio di Kenobit, dati, infrastrutture e alternative concrete per riprendersi lo spazio digitale
In realtà Internet non è sempre stato caratterizzato da queste logiche: è solo l’ultimo dei mondi che il capitalismo ha conquistato.
L’origine di internet era un’altra: uno spazio condiviso dove il sapere, le idee e le persone potessero circolare liberamente.
Uno spazio per scambi fondati non sul profitto ma su dinamiche umane di condivisione, non con utenti ma con contatti umani. “Internet è nato libero e dobbiamo riprendercelo”.
Tenere a mente tutto questo è fondamentale per visualizzare l’alternativa: se non vogliamo continuare a usare internet in questo modo, è possibile in maniera concreta renderlo uno spazio migliore, orizzontale e collaborativo. Questo è il tema al centro dell’ultimo libro di Kenobit, Assalto alle piattaforme (Agenzia X, 2025), che vede la luce grazie a ragionamenti di diversi anni all’interno del Fediverso e con la sperimentazione di piattaforme diverse da quelle mainstream. Da una parte, esistono le piattaforme e tutta l’impalcatura di internet che segretamente sorveglia e sfrutta a fini commerciali tutti i comportamenti degli utenti. Dall’altra ci sono alternative sviluppate con e per la collettività, che si ispirano a logiche non di competizione ma di cooperazione. Queste ultime, oltre a garantire libertà, hanno un altro pregio: non ci spingono sempre più dentro il metaverso ma fuori, ad agire nella vita reale. Decidere se vogliamo un internet di ponti o di muri è una scelta politica, e di questi tempi problematizzare le piattaforme è un tema urgente e necessario.
Oltre alla questione dell’uso opaco dei dati degli utenti – raccolti e sfruttati a fini commerciali - oggi è evidente che le piattaforme presentano problemi etici molto più grossi, situati in ogni ambito della vita. A partire dagli sprechi d’acqua e di energia per alimentare i data center con cui funzionano (in Italia tutto ciò è legato anche al consumo di suolo), al binarismo patriarcale intrinseco negli algoritmi insieme ai bias razzisti, fino agli investimenti nemmeno troppo nascosti nell’industria bellica. Per tutte queste ragioni, valutare come liberarsi da questo dominio è fondamentale come azione individuale ma soprattutto collettiva. Il libro di Kenobit, in questo senso, ci fa comprendere in maniera pratica oltre che teorica quali piattaforme integrare nella vita quotidiana (individuale e collettiva). Se usare le piattaforme può essere una delle contraddizioni che abitiamo, “assaltare le piattaforme” é l’azione più potente. Né facile né immediata, ma liberatoria in ogni senso. “Per iniziare a fare i primi passi non è necessario saper costruire un server o capire come comunicano le macchine”, sottolinea Kenobit, anche se questa tecnica fa parte dei saperi di cui riappropriarsi per farne bene collettivo.
Come vogliamo usare internet?
Se nel mondo reale è importante portare i propri corpi per occupare lo spazio negato, la stessa cosa vale negli ambienti digitali: quello digitale è uno spazio da riprendersi, tanto quanto quello fisico. L’alternativa è riprodurre anche nel digitale spazi di pochi e per pochi, dove è la massa con i suoi spostamenti e le sue interazioni a far sopravvivere e arricchire i vertici. Non è questo l’unico modo in cui possiamo immaginare questo spazio, ma per pensare l’alternativa è necessario “preparare l’assalto”. Il linguaggio non è scelto a caso, perché non si tratta di un’operazione breve. Bisogna studiare, capire e poi cambiare le reti. A partire dagli strumenti che già abbiamo: per costruire una casa diversa, comune, più accogliente e libera.
Le piattaforme: dati rubati e rivenduti o “da utenti a schiavi”
Internet è uno spazio ampio, che va molto al di là di quello che conosciamo, ma per lo scopo di questo articolo ci concentreremo su un segmento preciso: le piattaforme commerciali a scopo sociale e le app di servizi. (streaming musicale, dirette video, condivisione di fotografie e testi, ecc…) . Tutte in mano a poche aziende miliardarie che a livello globale controllano tecnologie, proprietà, usi civili e militari, conoscenze e infrastrutture.
