Il Piccolo, 7 luglio 2026 Vivere su linee di confine, la Trieste di Sergio Bologna
Lo storico, esponente operaista e consulente nella logistica, classe 19S7, pubblica un memoir sulla sua giovinezza in città tra Ss e militari angloamericani E qui parla anche dell’incontro con la Chiesa e dei legami con Toni Negri e il Pci.
«A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». È un passaggio di Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste (Agenzia X 2026, 209 pp. 17 euro), il memoir in cui Sergio Fontegher Bologna, classe 1937, racconta l’inizio delle sue tante vite: prima dello storico, dell’accademico, dell’operaista, del consulente ed esperto di portualità e logistica globale, ci furono il bambino e il ragazzo.
Il libro sarà presentato domani alle 18 al Caffè San Marco, l’autore dialogherà con Marta Verginella e Patrick Karlsen.
Come mai ha scelto di scrivere questo volume?
«Ci si potrebbe chiedere perché lo pubblico adesso, dopo averlo tenuto nel cassetto per più di vent’anni. Siccome adesso si parla molto di guerra, ho pensato che potrebbe servire a fare una riflessione il ricordare cos’è veramente l’orrore di una guerra, soprattutto per bambini e ragazzi, per la popolazione civile».
La seconda guerra mondiale è uno snodo portante.
«Perché è stata un trauma. La coscienza che uno ha di sé può nascere anche da un trauma, per me la guerra sicuramente lo è stato».
Lo stile adottato nella narrazione è avvincente.
«Io non penso sia un’opera letteraria, è una testimonianza storica. Non ho mai voluto fare lo scrittore, sono uno storico, e nel libro se vogliamo ho cercato di spiegare anche perché ho scelto di studiare Storia. Volevo dare delle risposte alle domande che mi ero posto, appunto, quando presi coscienza in quella situazione pazzesca. Cosa significava che mio padre era fascista? Che mio zio era comunista? Non a caso poi ho studiato la storia della Germania nazista. Io le Ss le ho viste».
Il libro parla molto della sua famiglia, e lo fa attraverso la lente non scontata della classe.
«La classe era una parte importante di quel mondo, e sicuramente dice delle mie scelte politiche successive, sul perché io abbia fatto parte dei movimenti più radicali, in un certo momento anche estremisti, molto legati alla lotta di fabbrica. Questo derivava dalla sensibilità quasi innata alle differenze di classe, che avevo visto tra la mia famiglia piccolo borghese, quella di un impiegato anche ben pagato dei Cantieri riuniti, e la casa dov’era cresciuta mia madre, che ancora negli anni Sessanta non aveva servizi interni, ma condivideva una turca sul pianerottolo con altre tre famiglie».
Il racconto che Trieste fa di sé stessa è incentrato sulla figura del borghese. In un passaggio del libro lei rileva come la visione del mondo dei proletari triestini, a suo modo cosmopolita e mitteleuropea, sia sfuggita alle lettere.
«È vero. La letteratura triestina è quasi un genere letterario a parte, e ha trasmesso questa immagine della città multietnica, cosmopolita. Ma la città irredentista in realtà era intollerante. Multietnico era il rione di San Giacomo dove sono nato, lo erano i quartieri operai. In un certo senso il problema era rovesciato rispetto a come lo si presenta».
Il periodo del Gma è al cuore del libro.
«È stata una esperienza unica in Italia, eravamo amministrati dagli angloamericani e stavamo con la schiena poggiata, per così dire, alla cortina di ferro. Al confine come momento di congiunzione fra le civiltà latina, slava e germanica si aggiungeva un confine politico, che segnava la divisione del mondo in due parti».
Nel libro si legge una valutazione articolata dell’esperienza del comunismo jugoslavo.
«Bene o male i partigiani li ho visti arrivare a casa mia e non come amici, li ho visto venire a cercare mio padre. C’è però questa cosa che nel proletariato le ideologie valgono fino a un certo punto, e mia madre – che pure era nazionalista – ha avuto un rapporto di quasi familiarità con la minoranza slovena. La mia ipotesi è che sia stato questo a salvare la pelle a mio padre».
All’oratorio incontra il mondo cattolico.
«Nei confronti della Chiesa ho sempre mantenuto un grande rispetto, malgrado il mio marxismo. Anche oggi, visto quanto mi ha deluso la sinistra, tante volte vedo che la Chiesa fa cose più egregie. Contrariamente a molti compagni, che erano mangiapreti, io ho sempre avuto molto rispetto per gli uomini di Dio. Per figure come don Milani e don Gallo, insomma».
Anche la scuola è importante.
«Volevo sottolineare la solidità culturale di Trieste: avevamo un’ottima scuola. I nostri professori al Petrarca erano gente di classe, mi hanno dato molto. Sono partito per Milano a vent’anni avendo già una base culturale solidissima, capacità e flessibilità di ragionamento. Tanto che quando poi mi hanno buttato fuori dall’università ho potuto cambiare mestiere e fare il consulente. Di questo devo essere grato a Trieste».
Non trova che le chiavi di lettura dell’operaismo sembrino fatte apposta per scavare l’intrico unico tra questioni di classe e questioni nazionali che è la storia di Trieste?
«L’affinità c’è indubbiamente. Qui ci sono le radici del mio modo di pensare. L’operaismo non è stato tanto una ideologia quanto un sistema di pensiero, e per me ha contato come storico e non solo come militante. Anche perché ho militato in Potere operaio per un anno, anche lì sono stato un osservatore».
Come ricorda i rapporti con Mario Tronti e Toni Negri?
«Rapporti diversi. Toni Negri mi ha portato nel suo istituto, ad un certo punto all’università era il mio capo. Con lui ebbi dissidi molto forti che mi misero in imbarazzo, tant’è che cercai in ogni modo di andarmene. Quando lui fu messo in galera le cose sono cambiate e ci siamo riavvicinati. Quando io fui espulso dall’insegnamento andai all’estero e vissi assieme agli esuli italiani, molti di loro erano stati miei studenti. Con Tronti la cosa era diversa perché lui ad un certo punto rientrò nel Pci, non seguì la nostra storia. Negli ultimi anni della sua vita, poi, c’era stato un forte riavvicinamento: deluso da quanto successo nel partito, era tornato ai compagni di una volta. L’ultima volta che vidi Negri quasi mi commosse l’affetto che aveva nei miei confronti, e con Mario la stessa cosa. Questo lato umano ha avuto un peso nel nostro fare politica. Nel Pci se il partito espelleva tuo fratello tu non ci parlavi più. Per noi invece, al di là delle divergenze, il lato umano ha contato sempre molto».
«A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». È un passaggio di Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste (Agenzia X 2026, 209 pp. 17 euro), il memoir in cui Sergio Fontegher Bologna, classe 1937, racconta l’inizio delle sue tante vite: prima dello storico, dell’accademico, dell’operaista, del consulente ed esperto di portualità e logistica globale, ci furono il bambino e il ragazzo.
Il libro sarà presentato domani alle 18 al Caffè San Marco, l’autore dialogherà con Marta Verginella e Patrick Karlsen.
Come mai ha scelto di scrivere questo volume?
«Ci si potrebbe chiedere perché lo pubblico adesso, dopo averlo tenuto nel cassetto per più di vent’anni. Siccome adesso si parla molto di guerra, ho pensato che potrebbe servire a fare una riflessione il ricordare cos’è veramente l’orrore di una guerra, soprattutto per bambini e ragazzi, per la popolazione civile».
La seconda guerra mondiale è uno snodo portante.
«Perché è stata un trauma. La coscienza che uno ha di sé può nascere anche da un trauma, per me la guerra sicuramente lo è stato».
Lo stile adottato nella narrazione è avvincente.
«Io non penso sia un’opera letteraria, è una testimonianza storica. Non ho mai voluto fare lo scrittore, sono uno storico, e nel libro se vogliamo ho cercato di spiegare anche perché ho scelto di studiare Storia. Volevo dare delle risposte alle domande che mi ero posto, appunto, quando presi coscienza in quella situazione pazzesca. Cosa significava che mio padre era fascista? Che mio zio era comunista? Non a caso poi ho studiato la storia della Germania nazista. Io le Ss le ho viste».
Il libro parla molto della sua famiglia, e lo fa attraverso la lente non scontata della classe.