Per come sono pensate, la maggior parte di esse funziona come un’azienda che offre servizi in cambio di qualcosa di infinitamente più prezioso: i dati degli utenti.
Questa equazione non è immediatamente evidente, soprattutto perché i termini in cui viene presentata all’utente mettono in luce solo gli aspetti vantaggiosi: condivisione immediata, raggiungimento istantaneo di migliaia di contatti, infinite possibilità di socializzare ed espandere le proprie conoscenze, “tutto a portata di mano”... In realtà, ogni passo che facciamo all’interno di queste piattaforme è sorvegliato, monitorato, schedato e monetizzato. Ma il guadagno, chiaramente, non va a chi compie le azioni o possiede i dati: spetta di diritto a chi possiede il “terreno” su cui le azioni si compiono. E viene usato per definire come, quanto e cosa si consuma, come si pensa e di cosa si parla. Per questo le piattaforme hanno interesse a trattenere gli utenti il più possibile nel loro recinto, una gabbia d’oro. Le parole chiave sono: recinto, algoritmo, monopolio, brevetto, proprietà, gerarchia.
Le alternative: il Fediverso
In contrapposizione a questo, esistono diverse alternative, pensate da chi vuole liberarsi dal ricatto. In questi spazi, le parole chiave sono decentralizzazione, software liberi, protezione, cooperazione, controllo e libertà.
Una delle più famose, anche perché fra le prime, è Mastodon. Nata nel 2016 come progetto open source di Euger Rochko. “era insoddisfatto con la direzione che stava prendendo Twitter e sentiva che le comunicazioni globali erano troppo importanti per la società moderna per appartenere a una singola azienda”, racconta Andy dell’ufficio stampa di Mastodon. “Per questo ha costruito un prodotto di microblogging user-friendly senza un’autorità centrale ma comunque pratico per l’uso quotidiano”. Oggi, Mastodon è un social network decentralizzato con milioni di utenti in tutto il mondo, che accedono da migliaia di server indipendenti. I valori della piattaforma, spiega Andy, sono “la creazione di comunità basate su interessi condivisi, valori e obiettivi”, la connessione autentica, il controllo dell’utente, la privacy e la libertà d’espressione. Nel tempo si sono sviluppate molte istanze di Mastdon (al momento ne esistono circa 15 mila, ma possono essere create in qualunque momento).
Tutte fanno parte del Fediverso, una federazione di server interconnessi che comunicano attraverso protocolli aperti, permettendo agli utenti di interagire attraverso piattaforme diverse. In altre parole: funziona come le connessioni tra indirizzi mail con dominio diverso. Tutte queste possono parlare fra loro senza la necessità di dover creare un account per ogni piattaforma.
L’elemento della federazione è centrale: non si tratta di un sistema unico, verticale e unidecisionale, ma di un complesso di entità tutte con stessi “poteri” e potenzialità, che interasgisco non allo stesso modo.
Questo vale anche con le modalità di interazione fra membri: per cercare di tenere lo spazio orizzontale e accessibile a tutti, molte istanze si dotano di regolamenti che non permettono determinati atteggiamenti (perlopiù razzisti, omotransfobici, misogini) con la facoltà di espellere i membri che non si attengono a questi approcci. “I server hanno le proprie regole e linee guida, e possono scegliere di bloccare o filtrare i contenuti che violano le proprie regole”, spiega Andy. “Le persone possono anche riportare comportamenti e contenuti che considerano inappropriati, e i moderatori possono agire di conseguenza”.