«La classe era una parte importante di quel mondo, e sicuramente dice delle mie scelte politiche successive, sul perché io abbia fatto parte dei movimenti più radicali, in un certo momento anche estremisti, molto legati alla lotta di fabbrica. Questo derivava dalla sensibilità quasi innata alle differenze di classe, che avevo visto tra la mia famiglia piccolo borghese, quella di un impiegato anche ben pagato dei Cantieri riuniti, e la casa dov’era cresciuta mia madre, che ancora negli anni Sessanta non aveva servizi interni, ma condivideva una turca sul pianerottolo con altre tre famiglie».
Il racconto che Trieste fa di sé stessa è incentrato sulla figura del borghese. In un passaggio del libro lei rileva come la visione del mondo dei proletari triestini, a suo modo cosmopolita e mitteleuropea, sia sfuggita alle lettere.
«È vero. La letteratura triestina è quasi un genere letterario a parte, e ha trasmesso questa immagine della città multietnica, cosmopolita. Ma la città irredentista in realtà era intollerante. Multietnico era il rione di San Giacomo dove sono nato, lo erano i quartieri operai. In un certo senso il problema era rovesciato rispetto a come lo si presenta».
Il periodo del Gma è al cuore del libro.
«È stata una esperienza unica in Italia, eravamo amministrati dagli angloamericani e stavamo con la schiena poggiata, per così dire, alla cortina di ferro. Al confine come momento di congiunzione fra le civiltà latina, slava e germanica si aggiungeva un confine politico, che segnava la divisione del mondo in due parti».
Nel libro si legge una valutazione articolata dell’esperienza del comunismo jugoslavo.
«Bene o male i partigiani li ho visti arrivare a casa mia e non come amici, li ho visto venire a cercare mio padre. C’è però questa cosa che nel proletariato le ideologie valgono fino a un certo punto, e mia madre – che pure era nazionalista – ha avuto un rapporto di quasi familiarità con la minoranza slovena. La mia ipotesi è che sia stato questo a salvare la pelle a mio padre».
All’oratorio incontra il mondo cattolico.
«Nei confronti della Chiesa ho sempre mantenuto un grande rispetto, malgrado il mio marxismo. Anche oggi, visto quanto mi ha deluso la sinistra, tante volte vedo che la Chiesa fa cose più egregie. Contrariamente a molti compagni, che erano mangiapreti, io ho sempre avuto molto rispetto per gli uomini di Dio. Per figure come don Milani e don Gallo, insomma».
Anche la scuola è importante.
«Volevo sottolineare la solidità culturale di Trieste: avevamo un’ottima scuola. I nostri professori al Petrarca erano gente di classe, mi hanno dato molto. Sono partito per Milano a vent’anni avendo già una base culturale solidissima, capacità e flessibilità di ragionamento. Tanto che quando poi mi hanno buttato fuori dall’università ho potuto cambiare mestiere e fare il consulente. Di questo devo essere grato a Trieste».
Non trova che le chiavi di lettura dell’operaismo sembrino fatte apposta per scavare l’intrico unico tra questioni di classe e questioni nazionali che è la storia di Trieste?
«L’affinità c’è indubbiamente. Qui ci sono le radici del mio modo di pensare. L’operaismo non è stato tanto una ideologia quanto un sistema di pensiero, e per me ha contato come storico e non solo come militante. Anche perché ho militato in Potere operaio per un anno, anche lì sono stato un osservatore».
Come ricorda i rapporti con Mario Tronti e Toni Negri?
«Rapporti diversi. Toni Negri mi ha portato nel suo istituto, ad un certo punto all’università era il mio capo. Con lui ebbi dissidi molto forti che mi misero in imbarazzo, tant’è che cercai in ogni modo di andarmene. Quando lui fu messo in galera le cose sono cambiate e ci siamo riavvicinati. Quando io fui espulso dall’insegnamento andai all’estero e vissi assieme agli esuli italiani, molti di loro erano stati miei studenti. Con Tronti la cosa era diversa perché lui ad un certo punto rientrò nel Pci, non seguì la nostra storia. Negli ultimi anni della sua vita, poi, c’era stato un forte riavvicinamento: deluso da quanto successo nel partito, era tornato ai compagni di una volta. L’ultima volta che vidi Negri quasi mi commosse l’affetto che aveva nei miei confronti, e con Mario la stessa cosa. Questo lato umano ha avuto un peso nel nostro fare politica. Nel Pci se il partito espelleva tuo fratello tu non ci parlavi più. Per noi invece, al di là delle divergenze, il lato umano ha contato sempre molto».
di Giovanni Tomasin