La principale differenza, spiega Kenobit, riguarda l’assenza di algoritmo, che “evita di alimentare il circuito della Fomo” (Fear of Missing out, paura di perdersi qualcosa). Nel Fediverso i contenuti sono distribuiti in timeline cronologiche, basate quindi sull’ordine di pubblicazione e non sull’algoritmo. “Questo mi assicura, a prescindere da quando aprirò la pagina, che troverò sempre tutti i contenuti che ho perso, senza la paura di averne mancato qualcuno e la derivante urgenza di controllare sempre più spesso le app”, scrive Kenobit. Anche l’assenza di pubblicità è un fattore chiave: non c’è furto di attenzione, né di tempo, e non c’è un fine commerciale. Nessuno vende niente a nessuno. Una piattaforma commerciale, invece, ha alle spalle aziende che devono fare sempre più profitto. “L’unica risorsa che ha è l’utenza e quindi deve estrarre valore dall’utenza, che sei tu”. Citando un passo tratto da Assalto alle piattaforme: «La natura non commerciale elimina la competizione, permettendo di allearsi e cooperare in maniera ‘genuinamente social’, incoraggia la libera circolazione delle idee e delle opere restituisce “un internet libero ed emozionante”».
Un’altra differenza è che “le alternative ti permettono di esplorare la complessità dei loro ingranaggi, mentre la domanda ‘come funziona?’ su Meta non te la puoi fare”, spiega Kenobit. “Meta non è più semplice perché non ti devi fare questa domanda, Meta è più chiuso perché non ti permette di fare questa domanda e quindi ti permette solo di utilizzarlo da utente passiva invece che da utente attiva”.
A proposito di Mastodon – ma questo è facilmente applicabile a tutte le varie piattaforme del Fediverso – i dati non vengono usati a scopo pubblicitario ma sono raccolte solo le informazioni necessarie a far funzionare il server, e la struttura decentralizzata permette di controllare meglio i dati. Il feed è organizzato in base alle scelte dell’utente, senza l’influenza “manipolativa” dell’algoritmo. “Ognuno può costruire i propri strumenti per organizzare i contenuti usando l’interfaccia di programmazione”, spiega Andy.
Internet libero e sovranità digitale
I dati presenti nel mercato cloud europeo sono gestiti da infrastrutture statunitensi e soggette a leggi Usa: per regolare questi aspetti, l’Unione europea è parzialmente intervenuta con una serie di strumenti che dovrebbero regolare le modalità di funzionamento delle piattaforme e, in parte, il loro potere. Si tratta di risposte insufficienti per diverse ragioni: ad esempio, sono proposte sviluppate dall’alto e non come iniziative dal basso, e non risolvono la questione del profitto commerciale tratto dalle piattaforme. A questo proposito, una delle iniziative emerse di recente è quella di European Alternatives che propone di organizzare gli spazi digitali dal basso e in maniera collettiva, esigendo più voce in capitolo di quella offerta da Bruxelles. Una delle rivendicazioni del collettivo transnazionale è legata alla democrazia che - come si legge nella loro pagina web - “non deve fermarsi ai confini digitali”. Secondo il collettivo, le infrastrutture digitali devono essere pubbliche e gestite in maniera orizzontale, mettendo al centro la voce dei cittadini e non delle aziende multinazionali. L’altro aspetto è quello dell’istruzione e formazione: i saperi tecnologici - ormai così centrali nel nostro mondo - non possono essere appannaggio di alcuni ma devono essere accessibili a tutt*.
Le alternative: guida pratica
Nel concreto, per iniziare a sganciarsi ad una ad una di queste catene, che alternative abbiamo? Oltre a limitare l’uso dello smartphone per chi ce l’ha, per continuare a condividere arte, saperi, conoscenze e amicizie, sono tantissime le opportunità presenti nel Fediverso. E la cosa positiva è che posso esserne create sempre di nuove. Oltre al già citato Mastodon, che rappresenta una sorta di bacheca di condivisione simile a X (Twitter) e Facebook, per sostituire Instagram le più usate sono Pixelfeld e Upscrolled. Per i motori di ricerca, Ecosia e Vivaldi. Quest’ultimo è dichiaratamente sviluppato per sfidare le grandi piattaforme tecnologiche, e come recita la sua pagina, “lotta per un web migliore di quello attuale”. Per il drive e per la mail, l’alternativa è Proton e invece di usare Twitch, per le dirette, il Fediverso dispone di Owncast. Per ascoltare musica e contenuti audio, Funkwhale, presente anche sulla piattaforma video Peertube.
Per le chat di messaggistica, Signal rimane una buona opzione grazie al suo software oper source, pur essendo di una sola proprietà. Citando Kenobit, per avere la “libertà di farci i cazzi nostri” il sistema di messaggistica collaborativo più efficace (da installare) è XMTP. Utilizzare questi strumenti, e sforzarsi di imparare a farlo, nel pratico ci offre delle alternative con cui fare le stesse cose ma sotto dei principi diversi. Dal punto di vista teorico dimostra che il “male necessario” delle piattaforme, non lo è affatto.
di Miriam Viscusi
Linkiesta Etc, aprile 2026 Il grido di Kenobit: game boy e libertà!
A inizio febbraio, Ubisoft, multinazionale francese che si occupa di sviluppare e distribuire videogiochi, ha comunicato ai dipendenti la fine dello smart working, obbligando lavoratrici e lavoratori a tornare in presenza 5 giorni a settimana. In risposta, i dipendenti di Ubisoft Milano hanno indetto uno sciopero: il primo giorno di manifestazione circa settanta persone si sono riunite in presidio davanti alla sede di Assago. Secondo la Fiom Cgil l’adesione ha raggiunto il 90%. Al presidio ha partecipato anche l’attivista e musicista Kenobit con un dj set techno, in solidarietà con le istanze degli scioperanti. Il contributo dell’artista è stato «un modo per innovare con creatività i linguaggi della protesta», ha spiegato a VD News Andrea Rosafalco, che ha seguito la vertenza per Fiom Cgil. Per Fabio Bortolotti – in arte Kenobit – la musica è uno strumento di liberazione: attinge dalla tradizione della musica techno nata dalle rovine industriali di Detroit, ma è anche uno strumento di sperimentazione di alternative e di resistenza digitale alle piattaforme. I suoi pezzi, infatti, non si trovano né su Spotify, su Amazon Music, su YouTube Music, né su Facebook o Instagram. «Per chi ha un progetto da promuovere, sia esso artistico, sociale o hobbistico, il content rappresenta anche gabbia che vincola la libertà creativa e quella personale», spiega. E aggiunge: «L’obiettivo della piattaforma è trattenere il pubblico per il maggior tempo possibile. E per farlo deve dargli esattamente ciò che vuole», scrive nel suo ultimo libro Assalto alle piattaforme, pubblicato da Agenzia X. Il volume analizza come le Big Tech abbiano colonizzato il tempo libero, monetizzando socialità e intrattenimento. «Il rapporto tra un artista e le piattaforme è presentato come una necessità, perché la gente è tutta lì: se non sei lì, non esisti», racconta Kenobit a Linkiesta Etc. E prosegue: «Si tratterebbe di un’occasione, si dice, perché per la prima volta nella storia hai la possibilità la possibilità di raggiungere mezzo mondo. Ma sono due menzogne, perché l’artista si trova costretto a compiere lavoro gratuito: produrre content conforme agli standard e alle richieste della piattaforma, farlo a ritmi costanti, che limitano le sue potenzialità di artista. La costanza limita la portata delle tue opere», oltre a creare una dipendenza dalle piattaforme. A gennaio, negli Stati Uniti, è cominciato il primo processo contro le società proprietarie dei principali social network, tra cui TikTok, YouTube e Meta. L’accusa ritiene che i dirigenti di tali aziende fossero coscienti dei rischi legati all’uso dei social network – capaci di creare dipendenza e comportando disturbia di ansia, depressione e autolesionismo – e di non aver fatto nulla per limitare i rischi, monetizzando di fatto sul malessere degli utenti. L’attivista racconta la sua storia, spiega di aver iniziato a pubblicare post, fotografando momenti privati, cene, viaggi, feste, per ottenere qualche secondo di attenzione. «Nel mio ingenuo “tecnottimismo”, mi sembrava una nuova normalità. Il mondo funzionava così e io ero troppo impegnato a inseguire un’idea distorta di successo per metterlo in dubbio». Così, facciamo di tutto per ottenere quella che Kenobit definisce “una piccola fama di cartapesta”, anche a costo di svendere la nostra immaginazione, e rendere la vita una continua performance. Oggi, nella vita quotidiana è tornato all’autogestione e all’underground, e utilizza perlopiù piattaforme autonome. Racconta del “fediverso”, un ecosistema di piattaforme interconnesse basato sul protocollo aperto ActivityPub, che permette di interagire tra server indipendenti senza creare account diversi per ogni piattaforma: una rete Internet senza pubblicità, censura, furti di dati e sorveglianza. L’obiettivo è ridurre ciò che regaliamo a chi non lo merita, una rivoluzione digitale che parte da un imperativo: «riprendiamoci tutto!».
Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, suona il game boy in giro per il mondo. Si occupa di mutuo aiuto, software libero, “fediverso”, una rete di social indi- pendenti collegati tra loro, e resistenza digitale. Dal 2009 suona un game boy del 1989. La sua musica può essere definita come chiptune, musica a 8 bit o micromusic. Ha un canale su Twitch, Kenobisboch, dedicato al retrogaming e alla cultura del videogioco.
di Emma Besseghini
www.ondarossa.info, febbraio 2026 Intervista a Kenobit, Assalto alle piattaforme
Con Kenobit per imparare come e perché sperimentare il fediverso; nuove evidenze della tossicità dei social media commerciali; il ransomware alla Sapienza e il blocco dei siti delle olimpiadi sono davvero entrambi frutto di un attacco russo?
Iniziamo la puntata con l’intervista a Kenobit che non siamo riusciti a fare la settimana scorsa: parliamo del suo libro Assalto alle piattaforme e facciamo una panoramica del fediverso. I social media danno dipendenza “by design”: è quello che mostrano sia dei documenti pubblicati da Tech Oversight , basati su inchieste giudiziarie negli Usa; sia il recente pronunciamento della commissione europea su Tiktok, che viene considerato non conforme al Digital Service Act perché i meccanismi che sono alla base (e che stanno alla base di tutti i social) creano dipendenza. Gli hacker filorussi sono intorno a noi? Commentiamo le recenti notizie del ransomware che ha bloccato i servizi dell'Università Sapienza di Roma, insieme a quelle degli altri attacchi che riguardano siti internet connessi alle olimpiadi invernali, cercando di confrontare gli articoli usciti sui giornali con le evidenze a nostra disposizione.
Qui l'intervista
www.usthemyours.com, febbraio 2026 Kenobit, Assalto alle piattaforme
Sono molti i libri che parlano della colonizzazione di internet da parte di compagnie private e della sua trasformazione, nell’esperienza ora più comune di accesso – tramite smartphone e piattaforme – in una sorta di tv “personalizzata sui dati utente” sempre meno bidirezionale e sempre più imbottita di mortifera pubblicità mirata. Ma non sono tanti quelli che offrono una via d’uscita da questa situazione. La caratteristica del libro appena pubblicato da Kenobit è quella di proporre al lettore non solo un accurato racconto della faticosissima vita del content creator a caccia di like o di cuoricini su piattaforme eterodirette da colossi dell’infotainment, ma anche di un metodo di detox e di cura per chi, rimasto ingarbugliato nei meccanismi prestazionali delle piattaforme, abbia voglia di cambiare marcia o addirittura gioco. Il testo appena pubblicato da Agenzia X propone diversi percorsi di rinascita mirati all’emancipazione dalle piattaforme dei techbros, i multimiliardari amici di Trump, e il passaggio graduale a strumenti liberi e trasparenti, alla comunicazione orizzontale, autogestita, non drogata dal business né dal controllo censorio delle piattaforme. È un manuale agilissimo che unisce teoria e pratiche di liberazione. È accessibile a tutt* e si legge con grande piacere.
di Pablito el Drito
Rockerilla, febbraio 2026Assalto alle piattaforme di Kenobit
di Gianluca Servetti